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Paranoid Park

Posted by StepTb su gennaio 20, 2008

Paranoid Park
Gus Van Sant
USA 2007
col. 80′

Paranoid Park, ultimo lungometraggio di Gus Van Sant, è il primo successivo alla sua cosiddetta “Death Trilogy” (composta da Gerry, Elephant e Last Days); questo nuovo lavoro può essere considerato come il naturale proseguimento del percorso intrapreso da Van Sant, ma allo stesso tempo anche come la summa autoriale e poetica del suo cinema, cosa confermata dall’onoreficenza ricevuta a Cannes 2007 con un premio speciale per il 60esimo anniversario del festival.

Il racconto è tratto dall’omonimo romanzo del 2006 di Blake Nelson, scrittore di Portland (Oregon) e quindi concittadino del regista, ed evolve attorno alla figura di un giovanissimo skater di nome Alex, la cui vita viene improvvisamente sconvolta da un avvenimento violento e shockante.
”Paranoid Park” sono le prime parole che Alex scrive, ad inizio film, in una lettera; come spiegherà poco dopo la sua voce off, quello che sta scrivendo è il proprio racconto autobiografico a proposito delle giornate poco precedenti. La stessa voce avvertirà anche “mi dispiace se sto buttando giù tutto alla rinfusa”, frase-chiave per capire lo stile di montaggio del film: Van Sant riepiloga gli eventi come li riepiloga mentalmente lo stesso Alex, ovvero con sequenze ripetute e continui balzi temporali in avanti e indietro (esperimento stilistico simile a quello di Elephant).
Ricomponendo tutti i tasselli del film in ordine cronologico, la trama è semplice, ma il focus del film non è una normale successione di eventi: l’ordine è spostato (ma mai disorientante) per permettere di entrare nella mente del protagonista, mentre l’eccezionale stile (mai vista tanta maturità stilistica in Van Sant come ora) conferisce un tocco poetico ad ogni sequenza, grazie anche alle eccezionali scelte musicali (che variano da Nino Rota a Elliott Smith, da Ethan Rose a Beethoven).
Van Sant, che in Elephant desiderava fotografare “da lontano” i teenager, qui si avvicina volontariamente il più possibile al mondo confuso, solitario e onirico di uno di essi (un mondo molto simile a quello del Mike di My Own Private Idaho). E, in fondo, tutto il film può essere letto come una grande metafora del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta: il conflitto di Alex è quello tra la responsabilità e l’irresponsabilità, tra la decisione di portarsi un peso (la consapevolezza, ovvero la maturità) sulle spalle o scaricarlo. Con una metafora finale che, se compresa, è commovente.

Paranoid Park è un film che va visto con l’aspettativa giusta (ovvero non quella di aspettarsi un film incentrato su cliché o normali concatenazioni causa-effetto), ed è consigliatissimo a chi ha amato Elephant o, in generale, a chiunque cerchi qualcosa di diverso dal solito blockbuster. E naturalmente non è stato per nulla capito da una lunga serie di spettatori e critici, che l’hanno visto come un mero esercizio di stile.

8/10

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