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Liars – Liars

Posted by StepTb su settembre 21, 2007

Con il quarto album, l’omonimo Liars (Mute, 2007), registrato al Planet Roc di Berlino, il trio compie un ennesimo cambiamento stilistico, seppur non radicale, e prende una certa distanza dalle sperimentazioni più astratte, free-form e surreali di Drum’s Not Dead in favore di un sound più legato alla scena indie-rock e noise-rock.
Il momento più rock e potente in realtà risulta proprio l’opener Plaster Casts of Everything, con batteria a martello, riffing possente che intreccia chitarre e synth, pulsante loop di basso, voce che grida un falsetto spettrale, sino ad uno stacco che introduce una coda costruita su di un altro potente intreccio di chitarre e synth, con batteria ancora più fragorosa.
Houseclouds mixa un beat electro-hip-hop con tastiere synth-pop, mentre Andrew passa dal falsetto caricaturale a refrain melodici riverberati, ma la successiva Leather Prowler, un’orgia rumoristica di battiti ultra-distorti e stecche chitarristiche, oltre a riportare in primo piano il lato più lo-fi della band pare anche finalizzata a rinnegare gli eccessi catchy della track precedente.
Una ballad onirica sulla scia di quelle presenti in Drum’s Not Dead arriva con Sailing to Byzantium, tuttavia accompagnata da un battito piuttosto regolare e sporcata solo da qualche bizzarria in arrangiamento (lontani colpi dissonanti), almeno sino alla potente coda introdotta da un giro distorto e accompagnata verso la fine da organi quasi prog-rock e un tipico lagnoso falsetto di Andrew.
What Would They Know disegna un altro paesaggio psichedelico, vagamente surreale e lo-fi, con fragorose schitarrate, tensioni orientaleggianti, voci da oltretomba e una massiccia dose di riverberi e stratificazioni piuttosto amatoriali.
Il breve synth-rock Cycle Time fa esplodere gli strumenti in due distinti loop che ne costituiscono la prima e seconda metà, mentre la produzione tendente al noise li rende psichedelici e la voce in falsetto ne potenzia l’aspetto surreale.
Andrew vira quasi sul crooning in Freak Out, sorta di voodoobilly con linea di basso distorto, ossessivo pattern batteristico, e soprattutto un magma incontrollabile di riverberi chitarristici.
Il trio resta ancora nei territori del noise-rock lungo la successiva Pure Unevil, dominata da dissonanze, ritmo minimale a martello e sgraziate stecche alla chitarra di scuola The Velvet Underground, si vivacizza con la più groovy e danzereccia (ma non meno frastornante) Clear Island, ma poi sprofonda nell’inutile The Dumb in the Rain, costituita da autoindulgenti muri di stratificazioni e anonime distorsioni riverberate, prima della chiusura Protection, altra ballata sintetica, stavolta soffocata da un continuo massiccio drone tastieristico dal sapore tristemente funebre.
La sensazione è che ai pezzi del disco stavolta manchi un vero cuore emozionale, risultano esperimenti ancora una volta creativi e intriganti, ma stavolta paiono sempre parzialmente annoiati da se stessi, nel loro succedersi si riesce raramente a percepire la passione della band nell’esprimersi.

6.5/10

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