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Staind – The Illusion of Progress

Posted by StepTb su agosto 20, 2008

(Flip/Atlantic/Roadrunner, 2008)
Album

La band di Aaron Lewis torna, dopo 3 anni di silenzio dal precedente Chapter V, con il nuovo full-length The Illusion of Progress (Flip/Atlantic/Roadrunner, 2008).
Il songwriting si è ulteriormente annacquato, nel complesso peggiorando sensibilmente e tornando quasi ai pietosi livelli di 14 Shades of Grey, disco assieme al quale può competere come peggior uscita di sempre da parte del quartetto.

Una buona metà dei pezzi rivela la crisi artistica del gruppo, parallela e simile a quella di band come Sevendust, Disturbed e Chevelle; gli Staind sembrano non riuscire più a capire come si faccia a scrivere un pezzo “up-to-face” o anche solo melodicamente avvincente, e indugiano piuttosto in ballad mosce e senza alcuna presa melodica, alle quali aggiungono delle chitarre distorte talmente sottotono da sembrare semplici arrangiamenti di routine (la produzione annacquata, di pari passo con la stanchezza dei pezzi stessi, è di Johnny K, già producer per i primi tre album dei Disturbed).
Rarissimamente gli Staind si ricordano di ciò che riuscivano a scrivere (bene) ai tempi di Dysfunction: Pardon Me e Raining Again sono gli unici pezzi che risollevano la baracca grazie ad una più spiccata vena malinconica, melodie più post-grunge e chitarre più in primo piano (la prima potrebbe persino figurare bene nel repertorio degli ultimi Pearl Jam).
Il resto si divide tra ballad che sembrano imitare non molto brillantemente quelle degli Switchfoot (con eccezione nella più riuscita ed emotiva Tangled Up In You), e compromessi tra la natura post-grunge della band e la loro ormai palese stanchezza (di questa categoria sono godibili solamente le prime due tracce This Is It e The Way I Am, ma anche Break Away, quest’ultima con sfumature melodiche alla Linkin Park).
Semplicemente fastidiose la pochezza e la stanchezza di pezzi da cestinare in toto come Believe, Save Me, All I Want e Lost Along the Way, mentre la lievemente migliore Rainy Day Parade è la solita power-ballad post-grunge “standard” che viene riciclata sin dai tempi di 14 Shades of Grey.
Verso la fine dell’album arriva l’unico episodio bizzarro, ovvero The Corner, una contaminazione di post-grunge, ballad pop-rock e gospel (con cori vocali afroamericani stratificati): lodevole per l’idea alla base, ma dai risultati tutt’altro che memorabili.
La conclusiva Nothing Left to Say, un’ennesima stanca power-ballad, offre a chi ascolta una spontanea lettura ironica: si vuol forse suggerire che la stessa band ormai non ha davvero più nulla da dire?

La Limited Edition offre tre bonus-track acustiche registrate dal vivo, tra le quali spicca la vecchia hit It’s Been Awhile, il cui ascolto la fa apparire come un capolavoro del rock melodico se paragonata ai pezzi precedenti: non può che palesare ulteriormente l’incapacità di songwriter del Lewis del 2008 rispetto al Lewis del 2001. Al Lewis odierno è rimasta solamente la sempre ottima capacità vocale, mentre creatività e talento melodico sembrano scomparsi definitivamente.

4/10

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