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Sukkar banat

Posted by StepTb su dicembre 21, 2007

Nadine Labaki, classe 1974, è un’attrice e regista libanese.
Debutta girando video musicali, attività che proseguirà per circa 5 anni prima del salto al grande schermo.

Nel 2007, scrive e dirige il suo debutto cinematografico, ovvero Sukkar banat (titolo internazionale Caramel).
Il film, formalmente, è eccellente: fotografia limpida e calda, montaggio curato con ritmi perfetti, setting inusuale in una Beirut esotica e priva dell’ombra della guerra e dell’intolleranza religiosa.
Ma la sceneggiatura non regge molto.
Lo spunto iniziale è una variante libanese e più drammatica delle “donne sull’orlo” di Almodóvar.
Lo svolgimento presenta stereotipi a pioggia. Tutte le donne mentono (qualcuna al compagno, quasi tutte a se stesse). La ragazza con capelli corti, poco trucco e abiti maschili è ovviamente lesbica. La ragazza più bella del gruppo non ha ovviamente una vita sentimentale felice, e con tutti i potenziali partner disponibili va a finire proprio assieme ad un uomo sposato con figlia. La ragazza più “normale” del gruppo ovviamente si sposa, ma quasi altrettanto ovviamente ha un segreto ancora non svelato al futuro marito. La donna di mezz’età ha un ultimo impulso nel voler ricercare una nuova storia sentimentale, ma (qui inspiegabilmente) lascia perdere l’occasione, perché sente che il suo posto è fare da balia a un’anziana ammattita ogni giorno della sua vita, senza compromessi. E non manca nemmeno una scontata scena di matrimonio folkloristico, ideologicamente priva di velleità etniche riaffermatorie, antiglobali o ribelli, bensì malinconica e funzionale a spazzare via con una pre-organizzata allegria i problemi di ogni giorno.
Il finale pare l’unico vero momento capace di sollevare la qualità del lavoro: quando tutte le storie individuali avrebbero potuto convergere, svilupparsi verso una mèta o trovare una soluzione, il film al contrario termina. In questo modo, la sensazione conclusiva è quella di una fotografia, uno scatto che immortala il fondale invece che i soggetti: le cose potranno cambiare e svilupparsi in mille modi, ma quello resterà sempre il fondale. In questo senso la pellicola si riscatta, e nei piccoli drammi banalotti delle protagoniste si può quindi leggere un disegno più ampio, una sorta di accenno ad una repressione esistenziale (le bugie e le rinunce) in cui la donna vive e dalla quale non cerca mai davvero di evadere. Ma è solo un accenno forse addirittura involontario, perché il non detto, in quest’opera, potrebbe indicare di tutto e di più come allo stesso tempo semplicemente celare una mera incapacità narrativa.
Il film ha la sua première al Festival di Cannes 2007.

6.5/10

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