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Grinderman – Grinderman

Posted by StepTb su aprile 1, 2007

Mute Records/ANTI-, 2007
Album

Il primo omonimo album (Mute Records/ANTI-, 2007) rappresenta un cambiamento fondamentale nella carriera di Nick Cave: dopo aver percorso per anni un sentiero che l’ha portato sempre più lontano dai suoi esordi new wave, e sempre più vicino alla dimensione di maturo e raffinato cantautore, riconosciuto dal grande pubblico soprattutto perché capace di sfoderare cristalline e romantiche ballad, Cave con i Grinderman attua una reazione radicale, riparando a quella che probabilmente sente come una crisi di mezz’età, e cambia totalmente rotta sia a livello musicale che lirico.
Il sound di questa nuova band è un sagace mix di punk-blues alla Jon Spencer, di new wave dai toni industriali e dissonanti come nei The Birthday Party (il primo gruppo di Cave), e del cantautorato inquieto e gotico dei migliori Bad Seeds.
L’attitudine e la personalità di Nick Cave si trasformano, dando sfogo alle sue pulsioni più fisiche, lascive e luciferinamente decadenti, mentre il sound si esprime tramite febbricitanti blues-rock, wall of sound di distorsioni chitarristiche, clangori industriali.

L’apertura del disco viene affidata a quelle che sono forse le due tracce più travolgenti: Get It On parte come una declamazione vocale del solo Cave, a cui presto si aggiunge un riff di chitarra elettrica distorto in maniera terrificante, con funzione di infernale tappeto sonoro assieme alle percussioni, mentre brevi colpi di basso e pianoforte colpiscono la struttura come punti esclamativi; successivamente, la disillusa e sarcastica invettiva di No Pussy Blues descrive una serie di tentativi di seduzione che vanno inesorabilmente a vuoto (“I bought her a dozen snow white doves, I did her dishes in rubber gloves, I called her Honeybee, I called her Love, but she just still didn’t want to. She just never wants to. Damn!“) , mentre l’epilettico ribollire ritmico prepara per due volte l’esplosione nucleare di un devastante muro di distorsioni chitarristiche.

Il drumming epilettico di Depth Charge Ethel propelle un bizzarro incrocio tra chitarre noise tritatutto, progressione rock’n’roll di basso, e cori vocali da girl-group, con una potenza che torna più ferocemente in Honey Bee (Let’s Fly to Mars), super-boogie a rotta di collo ricco di spunti psichedelici, e nel garage-rock in chiusura Love Bomb, cantato con declamazioni da serial killer e fatto vibrare da stecche chitarristiche che mescolano blues, country e noise. Questi pezzi tradiscono più degli altri una delle influenze fondamentali del progetto, ovvero i febbricitanti psychobilly dei The Gun Club, aggiornati qui in maniera violenta e dissonante, prosciugandone l’anima esotica e sostituendola con un inedito spirito post-industriale.

Lo spirito tradizionale dei Bad Seeds resta tuttavia molto presente nella formula, e si rende evidente in pezzi come Electric Alice, alienante e lento, sostenuto da percussioni selvagge, percorso da vibrazioni elettriche disarmoniche e ultra-effettate (arrangiamento magistrale da parte di Ellis), immerso in un umore cupo e gotico; così come nella più acustica e folkeggiante Go Tell the Women, minimalista e soffusa, ma resa ancora una volta alienante da un umore new wave e da memorabili stecche chitarristiche.
Un punto d’incrocio tra i classici Bad Seeds e questa nuova rotta viene ben rappresentato da (I Don’t Need You To) Set Me Free, malinconica power-ballad in cui assumono ruoli fondamentali sia la rockeggiante linea di basso, sia i romantici arrangiamenti di pianoforte, sia le scariche chitarristiche da psychedelic-rock.
Il capolavoro dell’album resta però forse l’eccellente e tetra When My Love Comes Down, con dissonanze più avvolgenti e cantato più psicotico, in cui le ritmiche rallentano e Cave riesce ad entrare completamente nel ruolo di sciamano voodoo.

Quasi fuori posto suona invece il forse unico momento intimista e introspettivo, ovvero la breve confessione e riflessione di Man in the Moon, vicina al folk tinto di nero di Leonard Cohen, mentre forse troppo autoindulgente si rivela essere il continuo clangore dissonante di Grinderman, che scolpisce un’atmosfera disumanizzante ricordando più di ogni altro pezzo la new wave dei The Birthday Party.
Due relativi cali, questi ultimi, che comunque non impediscono a quest’abum di essere senza dubbio tra le migliori uscite dell’anno.

7.5/10

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