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TV on the Radio – Dear Science

Posted by StepTb su ottobre 14, 2008

4AD/Interscope, 2008
Album


Il quarto album dei brooklynesi TV on the Radio è Dear Science (4AD/Interscope, 2008), prodotto ancora una volta, come tutti i precedenti, dallo stesso fondatore della band, il polistrumentista David Andrew Sitek.
La sostanziale differenza con le precedenti release della band è una sola: stavolta i pezzi sono realmente vicini al formato-canzone e alleasy listening, non solo per quanto riguarda le melodie vocali molto catchy (che per la band non sono una novità sin dai tempi di Staring at the Sun) ma anche per quanto riguarda gli umori (quelli più inquieti e cupi sono stati quasi cancellati) e le sonorità (quelle più thriller sono state ridotte da terremoti sonori a scariche synth-rock tutto sommato innocue, se non proprio sostituite da sound più allegri e adatti al mainstream, come ad esempio i ricorrenti battiti di mani nelle ritmiche).
Cè ugualmente una buona, se non ottima, notizia: il quintetto non ha perso il proprio buon gusto e la propria sapienza nellassemblare melodie e arrangiamenti, anzi, ha tratto da questoccasione un motivo per rinnovarsi e sfogare la propria vena più orecchiabile.
Ed è per questo motivo che Dear Science non suona affatto come una mera svendita al mercato, bensì come unapertura più melodica e mainstream ma allo stesso tempo colma di creatività, passione, eleganza e buon gusto; si tratta quindi innanzitutto di una magistrale lezione di stile a tutte le band “indietroniche” che hanno infestato il panorama mediatico dei 2000s con album nel migliore dei casi costruiti su unidea ripetuta allinfinito e nel peggiore dei casi con un aggiornamento digitale e barocco delle sonorità pop più stucchevoli in voga ventanni prima.

La sapienza nellassemblare tessiture sonore raffinate, avvolgenti e impeccabili è la caratteristica che ricorre lungo tutto Dear Science, e, unita alla centralità e alla brillantezza delle melodie vocali di Tunde Adebimpe, riesce a compiere miracoli, spesso trasformando stilemi pop retrò in nuove impensabili forme musicali.
Ed è il caso soprattutto di Crying, un pop-funk vocalmente e musicalmente chiaramente influenzato dalle hit di Prince e dai pop ironici dei Faith No More, che Sitek riesce a vitalizzare grazie ad una fontana di synth e sample di background.
In altri casi la band suona anche decisamente meno languidamente retrò, coinvolgendo quindi ulteriormente: lopener Halfway Home evolve su di un tappeto percussivo avvolto dai droni tastieristici, incorporando doo-wop, flauti e chorus in falsetto irresistibile, sino allesplosione quasi-shoegaze finale; Dancing Choose fonde un rap su base sintetica con un refrain vocale memorabile ed esplosivi arrangiamenti a tastiere, chitarre e sassofoni; Stork and Owl riprende melodie vocali e arrangiamenti agli archi nel pieno stile The Cure, ma ancora una volta allinterno di un panorama sonoro digitalmente raffinato e impreziosito.
I cali purtroppo arrivano a metà disco: Golden Age è un compromesso dance-pop in pieno stile disco-soul 1970s, seppur vitalizzato dai sound frizzanti, dai contrappunti vocali e dallinfluenza blues, e Family Tree si abbandona alla tipica ballad romantica immersa negli archi che, con melodie molto simili, è già stata oramai abusata da molte band indie-pop.
La possibilità di ristagno viene comunque incenerita dalla grandiosa sequenza conclusiva: Red Dress trascina in un funk melodico e ballabile, con un chorus eccezionale e un background esplosivo di sassofoni, congas, trombone e tromba; la malinconica ballad Love Dog evolve da soffuso electro-trip-hop ad un climax dilatato dagli archi, riuscendo a non sprecare nemmeno un secondo di musica nellottenere il risultato emotivo finale; Shout Me Out non solo è trainata da melodie vocali catchy, ma esplode in un climax prima ritmico e poi chitarristico e stratificato che ricorda gli esperimenti di Desperate Youth, Blood Thirsty Babes; DLZ, forse il capolavoro del disco, non avrebbe assolutamente sfigurato su Return to Cookie Mountain: il suo umore cupo forse cozza con la leggerezza delle restanti tracce, ma regala le melodie vocali più coinvolgenti e uno dei tappeti sonori più scoppiettanti, oltre ad uno dei testi più maturi di Adebimpe.
La chiusura è invece affidata alleccentrica Lovers Day, che contamina lindie-pop con un piglio quasi folkloristico (la batteria si fa tribale e marziale, i fiati leggermente dissonanti sembrano evocare le bande di paese), che, unito alla sovrapposizione di voce maschile e femminile (della guest Eleanore Everdell), può facilmente riportare alla mente i primi Arcade Fire.

Anche se non al livello innovativo e stilistico di unopera sovversiva come Return to Cookie Mountain, lalbum resta un lavoro estremamente godibile e personale.
Certo, se due deboli episodi come Golden Age e Family Tree fossero stati sostituiti da pezzi più sperimentali o dal pathos perforante (sul modello di Staring at the Sun, I Was a Lover, Hours, Wolf Like Me o Playhouses, per esemplificare), il disco sarebbe risultato ottimo se non una vera perla, ma nel panorama della musica mainstream ad esso contemporanea, povero di nuove idee ma sempre ricco di trend cestinabili in toto, resta unuscita che non può destare lamentele.
I TV on the Radio sono in ogni caso attesi al varco: Dear Science è da considerarsi una parentesi o un nuovo corso di carriera?

Ancora più lunga del solito la lista dei guest: gli Antibalas Martin Perna (flauto), Stuart Bogie (sax), Aaron Johnson (trombone) ed Eric Biondo (tromba), inoltre Yoshi Takamasa (shaker, congas, percussioni e campane), Colin Stetson (sax), Claudia Chopek e Janis Shen (violino), Eleanor Norton (violoncello), Lara Hicks (viola), Katrina Ford dei Celebration (voce), David Bergander sempre dei Celebration (batteria), Perry Serpa (arrangiamenti darchi), Leah Paul (corno), Eleanore Everdell (voce), Matana Roberts (sax e clarinetto).

7/10

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