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Chinjeolhan Geumyassi / Sympathy for Lady Vengeance

Posted by StepTb su dicembre 20, 2005

Park Chan-wook
South Korea 2005
col. 112′

Chinjeolhan Geumyassi (2005, titolo internazionale Sympathy for Lady Vengeance, in Italia Lady Vendetta) chiude la cosiddetta “Trilogia della vendetta” con il capitolo nel complesso meno convincente.

Lee Geum-ja viene rilasciata dal carcere dopo 13 anni; in origine l’arresto era avvenuto dopo la sua confessione di aver ucciso un bambino soffocandolo, ma la pena era poi stata ridotta vista la trasformazione spirituale che la donna ha sembrato subire durante la prigionia. Una volta fuori, Lee Geum-ja cambia radicalmente carattere: la sua trasformazione era una maschera, in realtà la donna voleva uscire dal carcere il più presto possibile per vendicarsi di Mr. Baek, il vero autore dell’omicidio (la donna fu costretta a confessare un crimine non commesso perché Baek minacciò di ucciderle la figlia). Geum-ja torna a trovare le sue ex compagne di cella per chiedere una serie di favori (armi, vestiti, vitto e alloggio); una di queste è nel frattempo diventata la moglie di Baek. Successivamente rintraccia la propria figlia (nel frattempo adottata da una coppia australiana, e battezzata Jenny), ed infine si dirige a compiere l’agognata vendetta su Baek. Una volta a casa dell’assassino (che sua moglie ha appositamente addormentato dopo essere stata da lui malmenata), scopre che l’uomo ha in realtà ucciso anche altri bambini. Decide quindi di risolvere la situazione nella maniera più violentemente e, dal suo punto di vista, moralmente “giusta”, contattando tutti i genitori dei bambini uccisi, grazie alla complicità del detective che lavorò al suo caso.

Sympathy for Lady Vengeance è il terzo più barocco e superficialmente autoriale della “Trilogia della vendetta”, focalizzato più su simbolismi e narrazione visivamente stilizzata (ma stavolta è Chan-wook ad ispirarsi al Tarantino di Kill Bill, non viceversa) che sulla concatenazione tra gli eventi che si susseguono (la quale era invece il punto più di forza di Oldboy); la serie di vicende rappresenterebbe una sorta di cammino spirituale al termine del quale Lee Geum-ja raggiunge la propria “purezza” (simboleggiata dalla nevicata finale e dal dialogo sul “vivere candidi come il tofu” tra Geum-ja e Jenny), ristabilendo un “corretto” ordine delle cose, ed espiando il proprio peccato assieme alla propria frustrazione. Questa ricerca di una dimensione raffinata appare tuttavia forzata e non sincera, una sorta di verniciata pseudoautoriale alla Lars von Trier, dato che l’opera è chiaramente più ghignante e autocompiaciuta, nel proprio sfogo sadico-voyeuristico, che riflessiva e portante un qualche contenuto, come vorrebbe sembrare nelle sue sbandate finto-elegiache in cerca di conferire un supposto elevamento metafisico al semplice sfogo giustizialista centrale.

6.5/10

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