StepTb blog

Black Coffee Blues

  • Archivio

  • Categorie

  • Best albums

  • Best films

Korn – Untitled

Posted by StepTb su agosto 20, 2007

(EMI/Virgin, 2007)
Album

L’ottavo album in studio dei Korn esce in un clima piuttosto critico: la band è ormai ridotta a tre elementi (Davis, Munky e Fieldy), con Head ormai perso e David Silveria a prendersi una pausa a tempo indeterminato per stare con la sua famiglia. Proprio a sostituire Silveria, su questo ottavo album compaiono Terry Bozzio (celebre batterista di impostazione jazz che in passato lavorò con Frank Zappa), Brooks Wackerman (nuovo acquisto dei Bad Religion) e lo stesso Davis alle pelli.
In secondo luogo, anche l’aspetto produttivo è passato attraverso diverse incomprensioni, tanto che l’iniziale duo The Matrix & Atticus Ross (lo stesso che produsse See You On The Other Side) si è molto presto ridotto al solo Atticus Ross per via della piega troppo pop che The Matrix stava dando al sound (con il solo Ross a controllarlo, invece, abbiamo un deciso sguardo verso il suono dei Nine Inch Nails, di cui Ross è un fidato collaboratore).

L’album, che è senza titolo (“Why not just let our fans call it whatever they wanna call it?“, dice Davis), si apre con una Intro a metà tra vaudeville e musiche da freak show anni ’20 (atmosfera che contamina bene o male un po’ tutto il complesso del lavoro).
Segue un inizio pessimo, con due tracce decisamente scadenti: Starting Over è una parata di cliché, che si eleva solamente nella cupola finale, eterea ma tagliente e angosciosa, mentre Bitch We Got a Problem, dal testo incentrato sulla schizofrenia, è musicalmente ricalcata sulle peggiori tracce di See You On The Other Side, a partire dalle ritmiche sino agli effetti chitarristici, passando per le melodie vocali.
Arrivando ad Evolution (anche primo singolo estratto) ci si rende facilmente conto di quanto sia la cosa migliore ascoltata dall’inizio dell’album: strofe claustrofobiche, testo intelligente e inquietante, chorus catchy ma non scontato. La canzone tra l’altro è stata subito al centro di un inutile dibattito tra la band e i fan dei Devo (con successivo intervento persino di Gerald Casale), che hanno accusato Davis e soci di aver rubato l’idea alla base (la de-evoluzione umana), ma ovviamente è solo sterile polemica (l’idea alla base non è stata certo un’invenzione dei Devo, semmai lo è stata la forma, e la forma in cui la esprimono i Korn ne è lontana anni luce).
A questo punto del disco ci si accorge comunque di un certo insoddisfacente esilio delle chitarre a ruolo di contorno, ma Hold On ripara alla lacuna riportando la pesantezza, ed esplode in una delle migliori combo bridge-chorus del disco.
Kiss è forse il vertice dell’album: una ballata tesa e inquieta, tra ritmiche epilettiche e contorno di arrangiamenti (pianoforti, synth, archi, mellotron e quant’altro) sempre presenti ma mai soffocanti e, cosa più importante, mai banali. La successiva Do What They Say ne è il naturale proseguimento: una distorsione gotica e opprimente in cui, a partire dalle tenui melodie di base, esce allo scoperto tutto il background gothic-rock e new-wave della band (specie di Davis), tra arrangiamenti industriali, rigurgiti laceranti, contrasti nei quali il rumore diventa progressione armonica.
Un esperimento che si tenta anche sulla seguente Ever Be, ma che stavolta non riesce davvero (tolti gli arrangiamenti molto curati, gli effetti chitarristici e la variazione di ritmica a metà traccia, restano in mano troppe scontatezze).
Love and Luxury è invece una delle tracce più azzardate (nel senso di più lontane dagli standard della band) ma anche trascinanti, tra le chitarre immerse in un calderone di effetti, una ritmica incalzante, svariate parentesi eteree, ed un continuo contrasto rumore-melodia con quest’ultima a sembrare quasi cacofonica (merito di Ross).
Un deciso calo si ha invece con l’aggressiva Innocent Bystander, ottima nelle parti di chitarra ma latente in tutto il resto: manca decisamente l’ispirazione e in Davis pare non ci sia quasi più nemmeno l’attitudine ad interpretare pezzi heavy. Come dimostra anche la prima parte di Killing, che da un’intro molto heavy va inizialmente a parare sullo stesso lido melodico-armonico già sentito anche eccessivamente sui pezzi meno freschi di See You On The Other Side o sulle meno ispirate tracce precedenti (Bitch We Got a Problem su tutte); ma almeno nella seconda parte (dal secondo chorus sino al termine) riesce a sollevarsi con una chiusura realmente angosciante e violenta, finalmente penetrante.
Hushabye è invece una delle tracce peggiori del lotto, troppe banalità e un chorus semplicemente brutto; si salvano solo le minime parentesi riflessive guidate da basso e percussioni (e c’è Davis alle pelli).
La finale I Will Protect You è al contrario uno degli esperimenti più creativi e più riusciti del disco, tra escursioni chitarristiche molto cupe e pesanti, arrangiamenti dissonanti, e una serie di elementi tipicamente korniani mescolati con grande maturità. La struttura del pezzo è disorientante e quasi vicina ad una mini-suite, mentre la chiusura (gli ultimi due minuti circa) sferra un pugno nello stomaco che lascia l’ascoltatore non con una sensazione di oppressione (come le ultime tracce dei loro precedenti dischi) ma di sfogo; è l’episodio che più di tutti mostra l’influenza di Bozzio sul songwriting.

L’ottavo album dei Korn non è un gran disco, c’è da dirlo, ma non si può imputare tutto ad un calo di ispirazione: come detto nella premessa la stabilità della band è stata minata da una serie di problemi, sia a livello produttivo che di line-up (e anzi, Bozzio ha registrato solamente 6 tracce per poi andarsene a causa di “conflitti personali”). L’elemento più confortante è che i Korn non si siano adagiati neppure stavolta sulla medesima formula stilistica, andando invece nuovamente a cercare la novità, il lido differente.
Ma lo spiraglio per un futuro convincente è rappresentato più di tutto dalle ottime Kiss, Love and Luxury e Do What They Say: è in quella direzione che la band deve spingersi, sfogando la sua vena gothic e dark, tra strappi industriali e atmosfere eteree e romantiche. Non avranno più molto da spartire con i Korn del passato, ma almeno si troveranno in un territorio in cui sapranno esprimersi, e risultare molto più facilmente affascinanti. Perché, qui, le tracce che rappresentano maggiormente un ponte con il passato sono anche le peggiori (ad eccezione delle più creative nel rileggerlo: I Will Protect You, Evolution, Hold On, Killing. E basta). Altri passi in direzioni che non riescono a conciliarsi con lo spirito interno di Davis e soci non porteranno a nulla, così come irriteranno altri ricicli delle soluzioni produttive o melodiche di See You on the Other Side.
Un altro album che suonerà come “di transizione”, con una serie di tracce-compromesso colme di cliché invece di un’apertura netta e chiara ad un nuovo percorso, difficilmente potrà dire ancora qualcosa di non noioso, visto che già in questo ottavo lavoro metà delle tracce possono essere tranquillamente dimenticate.

5/10

Annunci

2 Risposte to “Korn – Untitled”

  1. zonarockkk said

    ciao, complimenti x il bloge soprattutto x i tuoi gusti musicaliche in gran parte condivido…passa dal mio blog se t va..un salutociao!

  2. utente anonimo said

    ok

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: