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Deftones – Saturday Night Wrist

Posted by StepTb su novembre 2, 2006

(Maverick, 2006)
Album

La carriera dei Deftones è affascinante. Dapprima presenta similarità sorprendenti con quella dei Tool: entrambi nascono alla fine degli anni ’80, entrambi diventano famosi cavalcando il successo di un genere nascente (il grunge per i Tool, il nu-metal per i Deftones), entrambi se ne staccano in fretta e inaugurano un percorso evolutivo che ha dell’incredibile, entrambi i singer aprono progetti paralleli con lo scoccare del 2000 (Keenan con gli A Perfect Circle, Moreno con i Team Sleep).
Nel 2003 questi parallelismi crollano: i Deftones danno alle stampe un album poco ispirato sia nelle soluzioni elettroniche (che sembrano trovarsi lì solo perché “rubate” ai Team Sleep) sia negli altri pezzi, tutti di sapore molto “core” e heavy (uno sguardo al passato con l’intenzione di riaffermarsi in mezzo alle band che stavano plagiando malamente il loro alternative metal). Qui inizia piuttosto un parallelismo con i “soci” Korn: anche Davis e compagni, dopo una serie di ottimi album, hanno fatto un passo falso poco ispirato e molto heavy in cerca di riaffermazione. I Korn hanno poi proseguito sulla strada della mediocrità con il leggermente migliore See You On The Other Side, più elettronico, più vario, ma anche molto piatto. I Deftones sembravano essere anche maggiormente in crisi. Finalmente uscito, nel 2005, l’album d’esordio del progetto alternative-dark-ambient-rock di Chino (i già citati Team Sleep), purtroppo inferiore alle aspettative, sembrava invero lontana l’uscita di un nuovo soddisfacente full-lenght del gruppo principale. Invece, dopo una raccolta di rarità e b-sides, i Deftones tornano sulle scene con un nuovo full-lenght appena l’anno successivo, sotto la produzione del grande Bob Ezrin (Pink Floyd, Nine Inch Nails).

Saturday Night Wrist è uno strano titolo per uno strano album. Il quintetto avrebbe potuto percorrere qualsiasi evoluzione: inasprirsi, addolcirsi, elettronicizzarsi. E invece ha preferito, fortunatamente, seguire la strada più enigmatica.
Saturday Night Wrist ripudia quasi completamente il precedente album della band, ma non si ricollega con chiarezza a nessuno dei lavori precedenti; la band ha proseguito senza dubbio lungo i suoi personali binari evolutivi, incorporando al proprio sound nuovi e particolari elementi. Stavolta le influenze più presenti sembrano essere proprio i Team Sleep, con annessi i vantaggi (una cura particolare per i passaggi più elettronici, ambient e onirici) che tale scelta comporta.
Questo nuovo lavoro del gruppo di Sacramento non può avvicinarsi al capolavoro della band (che resta l’ottimo White Pony), ma è un deciso passo qualitativo in avanti rispetto agli ultimi lavori del quintetto. Un passo molto più ampio e soddisfacente di quello compiuto dai Korn, per tornare ai parallelismi.
Cercando in tutti i modi di far sposare i mutamenti della loro anima ai mutamenti della nostra epoca, Chino e compagni scrivono un disco che può considerarsi il “trait d’union” tra un passato fortemente influenzato da hardcore e metal ed un futuro ricco di sfumature indefinibili: l’inafferrabilità delle atmosfere oniriche ritagliate a colpi di chitarra elettrica come metafora della precarietà che ormai sta vivendo l’uomo in ogni ambito della sua vita? L’utilizzo sia dell’elettronica sia dell’ambient sia del rock per simbolizzare una nuova era? Una serie di idee destinate ad essere la colonna sonora del nostro futuro prossimo?
Molto mistero, molta impalpabilità, quel che è certo è che tutti gli elementi messi sul piatto dal progetto Team Sleep sono qui sviluppati nella stragrande maggioranza dei casi in maniera molto più diretta ed incisiva, quindi superando nettamente in qualità il side-project di Chino; seconda cosa certa è che non dai soli Team Sleep si sono ispirati i cinque californiani per comporre questo disco: altre influenze evidenti sono una certa scena trip-hop inglese (ad esempio gli Archive, che già facevano capolino nei Team Sleep e nei pezzi più elettronici dei Deftones) e le evoluzioni più moderne del dream-pop, come ad esempio la scena post-rock e post-metal attuale (ebbene sì, ci sono piccole tracce di Mogwai, Explosions In The Sky e Isis disseminate qua e là).

Il risultato è qualcosa di indefinibile, a causa delle molteplici sorgenti, ma sorprendentemente omogeneo e compatto.
Se le prime tracce non svelano ancora il nuovo corso degli eventi ma si limitano ad introdurli (Hole In The Earth è un alternative metal imbevuto di post-rock, in cui questi due aspetti convivono alla perfezione, mentre Rapture è un metalcore anomalo e accompagnato dai sintetizzatori), sono i pezzi successivi quelli che fanno realmente gioire i sensi: Beware incrocia melodie avvolgenti e oniriche a riff monolitici, ricordando nei suoi 6 minuti ballate alternative mozzafiato come Minerva (una delle tracce più riuscite e sognanti del precedente album) o gli episodi più riflessivi di Around The Fur; Cherry Waves è semplicemente un capolavoro, un’altra power ballad dagli spunti post-rock e darkwave che disegna un’incantevole paesaggio rarefatto; Mein si altalena tra riff punkrock carichi di delay e ritmiche schizoidi mentre Chino ricama melodie sempre più lisergiche, e al momento del chorus troviamo come guest un Serj Tankian perfettamente incastonato nel brano (ancora una volta, come nella splendida Passenger in cui cantava Keenan, i Deftones sanno come trattare con i guest: la cosa più importante è rendere la traccia omogenea ed integrata al disco, non esplicitare il fatto di avere un ospite importante al microfono).
E i pezzi ottimi continuano a fioccare: l’enigmatica U,U,D,D,L,R,L,R,A,B,Select,Start (titolo derivante da un codice per le cheat nei videogiochi Konami) è una strumentale rilassata ma profonda, valorizzata da un drumming a metà tra trip-hop e jazz.
Xerces è ancora un collage di trip-hop (il drumming secco di Cunningham), post-rock (il pianoforte, gli echi) e hardcore (così contaminato da non avere più nulla di HC in senso stretto), su cui Chino disegna un chorus estremamente emozionale.
Una potente carica di hardcore vecchio stampo caratterizza piuttosto le strofe di Rats!Rats!Rats!, pezzo percorrente uno zig-zag continuo tra sferzate molto heavy e melodia, nel puro stile Around The Fur.
A questo punto arriva l’unica traccia deludente del disco: Pink Cellphone è elettronica insulsa, contenente un monologo molto weird e molto stupido di Annie Hardy dei Giant Drag (si mette a criticare le abitudini sessuali degli inglesi, ad esempio – nella versione “clean” del disco è ovviamente tutto tagliato per le eccessive volgarità), ma c’è modo e modo di inserire dell’humor volgare e malato in un disco rock (tali Tool dieci anni prima avevano realizzato una traccia chiamata Message To Harry Manback, qualcuno rimembra? Tutt’altra pasta rispetto a queste sfacciataggini da ragazzina indie).
Meglio skippare, e con gran piacere si scopre che il finale dell’album non scende di livello rispetto ai primi pezzi: Combat ha in sé tutto lo spirito del rock alternativo (una lunga intro ambient, un’esplosione con riff spettacolare di Carpenter, melodie sperimentali concatenate a raffica, urla hardcore su tappeto chitarristico), Kimdracula discende direttamente dalle power ballad di White Pony (risultando quindi di molto facile assimilazione, complice un chorus magnetico e altamente emotivo), mentre la conclusiva Rivière è forse il pezzo meno immediato e più sperimentale del disco (è quindi facile il paragone con il finale di White Pony).

I Deftones hanno fatto centro un’altra volta, e lo hanno fatto con la classe che manca alla stragrande maggioranza delle band sventolanti la bandiera “alternative metal” sopra alle loro teste. Particolarmente apprezzabile la volontà di non cancellare nulla del loro sound (restano presenti le venature dark, le venature elettroniche, le venature hardcore) pur riuscendo a modificarlo profondamente, inserendo elementi tanto inaspettati quanto incastonati alla perfezione.
Saturday Night Wrist è un disco che evita l’impatto frontale e più easy, richiede del tempo per essere assimilato (e forse è anche meglio così, ne avevamo piene le tasche del catchy strasentito di questi anni), ma qualitativamente è di poco inferiore se non pari ad un Around The Fur (quest’ultimo molto più heavy e immediato, certo, ma come qualità, forza e ispirazione sono sullo stesso livello); bestemmia? Assolutamente no, Saturday Night Wrist è uno dei tre album migliori fin’ora scritti della band di Sacramento. Ha solo due difetti: il primo è Pink Cellphone, il secondo è l’accidentale “import” dei difetti dei Team Sleep (eccessiva rarefazione, eccessivo impegno in ritmiche simil-ballad), che comunque la band cerca di tener lontani grazie ad un songwriting nettamente più ispirato, e concedendosi sfuriate come quelle di Rats!Rats!Rats! e Rapture.
Tutti i componenti offrono una prova convincente, specialmente Chino (sempre più sognante) e Carpenter, il quale ritrova finalmente l’ispirazione (viene a volte messo da parte in favore dei campionamenti, ma quando entra in scena è cento volte più convincente di come l’avevamo lasciato).
I fan dei Deftones più cattivi e urlati possono andarsene, qui non c’è nulla per loro, continuino ad ascoltare lavori tanto pestati quanto (ormai) superati (Adrenaline o l’omonimo) e lascino Chino e soci proseguire lungo quest’ottima strada di sperimentazione.


7/10

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