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Black Light Burns – Cruel Melody

Posted by StepTb su giugno 6, 2007

(I AM: WOLFPACK, 2007)
Album

Cruel Melody è lesordio (atteso da circa due anni) del supergruppo Black Light Burns, progetto partorito dalla mente di Wes Borland, celebre principalmente per la sua carriera nei Limp Bizkit, ma coinvolto negli anni anche in svariati altri progetti (Big Dumb Face, Eat the Day, The Damning Well, membro onorario nei From First To Last).
Nei Black Light Burns lo affiancano Danny Lohner (famoso per lavorare spesso con i Nine Inch Nails), Josh Eustis (dei Telefon Tel Aviv) e lonnipresente Josh Freese (ovviamente al drumming).
Per il primo disco Cruel Melody, inoltre, Borland rivisita e raccoglie le composizioni migliori scritte negli anni (e non rilasciate) per i suoi svariati sopraccitati side-projects.
La superband di polistrumentisti sulla carta dovrebbe quindi dare un risultato eccezionale, ma nella pratica ciò non avviene.

In realtà lanima del gruppo è spezzata, precisamente tra una base alternative metal (la chitarra di Borland), una voglia di industrial alla Reznor (i contributi di Lohner), e una ricerca del raffinato a tutti i costi, idea positiva ma che in più di un episodio porta la band verso lidi gothic-rock o ambient a sé stanti, senza connessione con il resto della proposta musicale.
Gli ingranaggi sono ben oliati, non cè che dire, la produzione è sopraffina e il sound (curato principalmente da Eustis) eccellente, ma a livello di songwriting la “macchina” sembra un mero assemblaggio di influenze riconoscibilissime, senza una vera personalità. Certo, un motivo è sicuramente il fatto che Borland abbia raccolto in un unico lavoro pezzi scritti per band (e quindi per “stili”) differenti, ma non convince a sufficienza.

Lopener Mesopotamia suona potente ma è costruita seguendo i dettami del robot-rock alla Josh Homme, quindi sembra uscita pari pari da un disco dei Queens of the Stone Age, le dà energia solamente una furiosa coda stile primi Marilyn Manson; decisamente più incisive invece le successive Animal (compromesso tra Trent Reznor e un rock alternativo melodico, pungente e fresco) e Lie (più pesante e arrabbiata, alla Rob Zombie); Coward spazia verso lidi più dilatati, ed è impreziosita da un assolo breve ma memorabile; la title-track cerca di essere un po un riassunto dei vari stili della band (battito sintetico, chorus smorzato, poi piega esplosiva; il tutto con i contributi di Carina Round alla voce).
E qui termina la prima parte del disco, che è anche la più interessante.
Le successive tracce sono banali e modaiole a dir poco, con il pastone di The Mark (chitarre alla Limp Bizkit e melodie vocali emo), I Have a Need (ancora emo, bello trendy), 4 Walls (parte come unimitazione dei Nine Inch Nails e poi vira ancora sullemo più scontato), Stop a Bullet (aborto elettro-noise che vorrebbe assomigliare ai Filter).
La chiusura invece sale di parecchi gradini qualitativi con lottimo crossover melodico punk-numetal-industrial-pop di One of Yours, lesperimento soffuso di New Hunger (industrial-elettro-ambient come nei migliori Team Sleep), e ancora un altro episodio elettronico rilfessivo con I Am Where It Takes Me (in cui le guest vocals di Johnette Napolitano si ritagliano quasi una dimensione new-age). Il termine vero e proprio è affidato però a Iodine Sky, sorta di colonna sonora strumentale a drammi arcadico-industriali (forse ridondante, perché 8 minuti non erano necessari, ma certamente suggestiva).

Un peccato che quindi la band non abbia ancora una propria personalità e sia tanto divisa tra anime differenti (che, invece di confluire assieme come succede nella prima parte del disco, quasi sempre divergono e si combattono, e purtroppo spesso -vedesi la parte centrale- vince sulle altre lanima più becera), ma forse lesperienza in futuro sopperirà al difetto, in fondo non stiamo parlando degli ultimi della classe.
Certo però è che, dopo un tale battage, da un chitarrista estremamente creativo come Borland ci si aspettava qualcosa di più spiazzante, non un disco che per una buona metà suona piatto e già sentito.
Una nota a parte è invece da dedicare allapproccio vocale di Wes, che (coerentemente al disco) è una spugna di citazioni e stili differenti: dai Finch a Rob Zombie, da Fred Durst a Mick Jagger, dagli Static-X ai Ministry.

Voto: 6.5/10

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