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Grindhouse

Posted by StepTb su ottobre 23, 2007

Grindhouse
Quentin Tarantino & Robert Rodriguez
USA 2007
col. e b/n, 191

Grindhouse è un progetto diretto a quattro mani dagli amici registi Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, in un tentativo di ridare splendore al "grindhouse" americano (le "grindhouses" erano i cinema specializzati nel proiettare exploitation film in formato doppio o triplo, che hanno avuto il proprio picco di popolarità tra il 1955 e il 1975).
Grindhouse si compone di Death Proof (il film diretto da Tarantino), Planet Terror (quello diretto da Rodriguez), e una serie di divertenti falsi trailer ad introdurre i due lungometraggi (trailer diretti da Rob Zombie, Edgar Wright, Eli Roth, e Rodriguez stesso).
A causa del flop al box-office statunitense, lopera è stata segata in due parti per le proiezioni nel resto del globo, ma sarebbe un errore considerare i due lungometraggi di cui si compone in modo separato, anche solo per il fatto che il setting spazio-temporale è comune (entrambi iniziano in Texas nello stesso periodo, e alcuni personaggi texani compaiono sia nel primo che nel secondo; e, tra laltro, è lo stesso Texas di Kill Bill, quello con lo sceriffo Earl McGraw -interpretato anche qui sempre da Michael Parks-).
Il fatto positivo è almeno che, nel venire riproposti singolarmente al cinema, siano stati riportati al loro minutaggio originale.

A) Death Proof
90 ["grindhouse" version], 127 [extended version]

Il folle Stuntman Mike ha il vizio di utilizzare la sua automobile "a prova di morte" (ovvero ultra-rinforzata perché, appunto, da stuntman) per ammazzare giovani donne, senza nessun apparente motivo; ma, quando si metterà contro le ragazze sbagliate (tre amiche, di cui due stuntwomen), ne pagherà le conseguenze.

Lerrore fatale nel giudicare Death Proof è probabilmente quello di ridurlo al livello di una guerra tra i sessi, o nello specifico di una "rivincita" pseudo-femminista prendendo in considerazione solo la relazione causa-effetto tra le azioni. In realtà lintero insieme è una grande messa in scena di un masochismo volontario che parte dal feticismo a sfondo sessuale (le fotografie che fa Mike, le inquadrature continue di precise zone fisiche femminili, labbigliamento delle donne, il loro mestiere sempre legato al mondo dellimmagine, sia cartaceo che cinematografico che pubblicitario) e dallesaltazione divina della figura che lo produce (le ragazze, in questo caso) per autoconcludersi con lannullamento fisico di chi volontariamente cerca di sopraffare ciò che è esaltato. Tarantino infatti non dipinge, come molti hanno affermato, un mondo in cui la donna è dominante dallinizio alla fine su di un universo maschile impotente, ma anzi evidenzia nelle proprie eroine uninsopibile dipendenza sessuale (specie con i dialoghi) che ha preso il posto di una speranza nella volontaria dipendenza sentimentale di un rapporto tradizionale (si veda come si conclude la sequenza dei messaggi al cellulare che spedisce Jungle Julia, o la "conversione" finale dal "mondo delle caste" al "mondo delle stuntwomen" di Abernathy), che quindi va a sfociare in una relazione possibile solo con chi dellaltro sesso abbraccia questa visione (le figure maschili con cui il primo gruppo di ragazze passa la serata al bar sono semplicemente patetiche, ma sono la compagnia logicamente conseguente al loro comportamento). Stuntman Mike, rappresentante di una visione del mondo egocentrica e violentemente repressoria, vuole mettere le cose sul proprio binario, in un rapporto predatore-preda che soddisfi la sua violenza, ma sbaglia su tutti i fronti (è il primo a partire da un assunto idealizzante della donna, è il primo a non riconoscere gli errori della propria condotta) e va incontro alla distruzione, conseguenza inconscia del suo stesso desiderio represso; viene quindi soddisfatto, perché nella sconfitta appaga la propria pulsione masochista, e vince, perché dal suo punto di vista dimostra paradossalmente che il mondo femminile corrisponde alla propria idea. La morale finale è dunque perfidamente perversa, e riassume un po tutta la confusione di ruolo tipica della nostra epoca.
E Tarantino la racconta con una regia geniale, che sfugge ai canoni narrativi tradizionali (costruisce la storia su due scene-madri, il resto lo gestisce come un raccordo), che mescola elementi vecchi e nuovi in una metafora citazionista cinematografica (la colonna sonora e le automobili depoca dritte dritte dai film anni 70 -alcuni citati anche esplicitamente-, liPod e i cellulari come simboli della nuova generazione) che non fa prigionieri nemmeno sul piano stilistico (le carrellate, le zoomate, il bianco e nero, la pellicola "rovinata" ad hoc, il montaggio volontariamente sbilenco), e che regala alla storia del cinema due sequenze da antologia (le sopraccitate scene-madri: la prima uno spettacolare incidente a sfondo perverso che non si vedeva dai tempi di Crash di Cronenberg, la seconda un lungo inseguimento mozzafiato con il ribaltamento inseguitore-inseguito).
Lasciano il tempo che trovano, invece, le teorie di chi vede Mike essere una rappresentazione del "vecchio cinema" e le ragazze "il nuovo cinema"; queste ultime ad esempio sono divise tra chi non ha mai sentito nominare Vanishing Point e chi invece lo idolatra, e coloro che lo idolatrano secondo questa teoria non potrebbero essere quelle che lo vogliono fare a pezzi (e invece sono proprio le più violente, linsieme delle "stuntwomen"); più plausibile che Mike sia stato modellato anche per rappresentare un po il mondo che Tarantino cita, ma metafore cinematografiche simili appunto non valgono affatto per le ragazze (se ovviamente si esclude lapparato autocitazionista, ad esempio Zoë Bell che interpreta se stessa).
Lasciano il tempo che trovano anche i pareri di chi ha tacciato la pellicola di eccesso dautoreferenzialità e autocompiacimento: ci sono entrambi, certo, e in forti dosi (daltronde la visione femminile da cui si parte è classicamente tarantiniana, e poi a seguire ci sono mille autoriferimenti a Pulp Fiction, Kill Bill e Jackie Brown), ma lo spettatore medio ha comunque una serie di sequenze e di punti di riferimento che non lo fanno affatto smarrire, anzi, lo tengono incollato per tutta la durata del film.

6.5/10

B) Planet Terror
80 ["grindhouse" version], 105 [extended version]

Un agente biochimico di nome DC2, al centro di un traffico tra uno scienziato ed un manipolo di militari, si propaga in una cittadina del Texas. Presto sempre più abitanti verranno contagiati, trasformandosi in zombie, ed un gruppo di persone lotterà per sopravvivere alla minaccia.

Planet Terror è unopera di omaggio al grand-guignol e allo zombie-cinema di serie B, in un periodo in cui nessuno ne sentiva il bisogno (tanto per ricordare: nel 2002 è uscito 28 Days Later di Danny Boyle e proprio nel 2007 il suo sequel 28 Weeks Later di Juan Carlos Fresnadillo; tra il 2002 e il 2007 sono usciti i primi tre film della saga di Resident Evil; nel 2004 sono usciti Dawn of the Dead d
i James Gunn e Shaun of the Dead di Edgar Wright).
Planet Terror ha, nella prima metà, le carte in regola per poter essere almeno uno zombie-movie senza pretese ma incisivo, uno di quei classici splatter che inchiodano lo spettatore senza frastornarlo con effetti speciali milionari messi a casaccio (vedesi la saga di Resident Evil) e prendendo dagli horror di seconda categoria la loro tipica ironia cinico-macabra, a dare consistenza e coinvolgimento (le sequenze nellospedale ad esempio sono un ottimo mix tra inquietudine, splatter, cinismo e humor). Invece la premessa fallisce, perché, proseguendo nel lavoro, Rodriguez si fa prendere la mano dalleccesso di demenza (non demenzialità), facendo assistire lo spettatore alla messa in scena di qualsiasi idiozia possibile (solo un piccolo assaggio: una spogliarellista che si fa innestare un fucile al posto della gamba mozzata, e lo utilizza per abbattere i non-morti a mitragliate con, probabilmente, la forza della telecinesi, visto che nessuno preme il grilletto; o la stessa "eroina" che, nel mezzo di un massacro, trova degli occhiali da sole -intatti!- al suolo, e dunque logicamente si blocca per una decina di secondi verso la camera per poter eseguire una posa da fotomodella, mentre il suo ragazzo viene ucciso alle sue spalle). In tutto ciò lo spettatore non può divertirsi, si sente anzi preso per i fondelli a sciropparsi i voli illogici e incoerenti di unopera dautocompiacimento goliardico, e soprattutto non può fare a meno di irritarsi durante i siparietti "drammatici" come la morte del ragazzo della protagonista (come si fa solo a pensare di poter percepire seriamente il dramma in una baracconata simile? E, se è parodia anchesso, dove sarebbe leffetto comico o liberatorio?). Esattamente loperazione che, ad esempio, Edgar Wright aveva tentato in ogni modo di evitare con la sua horror-commedia Shaun of the Dead, cercando sempre di rimanere coerente e concreto nello svolgersi degli eventi, nonostante le forti tinte demenziali, e riuscendo quindi a coinvolgere lo spettatore. Planet Terror invece non sa nemmeno cosa sia la cosiddetta "suspension of disbelief", e se ne frega che essa abbia dei limiti costruiti proprio dalle premesse e dal setting, arrivando persino a mettere in piedi un finale che definire "stupidaggine cosmica" è eufemismo.
Unoperazione fatta per divertirsi (e non per divertire il pubblico), un soggetto abusatissimo, un budget milionario buttato via in trovate non-sense, delle premesse potenzialmente coinvolgenti sprecate. Sostanzialmente questo è trash volontario e autocompiaciuto. Perché Planet Terror non è citazione e ammodernamento dellhorror splatter (come invece era From Dusk Till Dawn, dello stesso regista ma scritto da Tarantino, un film che funzionava realmente e che aveva un senso) e non ha unoncia del fascino o dello stile di Death Proof, è solo un giocattolo che "funziona" a sangue, effetti speciali, ritmo sostenuto e trovate sciocche, non superiore nemmeno di mezzo gradino a tutti i film simili che si prendono troppo sul serio, non superiore nemmeno di mezzo gradino a tutti i blockbuster infarciti di idiozie identiche (qualcuno ha detto Pirates of the Caribbean: At Worlds End?).

5.5/10



C) Planet Terror > Death Proof?

Coloro che sostengono la tesi della vittoria su tutti i fronti di Planet Terror su Death Proof sbagliano clamorosamente.
Ad esempio, da Film.it: "dove in quello infatti si assisteva ad una riproposizione troppo autoreferenziale di una passione che si esplicitava senza il minimo contributo di uno straccio di canovaccio narrativo, nel film di Rodriguez assistiamo invece al tentativo giocoso di riproporre prima di tutto lo spirito guascone dei lavori di quel genere, ma raccontando al tempo stesso una storia – fracassona quanto si vuole, non c’è da obiettare su questo, ma comunque una storia." Frase che evidenzia unincapacità di riconoscere unevasione riuscita dai classici schemi narrativi (Death Proof) superiore ad una riproposizione di un filone narrativo stra-abusato nel cinema di genere (Planet Terror), e qui si può chiudere, perché se manca la capacità di riconoscere quale delle due premesse sia superiore allaltra, non ha senso nemmeno prendere in considerazione il resto dellopinione.
Da mymovies.it: "Intellettuale forse non lo è ma colto di sicuro. Perché si nutre di una cinefilia acuta che rilegge non solo con il gusto un po onanistico della rivistazione filologica (come accade ad altri) ma rivitalizza lo "ieri" con potenti e irriverenti iniezioni di attualità." E invece la cinefilia di Planet Terror non è per nulla acuta ma ferma ad un livello elementare, e non innova proprio un bel niente (sul zombie-movie è già stato detto tutto, e, come già detto, in questi anni il genere lo sta affrontando chiunque; questo è solo il festival delleccesso fine a sé medesimo); se poi le iniezioni dattualità sono i riferimenti alla guerra in Iraq e a Bin Laden, sarebbe stato meglio evitarle (Bruce Willis che asserisce di aver sparato a Bin Laden, con conseguente elogio a "ciò che ha fatto per lAmerica", è ridicolo, e non è parodia, ma solo lennesima faccia di un patriottismo che gioca con i propri cliché senza smettere di crederci profondamente).

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