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Roberto Perotti – L’università truccata

Posted by StepTb su luglio 25, 2014

Einaudi, 2008
183 pagine

Non posso che ringraziare R. Perotti per aver messo nero su bianco, documentandolo con le fonti adeguate e trattandolo con l’obiettività e il distacco necessari, tutto ciò che sapevo, intuivo o solamente sospettavo dell’università italiana.

Non è un libro focalizzato solo su concorsi truccati, baroni e nepotismo, come potrebbe suggerire il titolo, ma si occupa di tutte le più gravi e strutturali storture del sistema universitario nostrano.

Si impara così che:
– il problema dell’università italiana non è la mancanza di risorse: con le statistiche corrette per studente equivalente a tempo pieno (che quindi eliminano l’inquinamento dato dalla variabile degli studenti fuori corso, che in Italia sono il 50+%), la spesa italiana diventa la terza al mondo dopo USA, Svizzera e Svezia; eppure, l’u.i. si lamenta della mancanza di soldi, invece di pensare a come mai il numero di fuori corso sia così elevato
– l’u.i. non è “nonostante tutto, all’avanguardia”: i confronti globali usando criteri obiettivi lo dimostrano
– l’u.i. non è un modello di mobilità sociale né di egalitarismo: il 24% degli studenti viene dal 20% più ricco delle famiglie, e l’8% dal 20% più povero; perfino gli USA, spesso additati come esempio di spietato elitarismo cui contrapporsi, hanno dati migliori (26% e 11% nelle pubbliche, 31% e 11% nelle private, 24% e 13% nel totale delle istituzioni terziarie)
– il clientelismo non è un fenomeno circoscritto
– gli interventi della magistratura non sono una soluzione, visto che il clientelismo avviene nella maggioranza dei casi senza infrangere leggi, e, in ogni caso, anche dove scoperto, si conclude nell’impossibilità e/o non volontà di punirlo adeguatamente
– quella dei dipendenti universitari è una casta, perché refrattaria a valutazioni e punizioni, ma soprattutto una gerontocrazia, completamente distorsiva in quanto non premia i giovani talenti e fa avanzare tramite scatti d’anzianità anche senza meriti
– l’u.i. non è internazionalizzata, e scappa dal dibattito accademico reale, che implicherebbe l’essere valutata tramite peer review pubblicando in journal riconosciuti globalmente e non per case editrici locali legate ai vari atenei
– i concorsi pubblici sono un sistema assurdo per inefficienza e megalomania dirigista; impediscono la libera iniziativa di singoli atenei, facoltà e dipartimenti nell’organizzarsi come vogliono e chiamare/attrarre i nomi migliori
– i “periodi iniziali di prova” non sono un “allarme precarizzazione”, sono un fatto ovvio e naturale che si trova in qualsiasi professione
– il valore legale del titolo di studio va abolito, ma concentrarsi su questo senza collegarlo ad altre riforme porterebbe a risultati nulli o peggiori
– gli stipendi dei docenti e la didattica allo stato attuale sono esempi di inefficienze distorsive, e vanno entrambi liberalizzati
– la mobilità degli studenti si cerca solo a parole, non nei fatti: le risorse dovrebbero essere stanziate anzitutto per favorirla, quindi chiudendo corsi, atenei e sedi distaccate inutili e redistribuendo i soldi verso costruzioni di alloggi studenteschi e borse di studio (che attualmente non vanno alle fasce medie)
– quella delle fondazioni universitarie non è la migliore delle idee, si rischia di replicare lo schema delle fondazioni bancarie
– il problema università-imprese non si risolve dall’alto, ma dando autonomia e osservando la sperimentazione di vari approcci; allo stesso tempo, non si può pretendere che le imprese collaborino con l’attuale sistema dell’u.i. finché non vengono eliminate le inefficienze e storture più evidenti
– il 3+2 è stato implementato male, senza prima correggere le distorsioni alla base; ha portato a ripetizione e diluizione dei contenuti dei corsi e, grazie anche alla raddoppiata obsoleta prassi della tesi, ad un allungamento medio di 1+ anni dei tempi di laurea
– le riforme Moratti e Mussi sono state perfettamente inutili, perché si sono rifiutate di correggere le distorsioni alla base e hanno aggiunto ulteriore burocrazia di stampo dirigista
– da parte di governi, ministri, media e grande pubblico c’è una drammatica incomprensione di come funzioni la ricerca; non stupisce quindi che la cultura della peer review sia molto poco diffusa, e in certi ambienti inesistente
– non solo ambiente di ricerca poco stimolante e privo degli incentivi adeguati, non solo burocrazia bizantina, ma anche bandi e siti ufficiali spesso senza nemmeno una versione in lingua inglese: non stupisce che la percentuale di studenti e docenti stranieri sia tra le più basse del mondo industrializzato
– gli atenei devono essere messi in condizione di competere tra loro; solo così molte delle storture esistenti potrebbero correggersi da sole, perché i comportamenti negativi andrebbero contro l’interesse stesso delle istituzioni
– il dibattito tra pubblico e privato è finto: il punto non è l’uno o l’altro, il punto è dove vanno a finire le risorse; ci sono molti esempi al mondo di università pubbliche di estrema efficienza, perché operanti in un sistema competitivo che premia la qualità.

Solitamente non dò voti altissimi ai libri “di denuncia”, e men che meno se brevi e circoscritti a realtà unicamente nostrane, ma stavolta faccio un’eccezione.
Tre i motivi:
1) Perotti è un maestro di stile e sintesi, non c’è una virgola di troppo e i concetti sono stesi in modo incredibilmente lineare e diretto; ciò rende qualità e contenuto del libro inversamente proporzionali alla sua breve lunghezza.
2) L’argomento è delicato e importante, eppure ignorato o snobbato da troppe persone ad esso esterne, col risultato di lasciarlo in mano agli interessi personali miopi di chi ne trae vantaggio (dipendenti del sistema universitario e politici in cerca di voti); Perotti interviene nel dibattito con un rigore intellettuale ammirevole, mettendo ordine logico, adottando un punto di vista distaccato e obiettivo, e depurando il terreno dall’inquinamento retorico, politico e ideologico cui solitamente si accompagna.
3) Perotti non si limita a fare un elenco di ciò che non va, né a documentarlo com’è necessario (spesso anche decostruendo la fallacia di certe fonti), ma propone anche un semplice ed elegante modo di correggere l’equilibrio distorsivo attuale: un ponderato mix di incentivi e disincentivi che permettano a chi fa bene di avanzare, a chi sbaglia di pagare, e alle risorse di seguire la qualità, allo stesso tempo decentralizzando il sistema, togliendolo da sotto la cappa del dirigismo, per dare le autonomie necessarie ai vari atenei, facoltà e dipartimenti; un sistema migliore dell’attuale emergerebbe così in modo naturale.

Purtroppo in Italia la situazione socio-politica non sembra permettere questa e altre riforme necessarie, e preferisce proseguire nella strada del declino, nonostante le soluzioni siano a portata di mano.
Gli italiani delle prossime generazioni un giorno si guarderanno indietro e, si spera, rideranno dell’idiozia di questi decenni buttati al vento.

9/10

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Stuff Seen, June 2014

Posted by StepTb su luglio 1, 2014

Jaws (Steven Spielberg, 1975) [7.5]
American Hustle (David O. Russell, 2013) [6.5]
Emperor of the North Pole (Robert Aldrich, 1973) [7.5]
Shampoo (Hal Ashby, 1975) [7.5]
The Stepford Wives (Bryan Forbes, 1975) [7+]
Only God Forgives (Nicolas Winding Refn, 2013) [5] [another "Valhalla Rising" for Refn: a stylish direction at the service of a mediocre script]
Marathon Man (John Schlesinger, 1976) [7-]
The Bad News Bears (Michael Ritchie, 1976) [7.5]
The Omen (Richard Donner, 1976) [7]
3 Women (Robert Altman, 1977) [8+]
The Last Tycoon (Elia Kazan, 1976) [6.5]
Trilogy of Terror (Dan Curtis, 1975) [6]
Killer of Sheep (Charles Burnett, 1977) [7]
Electra Glide in Blue (James William Guercio, 1973) [7.5]
Walkabout (Nicolas Roeg, 1971) [7.5]
The Last Wave (Peter Weir, 1977) [7]
The Parallax View (Alan J. Pakula, 1974) [7]
La Vénus à la fourrure (Roman Polanski, 2013) [7]
Joe (David Gordon Green, 2013) [7.5]
Drinking Buddies (Joe Swanberg, 2013) [7]
The Counselor (Ridley Scott, 2013) [6.5]
Side Effects (Steven Soderbergh, 2013) [7]
Trance (Danny Boyle, 2013) [5-] [how is it possible to take this involuntarily ridiculous movie seriously? the script is neither dreamy nor trancey, just drunk. lowest point in Boyle's filmography so far]
Big Bad Wolves (Aharon Keshales & Navot Papushado, 2013) [5]
Enough Said (Nicole Holofcener, 2013) [7]
About Time (Richard Curtis, 2013) [7]
Vamps (Amy Heckerling, 2012) [7] [an underrated one. if you can neglect the poor special effects and some bad moments, there's not only good dark humor and quirky fun, but also substance - a reflection on aging, mortality and historical consciousness - under its surface]
The Five-Year Engagement (Nicholas Stoller, 2012) [6.5]
The Internship (Shawn Levy, 2013) [5]
This Is 40 (Judd Apatow, 2012) [5] [totally uninteresting. first fail in Apatow's career so far]
Ida (Pawel Pawlikowski, 2013) [7]
Jagten (Thomas Vinterberg, 2012) [6.5+] [I'd like to give this one a 7, since its moral stance is one of absolute relevance, but the unrealistically irrational behavior of almost every character is an immature over-the-top way to sensationalise the story and underline too heavily a victimization of the protagonist; Mikkelsen's brilliant performance should've deserved a more pondered script]
All the Light in the Sky (Joe Swanberg, 2012) [6.5]
Quiet City (Aaron Katz, 2007) [6.5]
Capricorn One (Peter Hyams, 1977) [7]
Looking for Mr. Goodbar (Richard Brooks, 1977) [6.5]

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May 2014 Log

Posted by StepTb su maggio 31, 2014

VIDEO:
Hannibal, s1 ep9 (Guillermo Navarro, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep10 (John Dahl, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep11 (Guillermo Navarro, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep12 (Michael Rymer, 2013) [7]
Hannibal, s1 ep13 (David Slade, 2013) [7]
The New Centurions (Richard Fleischer, 1972) [7.5]
Red (Trygve Allister Diesen & Lucky McKee, 2008) [7]
The Other (Robert Mulligan, 1972) [7+]
Save the Tiger (John G. Avildsen, 1973) [7]
Secretary (Steven Shainberg, 2002) [7]
Lenny (Bob Fosse, 1974) [7.5]
The Last Detail (Hal Ashby, 1973) [7.5]
Hannibal, s2 ep1 (Tim Hunter, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep2 (Tim Hunter, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep3 (Peter Medak, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep4 (David Semel, 2014) [6.5]
Hannibal, s2 ep5 (Michael Rymer, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep6 (Tim Hunter, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep7 (Michael Rymer, 2014) [6.5]
Hannibal, s2 ep8 (Vincenzo Natali, 2014) [6]
Hannibal, s2 ep9 (Michael Rymer, 2014) [6.5]
Hannibal, s2 ep10 (Vincenzo Natali, 2014) [7]
Hannibal, s2 ep11 (David Slade, 2014) [6]
Hannibal, s2 ep12 (Michael Rymer, 2014) [6]
Hannibal, s2 ep13 (David Slade, 2014) [6.5]
Steamboat Bill, Jr. (Charles Reisner & Buster Keaton. 1928) [7.5]
City Girl (F.W. Murnau, 1930) [7]
Ritmi di stazione, impressioni di vita n. 1 (Corrado D’Errico, 1933) [short] [7]
Manhatta (Paul Strand, 1921) [short] [7.5]
Regen (Mannus Franken & Joris Ivens, 1929) [short] [8]
Paris qui dort (René Clair, 1923) [short] [8]
Sous les toits de Paris (René Clair, 1930) [7]

BOOKS:
Amerika (Franz Kafka, 1911-1914, pub. 1927) [7]

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Wild Throne – Blood Maker

Posted by StepTb su maggio 24, 2014

Brutal Panda, 2014
EP

Il trio dei Wild Throne è composto da ferrati musicisti di Bellingham (Washington, USA) con alle spalle un decennio a testa di attività in varie band solidamente affermate a livello locale.
Le varie esperienze hanno portato ad un certo punto Josh Holland (chitarra e voce), Noah Burns (batteria) e Jeff Johnson (basso) alla decisione di unirsi in un progetto che superasse in originalità e impatto ogni cosa da essi fin lì fatta.
Possiamo dire che l’obiettivo per il momento pare raggiunto: l’EP Blood Maker (che può essere considerato il loro vero esordio, dopo due release underground introvabili nei due anni precedenti), uscito per la Brutal Panda (nome di label migliore di sempre), può indubbiamente già essere collocato tra i migliori EP metal del 2014.
I tre pezzi di cui è costituito sono farciti d’idee brillanti e convoglianti stili diversi, ma soprattutto hanno ben chiara la necessità di darsi una misura per mantenere una struttura coerente ed esteticamente appagante: tra i punti musicali di riferimento del trio vi sono infatti, a orecchio, sicuramente The Mars Volta e Protest the Hero, ma le influenze che da loro prendono arrivano in dose controllata, e si ritrovano ad essere sostenute e ben bilanciate da un impianto hardcore massiccio, caldo e quasi sludge, strizzante l’occhio ai Mastodon.
Un altro punto che i Wild Throne segnano decisamente a loro favore sta nell’efficacia melodica, derivante da una ormai mutata geneticamente tradizione emocore (che si riconosce nell’intensità drammatica dei vocalizzi e nelle dissonanze metalliche dei riff), ed espressa magistralmente grazie alla notevolissima capacità vocale di Holland: il memorabile chorus di Shadow Deserts ne è l’esempio più immediato, ma ancor di meglio si trova nella più complessa title-track.
La tecnica strumentale dei tre, assolutamente degna di nota, poteva finire per farli strafare ed esagerare (sia nella struttura dei pezzi, sia nei giochetti virtuosistici di facile impressione), ma viene usata in maniera nobile e pragmatica per trovarsi un proprio stile, che prende dal prog metal come dallo sludge, dal thrash come dal post-hardcore, e mettere sempre in primo piano passionalità e schiettezza.
Alla riuscita del “pacchetto” concorrono due nomi ben noti come Ross Robinson (la riuscita produzione, in bilico tra hardcore e metal senza abbaracciare né l’uno né l’altro) e Orion Landau (il gran bell’artwork).
Non resta che attendere con curiosità e buone aspettative il debutto su full-length.

7/10

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Rock Culture

Posted by StepTb su maggio 24, 2014

Roba che m’è arrivata l’anno scorso, ma si meritava un paio di picz.

carducci1 Direttamente dal personal warehouse del leggendario Mr. Carducci, due tomi essenziali della critica rock.
carducci2 Particolare dell’imballaggio.
carducci3 Prospettive, affiancato al cuginetto.

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April 2014 Log

Posted by StepTb su aprile 30, 2014

VIDEO:
Deep End (Jerzy Skolimowski, 1970) [7.5]
The Watermelon Man (Melvin Van Peebles, 1970) [8]
Minnie and Moskowitz (John Cassavetes, 1971) [7.5]
Prisoners (Denis Villeneuve, 2013) [7]
Too Late the Hero (Robert Aldrich, 1970) [7.5+]
The Grissom Gang (Robert Aldrich, 1971) [7.5]
Gimme Shelter (Albert Maysles, David Maysles & Charlotte Zwerin, 1970) [6.5]
Punishment Park (Peter Watkins, 1971) [7-]
Silent Running (Douglas Trumbull, 1972) [6.5]
The Omega Man (Boris Sagal, 1971) [6.5]
The Andromeda Strain (Robert Wise, 1971) [7.5] [this one is still incomprehensibly underrated by critics]
Klute (Alan J. Pakula, 1971) [7.5]
The Panic in Needle Park (Jerry Schatzberg, 1971) [7]
Taking Off (Milos Forman, 1971) [7]
Little Murders (Alan Arkin, 1971) [8] [surprise of the month! an incredibly underrated little masterpiece, full of anarchic and nihilistic humor, witty visual-narrative solutions, and permeated by the social tensions of its time; only one flaw: its last segment goes over the top and destroys with an excessive burst of vehemence all the coherence that was miraculously built and maintained up to that point]
Images (Robert Altman, 1972) [6.5]
The Long Goodbye (Robert Altman, 1973) [8]
Pretty Maids All in a Row (Roger Vadim, 1971) [7+]
Dillinger (John Milius, 1973) [7.5]
Pierrot le fou (Jean-Luc Godard, 1965) [7]
Ulzana’s Raid (Robert Aldrich, 1972) [8]
Jeremiah Johnson (Sydney Pollack, 1972) [8+]
Zardoz (John Boorman, 1974) [7]
Play It Again, Sam (Herbert Ross, 1972) [7.5]
Cabaret (Bob Fosse, 1972) [7.5]
Heat (Paul Morrissey, 1972) [7]
Paper Moon (Peter Bogdanovich, 1973) [8.5]
Soylent Green (Richard Fleischer, 1973) [7]
Kafka (Steven Soderbergh, 1991) [7]
Phantom of the Paradise (Brian De Palma, 1974) [8]
Three Days of the Condor (Sydney Pollack, 1975) [7.5]
Hannibal, s1 ep3 (David Slade, 2013) [6]
Hannibal, s1 ep4 (Peter Medak, 2013) [5]
Hannibal, s1 ep5 (Guillermo Navarro, 2013) [6]
Hannibal, s1 ep6 (Michael Rymer, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep7 (James Foley, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep8 (Tim Hunter, 2013) [6.5]

BOOKS:
The Great Gatsby (F. Scott Fitzgerald, 1925) [8]
L’Étranger (Albert Camus, 1942) [9]
The Millionaire Next Door: The Surprising Secrets of America’s Wealthy (Thomas J. Stanley & William D. Danko, 1996) [7.5]
Der Prozess (Franz Kafka, 1914-1915, pub. 1925) [9]

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Stuff Seen, March 2014

Posted by StepTb su marzo 31, 2014

The War Game (Peter Watkins, 1965) [7.5+]
Targets (Peter Bogdanovich, 1968) [7+]
Inside Llewyn Davis (Joel Coen & Ethan Coen, 2013) [8]
Gravity (Alfonso Cuarón, 2013) [6.5] [a remarkable visual accomplishment, but it's so painstakingly planned, in its mainstream-targeted emotional manipulation and in its coercion of the spectators' gaze, that it ends up being too artifical, lacking creativity and soul]
Cypher (Vincenzo Natali, 2002) [7.5] [a low budget, old school and highly creative sci-fi film that looks and sounds like an episode from The Twilight Zone, but upgraded by stylistic mastery touches in the vein of Carpenter and Gordon]
Timecrimes (Nacho Vigalondo, 2007) [7]
Hellsing Ultimate, ep.8 (2011)
Pika Don (1978) [short]
Ergo Proxy, ep.10 (2006)
Flesh (Paul Morrissey, 1968) [6]
To the Wonder (Terrence Malick, 2012) [6.5] [I really wanted to rate this one higher, but... the first letdown in Malick's superb career]
True Detective, s1 ep.1 (Cary Fukunaga, 2014) [7]
True Detective, s1 ep.2 (Cary Fukunaga, 2014) [7]
True Detective, s1 ep.3 (Cary Fukunaga, 2014) [7.5]
True Detective, s1 ep.4 (Cary Fukunaga, 2014) [7.5+]
True Detective, s1 ep.5 (Cary Fukunaga, 2014) [7.5+]
True Detective, s1 ep.6 (Cary Fukunaga, 2014) [7]
True Detective, s1 ep.7 (Cary Fukunaga, 2014) [7]
True Detective, s1 ep.8 (Cary Fukunaga, 2014) [6]
Hannibal, s1 ep.1 (David Slade, 2013) [6.5]
Hannibal, s1 ep.2 (Michael Rymer, 2013) [6.5]
Her (Spike Jonze, 2013) [7.5]
Legend (Ridley Scott, 1985) [6]
A Time to Kill (Joel Schumacher, 1996) [5]
Frailty (Bill Paxton, 2001) [6]
The Ice Harvest (Harold Ramis, 2005) [6]
The Kings of Summer (Jordan Vogt-Roberts, 2013) [6.5-]
Snowpiercer (Joon-ho Bong, 2013) [5] [another case of a film praised by critics (probably the same critics who regularly bash USA blockbusters that are not very different from it) just because of its director's name, its international production, and its class warfare left-wing elements; even if there's something interesting in the first half, it all rapidly worsen, ending with some very bad 20-30 final minutes. "Pacific Rim", with all its flaws, is clearly a better looking, better shot and more engaging film. The great "Salinui chueok" remains Joon-ho Bong's career peak so far and it was in a totally different league.]
Sinister (Scott Derrickson, 2012) [6.5+]
The Conjuring (James Wan, 2013) [6.5]
Castle Keep (Sydney Pollack, 1969) [7]
Midnight Cowboy (John Schlesinger, 1969) [7.5]
Like Someone in Love (Abbas Kiarostami, 2012) [6.5]

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February 2014 Log

Posted by StepTb su febbraio 28, 2014

VIDEO:
Boogie Nights (Paul Thomas Anderson, 1997) [7.5]
Brewster McCloud (Robert Altman, 1970) [7]
Medium Cool (Haskell Wexler, 1969) [7.5]
Five Easy Pieces (Bob Rafelson, 1970) [8]
Two for the Road (Stanley Donen, 1967) [7+]
The Swimmer (Frank Perry & Sydney Pollack, 1968) [7.5]
Cop Land (James Mangold, 1997) [7.5]

MANGA:
Neon Genesis Evangelion vols. 12, 13, 14 (Sadamoto Yoshiyuki) [completed] [8]
Short Program 2 (Adachi Mitsuru) [7]
Short Program 3 (Adachi Mitsuru) [6]
The Legend of Mother Sarah vols. 6, 7 (Otomo Katsuhiro , Nagayasu Takumi) [completed] [7]
Coo’s World (Oda Hideji) [8]
Haru yo Koi / Awaiting Spring (Asano Inio) [6]
Himawari / Sunflower (Asano Inio) [6]
Mushishi vol.8 (Urushibara Yuki)
Bokura no Henbyoushi / Our Rhythm Change (Toume Kei) [7]

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Live report: Red Fang + Lord Dying + The Shrine

Posted by StepTb su febbraio 5, 2014

[for Rockline.it]
Ljubljana, 2/2/2014

Di supporto all’uscita del loro terzo disco Whales and Leeches, i Red Fang volano da Portland alla volta del vecchio continente. Chi siamo noi per dir di no? La tappa scelta dal nostro manipolo è al di fuori del territorio italico, verso le fredde lande orientali in direzione dell’entroterra sloveno.
Il viaggio on the road ci immerge in paesaggi da Scandinavian black metal, altro che stoner e southern.

Fra vari disagi legati al tempo (ma anche esistenziali), acquisto on the fly di catene da neve, uscite mancate, strade bloccate una volta giunti a Ljubljana centro, arriviamo in una zona che ci dà forti indizi d’esser quella giusta.

Troviamo facilmente l’ingresso del Channel Zero, il mitico locale rock dove si esibiranno le band. L’impressione è ottima: il posto è piccolo quanto basta, sullo stampo degli storici locali underground USA di un tempo, le birre grandi vengono 2€ l’una, l’impianto è di buon livello, l’ingresso psichedelico di grande impatto, così come le decorazioni tendenti al gothic rock degli interni.
Appunto per chi volesse passarci: quando i ticket sono sold out, sono sold out; non sperate di poter acquistare altri biglietti una volta arrivati (noi eravamo a corto di uno e siamo riusciti a trovarlo per pura fortuna).
Prima di passare al “box office” e farci cambiare i ticket con braccialetti della Dirty Skunks (l’organizzazione che si sbatte per far arrivare la musica alternative e underground nella città), essendo arrivati in anticipo, aspettiamo sull’uscio per un po’ da soli, mentre intorno a noi passano avanti e indietro non solo i gestori del posto, ma anche alcuni membri di tutte e tre le band.


Aprono le danze i Lord Dying, concittadini dei Red Fang, che hanno pubblicato il loro debut Summon the Faithless nel 2013.
Il quartetto è un violentissimo e acido schiacciasassi sludge-thrash, in cui finiscono in dosi eguali per sound, efferatezza ed abilità tecnica sia gli High on Fire che i Crowbar. I breakdown che Butt-head definirebbe “slow and fat!” non si fanno mancare, ed esaltano la platea.

Sono addirittura accolti quasi fossero headliner i successivi The Shrine, trio da Los Angeles. Autori di Primitive Blast (2012), sono qui in tour anticipato per il loro secondo Bless Off, che uscirà in marzo.
La formula è un hard rock tanto rispettoso dello spirito dei 1970s, quanto ammodernato da velocità e ferocia di stampo hardcore: non certo un mero revival, non siamo in zona Wolfmother. Si sente la lezione di band come T2, Buffalo, Quatermass, ma su tutto prevale lo spirito (e le progressioni armoniche) di Motörhead e MC5, rivisitato nel modo grezzo e dissonante di molto garage anni 2000.
Il basso abrasivo di Courtland “Court” Murphy e lo spirito caciarone-iperattivo di Josh Landau a voce e chitarra (“Hey, noi veniamo dalla California, un posto dove non nevica MAI”), che termina lo show con un lunghissimo assolo infuocato alla Ted Nugent, fanno il resto.

E si arriva così ai Red Fang, che ringraziano tutti di aver sfidato la “snowstorm” per venire a vederli, e partono subito con uno dei loro capolavori, Hank Is Dead.
La setlist è sostanzialmente divisa in modo equo tra il loro ultimo Whales and Leeches e il precedente Murder the Mountains, e i pezzi di entrambi sono valorizzati da una potenza e perfezione d’esecuzione magistrali, che mostrano non solo un miglioramento del quartetto rispetto ai tour dell’album precedente, ma anche una stupefacente carica energetica per un gruppo che sta macinando un concerto al giorno da un mese sfidando le pessime condizioni climatiche diffuse in tutta Europa. Le piccole dimensioni del Channel Zero non fanno che esaltare l’esperienza, avvicinando al massimo band e pubblico.
I pezzi di Whales and Leeches trovano nella dimensione live una forma ancora più convincente, grazie all’aggressività portata al massimo: No Hope, Voices of the Dead, DOEN e 1516 suonano al loro meglio, doppiando la loro versione su disco.
I relativi rallentamenti di ritmo di Throw Up, Malverde e Into the Eye sono inseriti saggiamente nel flusso per dare respiro ed evitare arresti cardiaci.
La folla esplode, e giustamente, durante le memorabili Number Thirteen e Blood Like Cream.


L’unico momento tratto dal loro primo Red Fang arriva appena verso quasi metà concerto, con la trascinante Sharks.
Dopo aver concluso con la micidiale doppietta di Blood Like Cream e Wires, i quattro salutano e appoggiano gli strumenti; è evidente che non può essere finita così, quindi dopo un paio di minuti di “We want more”, tornano sul palco: “We’re glad you want more, ’cause we’re not done yet either!”, e conseguente boato.
Il finale è dedicato interamente al finora quasi escluso primo disco: Good to Die, e, ovviamente, l’immancabile Prehistoric Dog come conclusione. Quello che può comodamente essere considerato uno dei più grandi inni di tutto lo stoner post-2000 manda la folla letteralmente in delirio. Il pogo, presenza quasi fissa durante tutto il live, tocca il massimo, così come i numeri di stage diving (che personalmente non apprezzo, dato che costringono tutti a distrarsi dalla band per evitare contusioni), tanto che lo stesso Aaron Beam si fa cadere di schiena sulla folla, e manda in stage diving il basso dopo l’ultimo accordo.


Per quanto mi riguarda, l’unico grande assente di questo live stellare è stato Reverse Thunder, un gioiellino del loro album omonimo con cui avevano da subito dimostrato di saper battere i Queens of the Stone Age sul loro stesso campo da gioco, ma per il resto non ho nulla da obiettare. Dopo aver stretto la mano a Bryan Giles e Aaron, così come a Erik Olson dei Lord Dying (incrociato nel corridoio: pare la persona più tranquilla e bonaria del mondo, l’opposto esatto di come suona e canta), ci pigliamo un po’ di merchandising (la T-shirt di Whales and Leeches, artwork indubbiamente tra i migliori del 2013, era quasi d’obbligo), e poi via, da un’overdose di sludge-stoner alle innevate e spettrali strade del ritorno.

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January 2014 Log

Posted by StepTb su gennaio 31, 2014

VIDEO:
The Bourne Identity (Doug Liman, 2002) [6.5]
The Breakfast Club (John Hughes, 1985) [6]
Major League (David S. Ward, 1989) [7]
All Is Lost (J.C. Chandor, 2013) [7]
This Is the End (Evan Goldberg & Seth Rogen, 2013) [6.5]
Super Troopers (Jay Chandrasekhar, 2001) [7.5]

BOOKS:
Historic Preservation: Collective Memory and Historical Identity (Diane Barthel, 1996) [7]
Adventures of Huckleberry Finn (Mark Twain, 1884) [9]

TRIPS:
Ljubljana on the road

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2013 / Best Albums

Posted by StepTb su dicembre 31, 2013

As always, still in progress…

8/10
The Haxan Cloak – Excavation

7.5/10
Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze
Grouper – The Man Who Died in His Boat
Forest Swords – Engravings

7/10
The Flaming Lips – The Terror
The Cosmic Dead – Inner Sanctum
Pharmakon – Abandon
Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away
Frankie Rose – Herein Wild
Beastmilk – Climax
Uncle Acid and the Deadbeats – Mind Control
Grails – Black Tar Prophecies Vol’s 4, 5 & 6 [compilation]
Pop. 1280 – Imps of Perversion
Earthless – From the Ages
Clutch – Earth Rocker
Fire! Orchestra – Exit!
The Claudia Quintet – September
Lili Refrain – Kawax
Girls Against Boys – The Ghost List EP

6.5/10
Janelle Monáe – The Electric Lady +
Fuck Buttons – Slow Focus +
Kylesa – Ultraviolet
Julia Holter – Loud City Song
Causa Sui – Euporie Tide
Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest
Palms – Palms
Suuns – Images du futur
Tim Hecker – Virgins
Lesbian – Forestelevision
Savages – Silence Yourself
Red Fang – Whales and Leeches
Holy Sons – My Only Warm Coals
Corrections House – Last City Zero
Colin Stetson – New History Warfare Vol. 3: To See More Light
Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty
Thee Oh Sees – Floating Coffin
Obliterations – Obliterations EP
Vista Chino – Peace
Still Corners – Strange Pleasures
Church of Misery – Thy Kingdom Scum
Bachi da Pietra – Quintale
Marnero – Il Sopravvissuto
Tombstone Highway – Ruralizer
Deerhunter – Monomania
Häshcut – Please Do It Yourself
Run the Jewels – Run the Jewels
Death Grips – Government Plates
Lilacs & Champagne – Danish & Blue
Low – The Invisible Way
Arbouretum – Coming Out of the Fog
The Drones – I See Seaweed
James Blake – Overgrown
Deafheaven – Sunbather

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2013 / Best Films

Posted by StepTb su dicembre 31, 2013

Just a very tentative draft, I still have to watch lots of titles…

8/10
Inside Llewyn Davis (Ethan Coen & Joel Coen)

7.5/10
Joe (David Gordon Green)
The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese)
Her (Spike Jonze)

7/10
The World’s End (Edgar Wright)
Drinking Buddies (Joe Swanberg)
Xi you xiang mo pian / Journey to the West: Conquering the Demons (Stephen Chow & Chi-kin Kwok)
Side Effects (Steven Soderbergh)
Prisoners (Denis Villeneuve)
About Time (Richard Curtis)
All Is Lost (J.C. Chandor)
From One Second to the Next (Werner Herzog) [short]
La Vénus à la fourrure (Roman Polanski)
Enough Said (Nicole Holofcener)
Ida (Pawel Pawlikowski)
Upstream Color (Shane Carruth)
Pacific Rim (Guillermo del Toro)

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Grouper – The Man Who Died in His Boat

Posted by StepTb su dicembre 30, 2013

Kranky, 2013
Album

Forte della release di un paio d’anni prima, il doppio A I A, che costituisce probabilmente la sua summa stilistica (oltre ad essere uno dei più rilevanti dischi del nuovo decennio), Liz Harris prosegue la propria carriera con un altro affascinante album, privo di sezione ritmica e giocato ancora su suggestioni oniriche, sonorità ricche, riverberi, melodie penetranti.
Sebbene si potrebbe facilmente obiettare che la formula della Harris non sia cambiata molto negli ultimi anni, è anche vero che resta lei, oggi, la figura centrale a fare questo tipo di musica, nonché la maggior discepola della più alta tradizione dream pop (Cocteau Twins, Dead Can Dance, ma anche le collaborazioni lynchane di Julee Cruise e Angelo Badalamenti – queste ultime particolarmente presenti qui come influenza), che rivisita in una forma cantautoriale derivata dalle proprie influenze folk, e porta nella dimensione intimista (e quindi più minimale) dello slowcore.
Almeno Vital, Cloud in Places e la title-track entrano di diritto nel suo miglior repertorio.

7.5/10

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Forest Swords – Engravings

Posted by StepTb su dicembre 30, 2013

Tri Angle, 2013
Album

Dopo un paio di EP, Engravings è il debutto su full-length dell’inglese Matthew Barnes sotto il moniker Forest Swords. Il disco esce per quella Tri Angle che nello stesso anno pubblica un altro dei vertici del 2013, Excavation di The Haxan Cloak.
Se le coordinate atmosferiche-ambientali dei due dischi per certi versi si avvicinano, così come la solida ed esperta spinta produttiva che si riflette nell’estrema cura sonora di entrambi, l’album di Forest Swords si distanzia tuttavia dai toni cupi e industriali di Krlic, ed esplora invece una avvolgente, onirica, impalpabile fusione di dub e beat downtempo da una parte, puro ambient atmosferico dall’altra, e forti contaminazioni che vanno da Ennio Morricone, al minimalismo di Steve Reich, alla folktronica di Four Tet, al mix ambient-classica targati Kreng, all’ondata della neo-psichedelia degli anni 2000.

7.5/10

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December 2013 Log

Posted by StepTb su dicembre 30, 2013

VIDEO:
Fast & Furious (Justin Lin, 2009) [5]
Fast Five (Justin Lin, 2011) [6]
Get Shorty (Barry Sonnenfeld, 1995) [7]
The Princess Bride (Rob Reiner, 1987) [7]
The World’s End (Edgar Wright, 2013) [7+]
Upstream Color (Shane Carruth, 2013) [7]
Immortals (Tarsem Singh, 2011) [6]
Du zhan / Drug War (Johnnie To, 2012) [7]
La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013) [4] [here's the winner for most overrated film of the year]
Pays barbare (Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, 2013) [4]
Les salauds (Claire Denis, 2013) [6.5]
Yi dai zong shi / The Grandmaster (Kar Wai Wong, 2013) [6.5]
Xi you xiang mo pian / Journey to the West: Conquering the Demons (Stephen Chow & Chi-kin Kwok, 2013) [7]
Izgnanie / The Banishment (Andrey Zvyagintsev, 2007) [6.5]
Series 7: The Contenders (Daniel Minahan, 2001) [7]
WarGames (John Badham, 1983) [7.5+]
American Splendor (Shari Springer Berman & Robert Pulcini, 2003) [7+]
Sydney (Paul Thomas Anderson, 1996) [7]
Feng gui lai de ren / The Boys from Fengkuei (Hsiao-hsien Hou, 1983) [7]
Tong nien wang shi / A Time to Live, A Time to Die (Hsiao-hsien Hou, 1985) [7]
The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013) [7.5]

BOOKS:
How to Win at College (Cal Newport, 2005) [7.5]
The Adventures of Tom Sawyer (Mark Twain, 1876) [8+]

TRIPS:
Malta

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Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze

Posted by StepTb su dicembre 29, 2013

Matador, 2013
Album

Ancora per la Matador, come il precedente Smoke Ring for My Halo che l’aveva fatto esplodere in popolarità due anni prima, esce nel 2013 Wakin on a Pretty Daze, che in realtà, contando anche le autoproduzioni, è ben l’ottavo (!) full-length del cantautore di Philadelphia Kurt Vile, classe 1980; cantautore che, proprio con Wakin on a Pretty Daze, si rivela essere uno dei folk rockers più interessanti della sua generazione.
Se infatti il buon Smoke Ring for My Halo (così come l’EP poco successivo So Outta Reach, sua, comunque interessante, appendice) non rischiava scommesse nella struttura dei pezzi, e non si allontanava nemmeno così tanto dalle saldissime radici del folk rock più intenso e intimista di fine 1960s-inizio 1970s, particolarmente Fred Neil ma anche Nick Drake, Wakin on a Pretty Daze presente un passo in avanti in maturità e originalità.

Sembra che Vile abbia infatti, nel frattempo, compiuto una full immersion nella discografia dei Sun Kil Moon di Mark Kozelek, ma anche nel jangle pop degli 1980s e 1990s, traendo poi una sua sintesi personale delle due influenze ed applicandovi poi i suoi modelli di riferimento classici (il cantautorato americano 1967-1975).

Vile riprende il jangle tipico dell’alternative rock dei 1980s, ma staccandolo da molti dei debiti col periodo post-punk, e ricollegandolo al calore delle sue originarie radici (i The Byrds), allo stesso tempo spingendo invece sullo sperimentalismo per quanto riguarda la durata dei pezzi, che si dilata in un quadro perfettamente coerente alla voluta morbidezza e liquidità delle chitarre; quadro a cui contribuiscono anche una produzione a più alto budget (maggiore definizione nei suoni, sovraregistrazioni per creare un wall of sound avvolgente, effettistica dosata con attenzione quanto basta per dare sfumature oniriche) e delle scelte di pattern ritmici che, pur tempi non lenti e suoni caldi non post-punk, ripetono se stessi spesso in modo ipnotico (dunque il vero legame forse guarda anche più indietro, verso i Neu!).

L’album scodella alcuni dei suoi capolavori, ovvero la trascinante Pure Pain (con schitarrate quasi orientaleggianti che ricordano, anche se evitandone le prodezze tecniche, alcune idee armoniche in passato ben esplorate da virtuosi come Leo Kottke e Michael Hedges, e che si alternano ad una parte in arpeggiato vicina ai Red Hot Chili Peppers di Californication), la rarefatta Too Hard (con crooning profondo e arpeggianti chitarre alla Fleet Foxes), il grandioso trittico iniziale di Wakin on a Pretty Day (9 minuti e mezzo ricchi di grandi idee melodiche), KV Crimes (con una memorabile strofa) e Was All Talk (quasi 8 minuti, immersi nei riverberi), e la doppietta finale di Air Bud (6 minuti e mezzo) e Goldtone (10 minuti e mezzo).
Qualche momento di stanca si può invece trovare nei restanti, meno riusciti e un po’ apatici, pezzi (in particolare Girl Called Alex e Never Run Away), che frenano dall’eccellenza il disco nel suo complesso.

Il modello vocale di Kurt Vile è invece, ora anche più che nel precedente Smoke Ring for My Halo, decisamente Lou Reed, nel cui stile, anche se ammorbidendolo e avvicinandosi in certi momenti a melodie vocali alla Neil Young di Ambulance Blues, Vile si inserisce nel flusso compositivo in maniera leggermente sconnessa e mormorante, ma soprattutto dal sapore “stoned” (dichiarato anche in alcuni passaggi dei testi, e nello stesso “daze” del titolo) che ben si sposa con la vena a suo modo psichedelica (o semplicemente tendente all’onirico) dei pezzi più lunghi.

Con i suoi pregi e le sue imperfezioni, Wakin on a Pretty Daze resta comunque, e senza dubbio, il miglior disco folk rock del 2013.

7.5/10

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The Haxan Cloak – Excavation

Posted by StepTb su dicembre 27, 2013

Tri Angle, 2013
Album

Dopo l’ EP “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” (Latitudes, 2012), un’unica, e interessante, composizione lunga 27 minuti, il britannico Bobby Krlic torna, a nome The Haxan Cloak, con un secondo full-length: Excavation (Tri Angle, 2013), segna non solo l’approdo all’interessante label Tri Angle (che poco più tardi pubblica anche un altro dei migliori dischi dell’anno, Engravings, il debutto di Forest Swords, moniker di Matthew Barnes), ma anche un grandioso passo in avanti in maturità e stile.

Krlic gode evidentemente di un più alto budget, e lo usa non solo per pulire e perfezionare il proprio sound, ma anche per attuare un cambio di strumentazione (dando più spazio alla pura elettronica), e soprattutto per staccarsi dallo stile esplorato nei precedenti lavori. In una piuttosto rara ma azzeccatissima mossa, decide di allontanarsi dalla “vera” avanguardia in senso comunemente inteso, e dunque di trovare una maniera differente di sintetizzare le sue influenze finora più evidenti, ovvero il minimalismo classico di Part e Riley, la musique concrète, le tensioni più “modern classical” di Tommy Jansen (Elegi). Assimilando invece anche influenze più contemporanee, virando verso un utilizzo più moderno, mainstream e massiccio della strumentazione elettronica, decidendo di non dare ruoli da protagonista agli archi come in vari pezzi del passato, e anche di evitare gli sbalzi verso il noise, Krlic arriva così ad uno stile molto più personale e originale, che nel suo procedere per sottrazione invece che accumulo, e nel suo sound moderno, controllato e perfezionato, finisce per essere il suo lavoro in realtà più d’avanguardia nella sostanza.

Diversamente dal suo omonimo full-length di due anni prima, Excavation è anche un’opera molto più omogenea, unitaria e coesa, in cui i pezzi fluiscono l’uno nell’altro in maniera assolutamente riuscita e naturale.

Uno dei principali elementi del disco è la virata atmosferica, in modo più massiccio che in passato, verso territori spettrali e incogniti: Excavation è davvero uno dei pochi album ad essere effettivamente “spaventoso”, nella sua capacità di suggestionare e richiamare atmosfere spettrali e oscure, da cinema e letteratura dell’orrore. Chiede quindi a gran voce di essere assimilato in condizioni che ne valorizzino tale aspetto: cuffie, solitudine completa, notte, buio o luci basse.

Altra novità per Krlic è l’affidarsi ad influenze da tendenze moderne come il dubstep, che probabilmente mutua dai connazionali, colleghi in quanto a genere e pari in abilità artistiche, Demdike Stare: si sente già dal “drop” abrasivo dell’intro Consumed, ma diventa evidente nel memorabile pattern ritmico aggressivo di Excavation (Part 2), e nei colpi di snare della spettrale Excavation (Part 1), evidentemente influenzata dal miglior Burial.
I droni industriali di Mara, e ancor di più la notturna The Mirror Reflecting (Part 1), riescono finalmente a portare ad un livello perfezionato e penetrante l’idea di ambient “fantasma” e impalpabile che Krlic aveva tentato agli esordi in pezzi meno riusciti (come The Splintered Mind).
Il campionamento vocale di Miste, e il suo sviluppo gorgogliante, sono il momento in cui Krlic guarda maggiormente alla musique concrète e all’industrial vecchia scuola, ma confermando stavolta la sua scelta di non eccedere mai, e non sforare nei territori del noise: il rumore è controllato, spinge continuamente per bucare la superficie, ma viene ricacciato nelle viscere.
Lo spirito fantascientifico, anche se in versione plumbea, è l’anima dell’album, e la fa da padrone nelle tensioni elettriche e nei colpi percussivi elettronici di Dieu.
L’eccellente The Mirror Reflecting (Part 2), uno dei vertici, richiama anche per qualche momento le parti di “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” influenzate da Terry Riley, ma poi evolve in paesaggi ancora più minacciosi, dai quali riesce però ad emergere una melodia di tastiere elettroniche e lontani archi, quasi un richiamo all’umanità nel buio di una distopia industriale (in questo senso paragonabile nella sua funzione alla A Warm Place in The Downward Spiral).

Fino a questo punto, Excavation è “solo” un ottimo disco che porta avanti in modo brillante i discorsi dark ambient e drone, rinvigorendo in freschezza e modernità i loro canoni. Ma è la conclusiva traccia The Drop, nei suoi maestosi 13 minuti, a fargli oltrepassare la barriera, e renderlo un capolavoro.
Nella prima parte sfociano tutte le tensioni melodiche che venivano a galla in alcune delle migliori precedenti tracce, ovvero The Mirror Reflecting (Part 2) e, in modo sfumato, Excavation (Part 1), con un ipnotico e profondamente malinconico contrappunto di droni e note elettroniche che ricorda da vicino gli intrecci melodici tipici dei The Cure di Disintegration, ma riflessi in uno specchio deformante, raffreddati, e spinti verso il futurismo elettronico; con il passare del tempo, le melodie si sconnettono tra loro e prendono un’altra piega, mentre riverberi ed effetti digitali le spingono verso una dimensione “spaziale” e rarefatta, da 2001: A Space Odyssey; una pulsazione in sordina e l’arrivo di un tenue loop d’archi la porta in territori dark ambient alla Elegi, finché non cade in terreni ancora più oscuri quando arriva in primo piano un viscerale pattern ritmico di tre colpi di grancassa, che da qui in poi, sviluppandosi con alcune variazioni, e crescendo e diminuendo d’intensità, domina tutto il pezzo fino a chiuderlo, mentre i droni assumono sonorità post-industriali (senza mai diventare noise) e diventano sempre più angosciati ed ermetici, in una chiusura da “apocalisse minimalista” che richiama atmosfere come quelle di Sátántangó.

Se non siamo di fronte al miglior album mai prodotto nel genere dark ambient, poco ci manca. Excavation riesce a prendere spunti da una cronologia musicale vasta, che prende slancio dal minimalismo classico e dall’industrial vecchia scuola, dalla musique concrète a Lustmord, dalle evoluzioni autoriali del Trent Reznor di The Fragile alle malinconie del gothic rock, dal dubstep di Burial all’ambient sofisticato di Elegi e Demdike Stare, tenendone conto senza mai rivelarle del tutto, e sviluppando una formula stilistica personale in cui vengono completamente sciolte, restando presenti solo come eco, e fungendo da palco per un grande spettacolo di sonorità suggestive ed evocative.

8/10

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Church of Misery – Thy Kingdom Scum

Posted by StepTb su dicembre 24, 2013

Rise Above, 2013
Album

Thy Kingdom Scum (Rise Above, 2013) prosegue il nuovo percorso acido e corrosivo dei Church of Misery, sbandando nelle dissonanze noise ma cercando sempre il groove; dopo averla perfezionata nel passato Houses of the Unholy, la formula ha perso qualcosa in freschezza, ma resta ancora graffiante e appassionata.
Oltre alla trascinante apertura groovy di B.T.K. (Dennis Rader), spiccano Lambs to the Slaughter (Ian Brady/Myra Hindley), degna del miglior repertorio degli High on Fire, e All Hallow’s Eve (John Linley Frazier), che, allo stesso modo di Brother Bishop (Gary Heidnik), suona come una sorta di versione incredibilmente abrasiva dei Down di Phil Anselmo.
Si fa notare anche una riuscita cover di One Blind Mice dei classici hardrockers Quatermass, mentre i 13 minuti della finale Dusseldorf Monster (Peter Kurten) sono tirati per i capelli, e non sfiorano minimamente, in un confronto parallelo, i livelli di Badlands.

6.5/10

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November 2013 Log

Posted by StepTb su novembre 30, 2013

VIDEO:
Wassup Rockers (Larry Clark, 2005) [6]
Ken Park (Larry Clark, 2002) [3] [truly atrocious, one of the worst films I've ever seen]
High Art (Lisa Cholodenko, 1998) [7]
L’esquive (Abdellatif Kechiche, 2003) [7.5]
La graine et le mulet (Abdellatif Kechiche, 2007) [5] [probably one of the most critically overrated 2000s films, and a huge comedown from Kechiche's previous "L'esquive"]
Zero Day (Ben Coccio, 2003) [8]
Boxing Gym (Frederick Wiseman, 2010) [6.5]
Bir zamanlar Anadolu’da (Nuri Bilge Ceylan, 2011) [7.5]
Brooklyn’s Finest (Antoine Fuqua, 2009) [6.5]
La Soufrière – Warten auf eine unausweichliche Katastrophe (Werner Herzog, 1977) [7]
Stroszek (Werner Herzog, 1977) [7.5]
Echos aus einem düsteren Reich (Werner Herzog, 1990) [7.5]
Die große Ekstase des Bildschnitzers Steiner (Werner Herzog, 1974) [7.5]
Invincible (Werner Herzog, 2001) [7]
Wheel of Time (Werner Herzog, 2003) [6.5]
The White Diamond (Werner Herzog, 2004) [7.5]
House M.D., s4 ep.15 (Greg Yaitanes, 2008) [6]
House M.D., s4 ep.16 (Katie Jacobs, 2008) [6]
The Wild Blue Yonder (Werner Herzog, 2005) [6.5]
Encounters at the End of the World (Werner Herzog, 2007) [7]
My Son, My Son, What Have Ye Done (Werner Herzog, 2009) [5]
La région centrale (Michael Snow, 1971) [6]
The Ides of March (George Clooney, 2011) [6.5]
The Bad Lieutenant: Port of Call – New Orleans (Werner Herzog, 2009) [6.5]
The Adventures of Tintin (Steven Spielberg, 2011) [5]
Last Action Hero (John McTiernan, 1993) [7-]
Leviathan (Lucien Castaing-Taylor & Verena Paravel, 2012) [6.5]
The Imposter (Bart Layton, 2012) [7.5]
Frances Ha (Noah Baumbach, 2012) [7.5]
Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012) [6.5]
36 vues du Pic Saint Loup (Jacques Rivette, 2009) [6]
World’s Greatest Dad (Bobcat Goldthwait, 2009) [7+]
Mud (Jeff Nichols, 2012) [6]
Cave of Forgotten Dreams (Werner Herzog, 2010) [7]
Above the Law (Andrew Davis, 1988) [5]
Hard to Kill (Bruce Malmuth, 1990) [4]

BOOKS:
Die Leiden des jungen Werthers (Johann Wolfgang Goethe, 1774) [7]
The Three Stigmata of Palmer Eldritch (Philip K. Dick, 1965) [6.5]
Liberalism Against Populism: A Confrontation Between the Theory of Democracy and the Theory of Social Choice (William H. Riker, 1982) [8]

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Clip of the Day

Posted by StepTb su novembre 16, 2013



“Nessuno ci deve venire a far lezione, come noi non andiamo A CASA DEGLI ALTRI a dire che cosa devono fare loro.”
Maroni contro gli immigrati?
Silvio contro Bruxelles?
No, deputata PD contro I SIMPSON.

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