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Un film per la pace – 2008

Posted by StepTb su giugno 2, 2008


26-28-30 maggio 2008 –
http://www.unfilmperlapace.it/
Festival giunto alla terza edizione.
Le opere in concorso sono tematicamente incentrate sulla pace tra i popoli e sul ripudio della guerra.
La giuria (della quale facevo parte) ha avuto il compito di selezionare 2 cortometraggi e 2 lungometraggi, che andranno poi in concorso all’Amidei 2008.

Di seguito i miei appunti.

Winds of Sand (A. Bodin Saphir, Israele/UK/Danimarca, 2008, 15 min.)
Cortometraggio. Due soldati nemici, dispersi nel deserto, continuano ad odiarsi anche senza un motivo prettamente bellico. La struttura, che condensa in un quarto d’ora 24 ore di vagabondaggi e liti, segue un circolo vizioso in cui all’inizio uno dei due militari si risveglia da uno svenimento, e alla fine l’altro sviene colpito dal primo; il significato è quindi l’assenza di vincitori e vinti, e la potenzialità infinita di conflitti disutili. Di tanto in tanto vengono mostrati due scorpioni che lottano, come paragone parallelo. Il deserto e la natura ostile sono i veri protagonisti, come in Gerry di Van Sant, da cui alcune idee visive sono a tratti quasi fotocopiate. Ottima fotografia.
Non è passato alla selezione finale.

Flowers of Rwanda (David Muñoz, Spagna, 2008, 24 min.)
Cortometraggio. Si tratta di un documentario che raccoglie testimonianze e memorie dei rwandesi riguardo al tristemente famoso genocidio del 1994. Buono solo parzialmente sotto il profilo didattico: è chiarissimo il messaggio “certe cose non dovranno più accadere, e per non farle più accadere è necessario ricordare siano accadute”, ma non sono chiarite le reali cause storico-sociali né sono evidenziati volti e motivi dei perpetratori. Il tassello causale sarebbe invece dovuto essere stato imprescindibile dal messaggio.
E’ passato alla selezione finale.

Six Blocks Wide (Yuri Shapochka, Alabama – USA, 2007, 10 min.)
Cortometraggio. Sparatoria tra afroamericani: un gangster uccide un uomo e una donna anziana. Ma il posto della donna viene preso da un altro: la solidarietà diventa così resistenza passiva ma decisa. Teatrale, inizia con un ralenti seguìto da dialoghi lunghi e a tratti irrealistici (il dialogo tra i ragazzini, le parole dei gangster). Il regista è lo stesso dei cortometraggi Game Shop (2006), Waiting (2006), e High Expectations (2007).
Non è passato alla selezione finale.

Der Lachende Hund / Smiling Dog (Shohreh Jandaghian, Germania, 2007, 8 40″)
Cortometraggio. Sirena del coprifuoco: una famiglia borghese scappa dal soggiorno al rifugio sotterraneo. La bambina stava disegnando su un foglio, una volta nel rifugio continua a farlo. All’esterno si sente esplodere una bomba. Il racconto passa sul piano fumettistico, mostrando i sogni della bambina: il suo cane la protegge, neutralizza le armi dei soldati, ristabilisce la felicità. Quando tutto sembra essere diventato uno stereotipo buonista, lo scoppio di una seconda bomba interrompe il fumetto, e si torna alla realtà: il rifugio è crollato nell’esplosione, e l’unico superstite è il cane. Tanto breve e semplice quanto riuscito e d’impatto.
E’ passato alla selezione finale.

La libertà di Jaana (Paolo Costella, Italia, 2005, 49 min.)
Lungometraggio. Si tratta di un documentario sulla prigione aperta di Vanaja (100 km a nord di Helsinki, Finlandia). I detenuti, sorvegliati da guardie disarmate, vengono spinti a reinserirsi nel mondo sociale e lavorativo. La prima parte è più distaccata, anche se con qualche discutibilità etica (un’ergastolana e un pluriomicida vengono presentati come innocue vittime della “vendetta della società”), mentre la seconda parte tenta di colpire sul piano emotivo narrando la love story che la protagonista Jaana ha con un condannato per omicidio.
Il passato di Jaana, vittima di un’esistenza tragica, viene svelato poco a poco e con discrezione, quel che basta per attirare la giusta comprensione da parte dello spettatore. Quello del suo amante, al contrario, non viene mai chiarito; lo stesso uomo dichiara, verso il finale: “Io dirò sempre, senza abbassare lo sguardo, chi sono, cos’ho fatto, e perché l’ho fatto”, ma allo spettatore questi perché non vengono svelati.
Il regista è un omonimo di quello dei mediocri Tutti gli uomini del deficiente (1999) e Amore con la S maiuscola (2002), o è proprio lo stesso?
Non è passato alla selezione finale.

Inside Hamas (Rodrigo Vazquez, UK, 2008, 48 min.)
Lungometraggio. Si tratta di un documentario raro e probabilmente senza precedenti: mostra “dall’interno” come agiscono in diversi frangenti le organizzazioni di Hamas, il movimento di resistenza palestinese fondato nel 1987 a Gaza.
A metà tra inchiesta e film di genere “guerriglia urbana”, mostra soprattutto alcuni abusi che Hamas compie alle libertà individuali basilari degli stessi palestinesi: da movimento di difesa, Hamas è diventata una milizia di contrasto e attacco, che tra le altre cose reprime le preghiere fatte nelle strade e arresta chi parla alle telecamere.
Sembra di assistere, impotenti, a ciò che accade in un mondo desertico e post-apocalittico. Il tutto è una fotografia: vengono intervistate e fatte parlare svariate campane, tenendo un punto di vista il più possibile obiettivo, ma allo stesso tempo evitando di sviscerare le motivazioni più profonde e ataviche di quelle stesse persone. Vazquez non cerca mai il melodramma, mostra solo la spietatezza di una realtà spazio-temporale sigillata in quella che sembra un’eterna impossibilità di progresso civile. A tratti le immagini sono talmente reali e poco documentaristiche che si fatica a credere siano state catturate sul posto in presa diretta.
Non è passato alla selezione finale. Ma l’avrebbe meritato.

Il sogno di Peter (Enrico Cerasuolo, Italia, 2006, 54 min.)
Lungometraggio. Si tratta di un documentario sul progetto African Spelling Book (Il Sillabario Africano), prodotto nel 2005 dalla AMREF da un’idea di Angelo Loy, Giulio Cederna e John Muiruri, il quale raccoglie in 60 minuti 20 cortometraggi ideati e filmati da un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono negli slums di Nairobi (Kenya).
Il film di Cerasuolo introduce lentamente il “cosa” e il “come” dell’ASB, ma allo stesso tempo segue traiettorie proprie, e trova il suo interesse principale nel raccontare la storia di uno di quei ragazzi, ovvero il Peter del titolo; giovanissimo ma dal passato già tragico, il ragazzo riflette la scelta che fanno svariati suoi coetanei, i quali scappano di casa per crescere in mezzo alla strada. Peter sorprende per la sua maturità (parla con lucidità di droga e prostituzione, essendo cose che ha visto coi propri occhi), ma soprattutto sorprende positivamente la sua convinta decisione di abbandonare la strada e tornare a frequentare la scuola.
Il tutto è raccontato senza fronzoli e patemi, attraverso gli occhi dei protagonisti e quindi senza mediazioni etiche o propagandistiche fatte dai “bianchi”. A tratti emergono in maniera naturale momenti di una certa durezza (ad esempio quando un adulto legge una confessione di Peter sulla droga, ma poi lo stesso ragazzo nega di averla scritta, per scordarsi il proprio passato), ma anche momenti spensierati e speranzosi. La volontà ultima non è affatto quella di commuovere, bensì di mostrare la pace e il progresso possibili a partire dalla scelta consapevole dei singoli individui.
Piuttosto banali gli intermezzi d’archi in colonna sonora, ma la cosa viene compensata da un finale di forte impatto (Peter torna a scuola, accolto da un “welcome”, e bloccato poi da un fermo-immagine).
E’ passato alla selezione finale.

Gli altri bambini (Paola Chartroux, Italia, 2008, 40 21″)
Lungometraggio. Il film, prodotto da Emergency, illustra le situazioni di alcuni bambini in condizioni molto gravi, a causa di distrazioni o incidenti. Si passa dal Sudan all’Afghanistan, alla Sierra Leone, al Kurdistan iracheno, alla Cambogia, sempre all’interno delle strutture di Emergency. Il tutto è accompagnato unicamente dalla voce off del vignettista Vauro.
Il film funziona come denuncia degli incidenti che colpiscono i bambini a causa degli errori degli adulti, e come spot per le lodevoli iniziative di Emergency (che appare con continue citazioni verbali e visive). Per il resto presenta una certa lacuna nel suo valore sociale: molti di quegli incidenti possono venire evitati grazie all’educazione, eppure non vengono proposte soluzioni in quel senso, c’è solo dramma. La voce off suona eccessivamente retorica e melodrammatica sin dall’inizio, così come le musiche. Poggia tutto su quella “mediazione etica” che, ad esempio, il film di Cerasuolo aveva evitato accuratamente. A tratti, comunque, un pugno nello stomaco. Ma non è un valore in sé.
E’ passato alla selezione finale.

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