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Queens of the Stone Age – Era Vulgaris

Posted by StepTb su giugno 11, 2007

(Interscope, 2007)
Album


Lullabies To Paralyze aveva lasciato un po’ l’amaro in bocca, per tutta una serie di motivi, tra cui la cacciata di Oliveri e un Homme decisamente meno ispirato e più egocentrico del solito; ma, dopo una “passeggiata per rinfrescarsi le idee” (ovvero il secondo disco del goliardico side-project Eagles Of Death Metal), Josh è tornato in forma.
Era Vulgaris è il naturale proseguimento di Lullabies To Paralyze, ma ne corregge praticamente tutti i difetti. L’elemento più apprezzabile è difatti il modo in cui, nonostante i terremoti di line-up che hanno minato stabilità e quindi alchimia della band (Oliveri è out da tempo, Grohl ormai è fantascienza, Lanegan è troppo impegnato e qui contribuisce ad un solo brano, perfino Johannes ha da poco abbandonato la formazione), i Queens Of The Stone Age si siano resettati e abbiano ricominciato, da Lullabies To Paralyze in poi, un nuovo cammino. E questo cammino è in evoluzione.

Si parte da un’opener assolutamente non frenetica (al contrario dei canoni a cui ci aveva abituato Homme), Turning on the Screw, immersa in chitarre scomposte e bassi sintetici (il pensiero va alla new-wave) e cantata con melodie brit-pop alla Oasis.
Si prosegue con il primo singolo Sick, Sick, Sick; il contributo alla voce (contributo come sempre quasi impercettibile, è così che Homme intende i guest) è di Julian Casablancas (direttamente dai The Strokes), ritmiche e chorus sono decisamente radio-friendly e poco originali, ma colpisce ugualmente l’utilizzo di una produzione impastata e “stoner” su chitarre e sezione ritmica.
I’m Designer guarda nuovamente un po’ alla new-wave (le chitarre delle strofe) e un po’ al brit-pop (le vocals alla Blur), ma con il proseguimento del pezzo le chitarre diventano sempre più rumoristiche e coinvolgenti (con un occhio al lo-fi stile Pavement), e le melodie grunge-pop di strofe e chorus entrano in testa con prepotenza.
In the Hollow è una parentesi più lenta (ma non definibile ballad), con le chitarre sullo stile di Autopilot (e in effetti un po’ tutto il disco rimanda a Rated R, come varietà di stili e stati d’animo), valorizzata da un’atmosfera sognante.
Con Misfit Love Homme esplora il territorio del noise (chitarre abrasive, basso distorto, synth) ma lo evolve in un’esplosione di melodie psichedeliche; e ancor più psichedelica e rumorosa è la successiva Battery Acid, che alterna ritmiche estremamente sincopate a deviazioni grunge (alla Soundgarden e ultimi Nirvana).
Make It Wit Chu, originariamente composta in una delle tante Desert Sessions, riporta la calma: tappeto sonoro stile southern-rock ma sincopato, voce in tono suadente supportata da cori in falsetto, assolo perfettamente integrato; chiude il pezzo una citazione ai synth di quella che sarebbe la title-track (esclusa dalla tracklist originale).
E si prosegue alla grande con 3’s & 7’s, uno dei vertici: centralità del (fantastico) riff (come in Sick, Sick, Sick, come in Battery Acid, come in un po’ tutto l’album), vocals travolgenti, chitarre sempre travolgenti e mai ripetitive, impasto sonoro alla “wall of sound” e assoli taglienti che contrastano splendidamente la melodicità del chorus.
Suture Up Your Future crea un riuscito climax, da un mood delicato stile ballad ad un’esplosione psichedelico-kyussiana.
River in the Road, la traccia su cui canta anche Lanegan, è una cavalcata tribale (con un Castillo finalmente grande, decisamente la sua performance migliore del disco) immersa in distorsioni chitarristiche e contornata da vocals ancora una volta sommesse, suadenti, nonostante la confusione rumoristica che le circonda.
E si conclude con un’altra delle perle dell’album, Run Pig Run, sublimazione degli esperimenti più schizoidi e noise dell’album: i Sonic Youth che suonano Stoner; la chiusura è letteralmente col botto.

Sulle edizioni destinate al mercato di UK e Giappone troviamo anche una manciata di bonus track.
La breve Running Joke è una sorta di ninna-nanna in un crescendo di distorsione: da un carillon-pianoforte all’entrata in scena di chitarre e batteria, ad una cappa sintetica.
La title-track, inspiegabilmente omessa dalla tracklist ufficiale, è un canonico ma coinvolgente pezzo robot-rock: strofe sincopate e “rimbalzanti” alla No One Knows, chorus aggressivo e decadente; i contributi alla voce sono di un inconfondibile Trent Reznor.
Infine, presente solo sulla versione giapponese del disco, c’è The Fun Machine Took a Shit and Died; originariamente scritta per venire inserita in Lullabies To Paralyze (i nastri furono persi, creduti rubati, e poi ritrovati in un altro studio), è abbastanza trascurabile rispetto alle altre due.

Il cuore della band è rimasto ancora una volta il trio Homme-Castillo-Van Leeuwen. Il primo regge la baracca quasi interamente e, nonostante questo disco non sia paragonabile ai vertici toccati con i Kyuss, si riconferma come uno dei più grandi rocker in circolazione; il secondo purtroppo costituisce uno dei principali difetti dell’album, a causa del suo drumming eccessivamente semplice e “robotico” (e fa rimpiangere Grohl, più d’impatto e molto più vario); il terzo al contrario è come al solito impeccabile, un’ottima spalla per Homme.

Era Vulgaris non è per nulla dispersivo. Non c’è nessun filler, i pezzi sono stati accuratamente composti e selezionati per formare un disco il più compatto e il meno “inutile” possibile. Alla base ci sono una quantità sufficiente di idee, passione e capacità di dire qualcosa (elementi che mancavano in Lullabies To Paralyze). Certo, il risultato è meno immediato, d’impatto e travolgente rispetto a Songs For The Deaf, e la mancanza di Oliveri, di Lanegan e soprattutto di un drummer alla Grohl si percepisce notevolmente, ma il disco (nonostante scontenterà sicuramente tutti i fan dello Stoner, appunto perché vario e bizzarro) si colloca ugualmente tra i più stilisticamente interessanti lavori della band. Eterogeneo ma senza mai perdersi (difetto invece presente in Rated R), ricco di idee chitarristiche, sensibilmente privo di fastidiosi compromessi con la commercialità patinata.


6/10

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