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Portishead – Third

Posted by StepTb su maggio 6, 2008

Island/Mercury, 2008
Album

Third (Island/Mercury, 2008) è il primo full-length dei Portishead dopo una pausa di ben una decina danni.
Il nuovo lavoro non ha molto a che spartire con il trip-hop molto più marcato dei due precedenti, e la “colla” dei pezzi non è più il turntable o il sound del turntable, quanto piuttosto un lavoro raffinato e spesso sperimentale di editing digitale. Le composizioni evadono da qualsiasi “genere”, ma con spirito post-modernista e liquido inglobano alla perfezione sfumature musicali disparate (indietronica e industrial le più inedite per il trio).
I pezzi sono guidati principalmente dalla chitarra, poi arrangiati con molta cura tramite sampling e synth, ma la vera anima delle tracce resta ancora una volta Beth Gibbons, che supera se stessa grazie ad una serie di performance contemporaneamente sia sperimentali e drammatiche sia melodicamente coinvolgenti.

Dalliniziale Silence (battito sordo e inesorabile che alterna 4/4 a 6/4, violoncello da cinema horror, chitarre elettriche spettrali, colpi di basso filtrati e dilatati, improvvisa interruzione finale della traccia) alla conclusiva Threads (immersa in unatmosfera drammatica e di minaccia incombente, grazie ancora a droni darchi acuti, drumming sordo e arpeggi spettrali alla chitarra elettrica, ma con i vocalizzi della Gibbons che diventano enfatici e iper-espressivi, e una coda rumoristica tra synth e colpi metallici) non cè alcun punto morto o calo qualitativo.
Nel mentre scorrono luno dopo laltro Hunter (con delay, fraseggi ai synth e distorsioni chitarristiche a rendere opprimente una ninna-nanna spettrale su ritmica appena accennata), Nylon Smile (probabilmente lunico episodio non brillante, troppo simile al sound dei Radiohead, ma ugualmente valorizzato da un tappeto ritmico quasi etnico), The Rip (guidata da avvolgenti melodie vocali e arpeggi alla chitarra acustica, con climax verso una coda indietronica ingoiata dalle tastiere), Plastic (il pezzo più trip-hop, ma sconvolto da vocalizzi drammatici e distorsioni sintetiche), We Carry On (trascinata da una base elettronica martellante sulla quale si innestano chitarre distorte, droni vocali, fiati dissonanti, bassi forsennati, colpi epilettici al rullante), Deep Water (revival stravolto del soul classico, tra cori vocali doo-wop “invecchiati” appositamente con effetto quasi comico, e assenza di ogni strumento ad eccezione di un ukulele filtrato), Magic Doors (melodie vocali alla Radiohead, tappeto dissonante di Hurdy Gurdy, incursioni di sax, enfatici accordi al pianoforte, drumming epilettico con colpi sulla campana).

I capolavori sono però forse Machine Gun (industrial minimalista eccezionale, con un “hook” ritmico che simula il suono di una mitragliatrice, melodie vocali sofferenti, contrappunti dissonanti, distorsioni digitali, coda opprimente di synth che ricorda le composizioni più inquietanti di Brad Ira Fiedel e Vangelis) e Small (in 6/8, melodia vocale sussurrata su chitarra acustica che evolve in una bolla dissonante di voci stratificate e droni darchi sintetici, per poi esplodere in ritmiche jazzate avvolte da colpi di chitarra elettrica e organi).

Si tratta di un album felicemente privo di qualsiasi ridondanza e ampollosità: in ogni traccia non viene sprecata una singola nota. E si tratta anche di un album che coraggiosamente non marcia su di un facile revival del trip-hop, cercando una strada completamente differente, molto più personale e interessante, confermando tutte le migliori aspettative sul ritorno del trio dopo una pausa talmente estesa.

I principali guest che hanno partecipato alle registrazioni sono Charlotte Nicholls (violoncello), Wendy Bertram (fagotto), John Baggott (autore di Magic Doors, nella quale suona anche le tastiere), Stu Barker (Hurdy Gurdy), Will Gregory (sax), Clive Deamer (drumming), Jim Barr (basso).

7.5/10

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