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TV on the Radio – Return to Cookie Mountain

Posted by StepTb su dicembre 21, 2006

Il terzo full-length dei TV on the Radio, Return to Cookie Mountain (4AD/Interscope, 2006), è un’opera che li consacra definitivamente come uno dei più interessanti act musicali “alternativi” nel mondo del rock e del pop.

La produzione è ulteriormente migliorata (anche grazie ad un high-budget), e nel frattempo sono entrati a far parte della band anche altri due polistrumentisti, ovvero Jaleel Bunton (batteria, ma anche chitarra, tastiere e cori) e Gerard Smith (basso, tastiere, chitarra, cori).
L’umore del disco riflette l’allargamento a quintetto e quindi una più sentita identità di “rock band”, un’euforia più giocosa e sperimentatrice in sede compositiva (che viene però quasi sempre utilizzata per costruire pathos emotivo, non per divertire), e un conseguentemente maggiore tour de force di bizzarrie stilistiche.

L’opener I Was a Lover è già un manifesto degli arrangiamenti geniali di Sitek e soci (battito electro-hip-hop, sample di fiati distorti, rumorismi epilettici, fratture percorse da pianoforti, esplosioni di chitarre shoegaze nel background), coronato dalle melodie vocali dal timbro inconfondibile di Adebimpe, che già stupisce grazie al suo peculiare falsetto (per chi si fosse perso le sue prove a cappella nei precedenti dischi); i fiati leggermente dissonanti tornano sull’anche più inquieta e vibrante Hours, trascinata da un drumming sporco e marziale avvolto da droni e trafitto da colpi alle tastiere, con Adebimpe che riesce a confezionare alcune delle sue melodie più catchy, giocando ancora con il falsetto e le sovrapposizioni vocali (facendosi aiutare anche dalla guest Kazu Makino dei Blonde Redhead).
La successiva Province trasporta tutto il calderone sonoro dei primi due pezzi verso una ballata molto più vicina ai canoni radiofonici, senza per questo sfociare nei cliché: gli inquietanti accordi al pianoforte esaltano con pathos il pezzo, mentre le voci stratificate (delle quali una è David Bowie) lo perforano, soprattutto nei momenti cantati nuovamente in falsetto; il testo palesa inoltre una certa maturità lirica, ormai raggiunta tramite un avvicinamento progressivo a tematiche non propriamente spensierate.
L’equilibrio melodico viene in ogni caso sbranato dalle successive Playhouses e Wolf Like Me (quest’ultima una celebrazione della licantropia come metafora della diversità individuale, oltre che un esplicito tributo allo storico bluesman Howlin’ Wolf), esplosive tracce guidate da possenti riff distorti digitalmente, drumming agitati e grandiosi lavori di stratificazione chitarristica, tastieristica e vocale (con polifonie vocali che toccano l’apice creativo in particolare nelle strofe della prima e in tutta la memorabile ultima metà della seconda).
La melodia vocale più catchy viene comunque forse regalata da A Method, su ritmo da marcetta, avvolta da distorsioni, percussioni, polifonie vocali derivanti alla lontana dal doo-wop, e con chiusura stratificata tra falsetti e fischiettii; al contrario, Let the Devil In è una caotica orgia di cori sgraziati, con strati di chitarre distorte e sezione ritmica percussiva.
Seguono poi la ben più “easy listening” power-ballad Dirtywhirl, ancora una volta un’esperienza sonora che agglomera una serie di svariate influenze da rock, pop e blues, rese oramai irriconoscibili grazie all’imponente lavoro d’arrangiamento a chitarre e tastiere, e il synth-pop con forti echi new-wave/gothic-rock di Blues from Down Here, arrangiato da borbottanti fiati e coniugato a progressioni armoniche rhythm’n’blues tramutate in battito indietronico digitale.
Chiudono il disco la lullaby con chorus in falsetto Tonight, dall’anima spettrale e dissonante, e gli 8 minuti dell’incubo digitale Wash the Day, che fondono assieme un tappeto industrial-rock distorto alla Nine Inch Nails, arrangiamenti orientaleggianti al sitar, melodie vocali catchy e spruzzate dissonanti.
Le successive 14 tracce sono composte ognuna da 17 secondi di silenzio, sino ai due minuti scarsi della traccia di chiusura, che raccolgono suoni d’ambiente registrati nella sala prove.

Nella release statunitense sono incluse come bonus-track Snakes and Martyrs (una prima versione di Hours), il remix Hours (El-P Remix) opera del rapper El-P, e l’inedita ballad jazz Things You Can Do.

Numerosi i guest: Katrina Ford dei Celebration (cori), Jeremy Wilms (violoncello su Hours), i già citati David Bowie (cori su Province) e Kazu Makino dei Blonde Redhead (cori su Hours), Omega Moon dei The Majesticons (cori su Playhouses), Martin Perna degli Antibalas (sax baritono su Wolf Like Me, fiati su Blues from Down Here), Stuart Bogie degli Antibalas (fiati su Blues from Down Here), Aaron Aites (cori su Let the Devil In), Aku Orraca-Tetteh, Akwetey Orraca-Tetteh e Devang Shah (cori e percussioni su Let the Devil In), Chris Taylor dei Grizzly Bear (fiati su Blues From Down Here, clarinetto su Tonight).

Con questo disco e il precedente, si può dire che i TV on the Radio abbiano coniato un nuovo approccio stilistico nel panorama della musica “popolare”, che, sebbene derivi parzialmente soprattutto da indietronica, post-rock e industrial-rock, in realtà ne risulta perfettamente slegato, e non solo grazie alle altre più disparate influenze che vanno a confondere il calderone (jazz, rhythm’n’blues, avant-garde, doo-wop), ma anche a causa del rimaneggiamento fuori dagli schemi e profondamente personale che i singoli membri hanno saputo trarre dal mosaico: quella disegnata dai TV on the Radio è una strada differente rispetto alle convenzioni trendy di pop, rock ed elettronica (riuscendo però a riprendere di tutti e tre i mondi lo spirito più affascinante), che porta con sé la forza di incenerire tutti quegli stilemi musicali in circolazione ignobilmente modaioli o esauriti dallo sfruttamento intensivo, e che scorre senza sbavature ad ogni ascolto in quanto non forzata ma sfociata in maniera naturale e fluviale dall’innato talento post-modernista della band stessa.

8.5/10

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