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The Decemberists – The Hazards of Love

Posted by StepTb su marzo 31, 2009

Capitol Records, 2009
Album

Il ritorno dei The Decemberists di Portland, capitanati dal sempre più ambizioso Colin Meloy, dimostra al pubblico ciò che gli hardcore-fan della band già sapevano, ovvero che il precedente disco The Crane Wife (2006), primo loro lavoro uscito per major, era in realtà solamente una bozza preparatoria e transitoria verso una nuova veste stilistica.
Laddove la band aveva difatti tentato un accenno progressive-rock con la suite in tre movimenti The Island (ispirata a The Tempest di Shakespeare) e gli 11 minuti dellelaborata The Crane Wife 1 & 2, il nuovo disco The Hazards of Love rompe del tutto gli indugi e sfocia direttamente nel formato del concept album.
Lungo le 17 tracce che compongono il disco viene difatti narrata stavolta ununica fiabesca storia, incentrata sullevolversi del rapporto tra due amanti di nome Margaret (ragazza che abita una città vicina ad una taiga) e William (abitante mutaforme della stessa), ostacolati nel loro incontro da due antagonisti corrispondenti a The Queen (la regina della foresta) e The Rake (un omicida senza scrupoli).
Alla voce del leader Meloy, che pur interpreta più personaggi, si accostano i perfetti contributi canori di Becky Stark dei Lavender Diamond (nel ruolo di Margaret) e Shara Worden dei My Brightest Diamond (nel ruolo della regina).

Tramite il suo suggestivo aspetto narrativo, lalbum vuole palesemente riprendere la tradizione dei concept prog-rock, ispirandosi in primo luogo al The Wall dei Pink Floyd; in tale ricerca porta così il classico stile indie-folk della band verso un nuovo livello sonoro, contaminato dallhard-rock.
Le radici folk e i marchi di fabbrica tipici di Meloy non vengono comunque abbandonati, e anzi affiorano senza ostacoli nella maggioranza delle tracce: The Hazards of Love 1 (The Prettiest Whistles Wont Wrestle the Thistles Undone) e The Hazards of Love 2 (Wager All), dotate di una notevole epicità e potenza melodica, ma soprattutto la soffusa Isnt It a Lovely Night?, con fisarmonica ad accompagnare il duetto vocale tra Meloy e la Stark, la medievaleggiante Annan Water, il picco barocco rappresentato dai cori infantili su The Hazards of Love 3 (Revenge!), e la romantica chiusura finale The Hazards of Love 4 (The Drowned).
La novità maggiore è tuttavia rappresentata dalle tracce più aggressive, ovvero Wont Want for Love (Margaret in the Taiga), trascinata implacabilmente da una serie di splendide trovate melodiche tra chitarre, voce della Stark e breve incursione vocale di Meloy, ma anche The Wanting Comes in Waves / Repaid, The Queens Rebuke / The Crossing (entrambe con chitarre e tastiere hard/psych probabilmente influenzate dagli ultimi Black Mountain), la devastante The Rakes Song (che esplode su un fragoroso tappeto percussivo, mentre Meloy,
inanellando oltretutto una delle sue migliori melodie vocali, impersona lantagonista di turno narrando con sarcasmo e perfidia di come abbia ucciso i propri figli per tornare a sentirsi libero da fardelli).
I pezzi vengono uniti e cuciti da alcuni brevi interludi: un introduttivo Prelude; il travolgente A Bower Scene, che poi torna con testo differente sotto il titolo The Abduction of Margaret; il morriconiano The Queens Approach; il folkeggiante An Interlude; il dilatato ed emotivo Margaret in Captivity, che riprende la melodia di Meloy presente in Wont Want for Love (Margaret in the Taiga) facendola cantare alla Stark; The Wanting Comes in Waves (Reprise), che riprende il chorus dellomonima precedente traccia.
Analizzando la fluidità complessiva, il disco procede trascinante e senza tregua soprattutto grazie ai primi strepitosi due terzi, tirando troppo la corda solamente verso il finale, specie con leccessivamente lunga e forse del tutto evitabile The Hazards of Love 3 (Revenge!), figlia del Meloy più barocco e pretenzioso, ma anche alla non certo indispensabile The Wanting Comes in Waves (Reprise), per poi concludersi senza sbavature o crolli nella soddisfacente ultima traccia.

Rispetto a Picaresque (2005), probabilmente destinato a rimanere il capolavoro della band anche solo per leclettismo stilistico, si avverte effettivamente la mancanza di parentesi folk intimiste e toccanti come Eli, the Barrowboy, di folk funerei come From My Own True Love (Lost at Sea), di lunghe ed elaborate composizioni teatrali come The Mariners Revenge Song, o anche di allegre spruzzate pop come 16 Military Wives, tuttavia tali mancanze vengono compensate da elementi di novità come le ritmiche bombastiche, i riff aggressivi, le elettrizzazioni trascinanti e la freschissima alternanza tra voce maschile e femminile, il tutto senza perdere affatto il solito talento melodico e narrativo di Meloy, anzi toccando anche alcuni nuovi vertici in tal senso.
Al succitato rinnovamento si accompagna poi anche la non commerciale struttura da concept, che nellera della frammentazione digitale restituisce dignità al formato-album come opera artistica unitaria.

Le prime reazioni perplesse di alcuni evidenziano in realtà soprattutto quanto lalbum riesca a distaccarsi dal melmoso e superficiale panorama alternativo attualmente trendy.
Ostracizzato infatti fin da subito dagli ambienti "indie" estremisti, il disco suona felicemente fuori da ogni moda, e riesce ad inventare una nuova formula dapproccio al tradizionale formato del concept narrativo prog-rock partendo da forti e sempre presenti radici indie-folk e pop-rock.
Il risultato, grazie soprattutto al susseguirsi di trascinanti melodie e giocose variazioni, suona decorosamente fresco, tanto da potersi rivelare unottima sorpresa per qualsiasi fan sia del vecchio hard/prog sia dellattuale indie-folk – limportante è avere una mentalità sufficientemente elastica da accettare la contaminazione e le velleità della proposta.

7/10

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