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Inland Empire

Posted by StepTb su dicembre 20, 2006

David Lynch
USA B/N col. 180 min

Inland Empire (2006) segna il passaggio di Lynch al girato digitale (con una Sony DSR-PD150), abbandonando la pellicola; in passato, il regista aveva sostenuto che il digitale non aveva ancora raggiunto le potenzialità espressive della pellicola, ma le nuove possibilità delle microcamere e dei programmi di editing l’hanno evidentemente convinto alla conversione.

Il film riprende due caratteristiche già viste in Mulholland Drive (il titolo preso da una località, che in questo caso è un’area metropolitana della Southern California, e il ruolo centrale di un’attrice che sta lavorando al making of di un film, che in questo caso è interpretata da una straordinaria Laura Dern), ma se ne discosta radicalmente a causa del suo approccio narrativo ultraframmentario, che porta all’estremo i contorti percorsi onirici tipici di quel film e, ancor prima, di Lost Highway. La narrazione di Inland Empire è un vero e proprio puzzle, che concatena l’una dopo l’altra sequenze apparentemente estranee tra di esse, ma in realtà legate da ricorrenze, dettagli impliciti e suggerimenti inconsci; Lynch, che durante la narrazione sfoga il suo estro visionario in svariate direzioni (inserendo a mo’ di collage anche delle parti provenienti dalla sua miniserie per il web Rabbits, un’allucinata sit-com surrealista con protagonisti umani dalla testa di coniglio che tengono conversazioni da teatro dell’assurdo nella stanza di un appartamento), sovente riuscendo a toccare superbamente la dimensione dell’incubo presente nell’inconscio (la donna che corre a rallentatore verso la camera, la faccia deformata di Laura Dern), sembra voler non solo sfidare pubblico e critica, ma anche far loro capire quanto i tentativi di rimettere in ordine cronologico e “spiegare” i suoi film siano eccessivamente fuorvianti e riduttivi, dal momento che il vero significato di ogni racconto cinematografico si può comprendere solo con la fruizione, entrando dentro al suo mondo e percependo la “big picture”. Il flusso di coscienza con cui Lynch narra Inland Empire rende così sterile lo sbobinamento e la spiegazione della sua serie di visioni provenienti da mondi separati (che in certi momenti si intersecano, come nei sogni e negli incubi), percepite come collegate per libera associazione finché non si riesce ad entrare davvero nell’esperienza narrativa del film, “capendolo”, e pone Lynch una volta per tutte nel gotha del cinema surrealista.

Con Inland Empire, Lynch porta all’estremo anche l’incorporamento della teoria freudiana del “fantasma”, già presente nel suo cinema passato e diventata definitivamente esplicita in Lost Highway (il trauma dell’uxoricidio e dell’imprigionamento che porta alla reazione della “fuga psicogena”); stavolta viene ridotto al minimo possibile il referente oggettivo (il “terreno di partenza”), e sin dall’inizio viene mostrata solo la variazione fantasmatica di reazione al trauma, che in questo caso pare essere il concatenamento di adulterio, rischio d’essere scoperta, lite col marito e aborto (simboleggiato dalla ferita nell’addome) che subisce la cosiddetta “Lost Girl” (la ragazza polacca, vera protagonista del film ed unico elemento che ci àncora alla realtà).

Questa costante estremizzazione narrativa presente sin dall’incipit è allo stesso tempo il punto forte e il punto debole del film, che per tale motivo non regge in termini di coinvolgimento emotivo per l’intera durata di ben 180 minuti (a cui sono stati persino tagliati 76 minuti poi assemblati in un extra dal titolo More Things That Happened), e non riesce a produrre un sostituto altrettanto efficace di quella sequenza di crescendo in tensione e poi shock esistenziale presente in Lost Highway e Mulholland Drive; resta anche parecchio bizzarra la scelta di far terminare la “realtà immaginata” con la danza a piedi nudi di un gruppo di ragazze sulle note di Sinnerman (nell’ottima e travolgente versione di Nina Simone), espediente simbolico della “liberazione” e “del lieto fine” che in un certo senso viene percepito come leggermente didascalico e pericolosamente vicino a quella particolare tipologia kitsch lynchana tipica di Wild at Heart, se confrontato con tutto ciò che si è visto in precedenza.

Buona parte delle riprese sono state effettuate in Polonia, e lo script è stato sviluppato da Lynch giorno per giorno durante la realizzazione stessa, dando alla narrazione un ancora più spiccato e spontaneo spirito “free” in stile flusso di coscienza.

Inland Empire segna anche un’interruzione del legame tra Lynch e Badalamenti: stavolta le inquietanti e atmosferiche musiche originali sono composte dallo stesso regista (e, sorprendentemente o forse no, con ottimi risultati), a cui vengono accostati brani pop-soul (Beck, Nina Simone, Little Eve), classici jazz (Dave Brubeck, Joey Altruda), e parti di musica classica firmate per lo più da compositori polacchi (Boguslaw Schaeffer, Krzysztof Penderecki, Witold Lutoslawski).

Una soddisfacente ricostruzione narrativa è stata attuata con successo da Bordoni e Marino per il numero 462 di Cineforum.

8/10

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