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Mastodon – Crack the Skye

Posted by StepTb su aprile 5, 2009

Reprise, 2009
Album

Crack the Skye completa la quadrilogia elementale dei Mastodon, con un concept-album stavolta dedicato all’aria e all’etere, affrontato tramite un’intricata e fantasiosa narrazione (comprendente citazioni al distacco dell’anima dal corpo, alla Russia zarista e Rasputin, alla teoria dei wormhole come passaggi dimensionali, alle faustiane tentazioni del demonio) che si sbobina lungo sette tracce. Il titolo è anche una dedica personale del batterista Brann Dailor a sua sorella Skye Dailor, suicidatasi alletà di 14 anni.
Il nuovo full-length dei quattro statunitensi è stato composto principalmente dal cantante e chitarrista Brent Hinds durante la sua guarigione da un serio incidente alla testa, e minimizza ulteriormente il loro lato post-hardcore e post-thrash, aumentando invece spropositatamente le influenze dai momenti meno violenti dei primi Metallica e dal prog-rock alla Genesis e Rush (ma in misura molto minore anche King Crimson, Pink Floyd del periodo centrale e Tool). Nell’operazione si fanno anche contagiare più del solito dagli eccessi prog “freak” alla The Mars Volta, sempre presenti nella loro ricerca verso un nuovo tipo di sound prog-metal. Il risultato è un disco molto variegato ma anche non molto potente, che trova il suo punto di forza nella solita terrificante capacità tecnica e onnivora del quartetto, e il suo punto di debolezza nella poca coesione e poca forza di sfondamento che a conti fatti caratterizzano i pezzi.

Oblivion espone in breve molti di tali pregi e difetti: apre il lavoro con una melodia chitarristica arabeggiante in crescendo alla Tool, detonando in una loro tipica strofa post-thrash ma stavolta con ritmiche più rilassate e il batterista Dailor alla voce, la quale a sua volta cozza però violentemente con uno sgraziato pre-chorus in stile Ozzy Osbourne cantato da Troy, e si eleva di nuovo solo tramite un’apertura melodica con splendido chorus catchy e psichedelico cantato da Brent, chiudendosi in una serie di assoli chitarristici prog-rock un po’ derivativi.
La meno originale Divinations, anche singolo di lancio, viene introdotta da poche note di banjo, per poi rivelare un improvviso aumento della velocità ritmica, sotto ad una strofa digrignata sul palm-mute proveniente alla lontana da Leviathan, ma ancora una volta si evolve verso pre-chorus e chorus melodici e catchy, ricordando le melodie vocali più emo-core e dirette di Blood Mountain, per poi aggiungere un assolo heavy-metal tempestoso con shredding slayer-iano in versione più pulita e blues.
La sezione centrale, composta dalle seguenti tre tracce, si rivela anche come il vertice dell’opera: Quintessence inanella una strofa cantata in maniera dissonante su melodia chitarristica mitragliata, parentesi psichedeliche ariose con synth space-rock, chorus metalcore esplosivo poi tramutato in declamazione epica su riff aperti, bridge con nuovo squarcio chitarristico, chiusura heavy-sludge. The Czar, suite in quattro movimenti per un totale di 11 minuti, è indubbiamente il miglior momento dell’album: introduzione hard-prog con organo atmosferico e arpeggiato distorto, strofa sludge rallentata in un panorama dilatato e onirico alla Sleeping Giant, che tramite una scossa distorta balza ad un chorus heavy e catchy elettrizzato da un flusso continuo di elementi sonori (rimbombi di basso, intrecci vocale tra Sanders e Hinds, successione di riff folgoranti) per poi distendersi in una pioggia di assoli su accordi aperti e ritmica rallentata (introdotta brevemente da un’ottima melodia vocale di Hinds), e conclusione con una ripresa della strofa iniziale stavolta arrangiata in maniera più massiccia e barocca. Ghost of Karelia mostra invece la più stretta parentela con i momenti melodici meno violenti di Blood Mountain (come Siberian Divide, la traccia tutto sommato più simile e anticipatrice di Crack the Skye), orientandosi su sound decisamente più personali e già abbozzati in passato dalla band, grazie a ritmiche molto più fitte e tecnicamente impressionanti, flussi chitarristici implacabili, melodie liquide e sciolte, stacchi aggressivi equilibrati da immediate dilatazioni psichedeliche.
L’angosciosa title-track ospita come guest Scott Kelly, i cui contributi vocali abrasivi su tipico tappeto chitarristico sludge-post-metal alla Neurosis vengono utilizzati da introduzione ad epiche progressioni melodiche come il minaccioso chorus e il più blacksabbathiano post-chorus, proseguendo poi in una scarica di cupi assoli su base sludge (commentati da una voce robotica in stile Cynic), che si incattiviscono per re-introdurre chorus, pre-chorus e strofa, stavolta resi più massicci da ulteriori strati drone in arrangiamento.
Con la conclusiva The Last Baron, lunga 13 minuti, si tocca l’apice di déjà vu e barocchismo, a causa di strofa pienamente alla Ozzy Osbourne, chorus ultra-pomposo quasi power-metal, improvvise impennate jazz-rock barocche sulla scia della Bladecatcher di Blood Mountain, che però, più che altro, ricalcano eccessivamente i Rush di YYZ, e finale con assolo blues-prog.

In realtà non è presente una sola traccia di bassa qualità, e l’insieme riesce a non superare quasi mai la soglia dell’eccesso barocco (con la notevole eccezione dell’eccessiva e confusa  The Last Baron, a causa delle influenze alla The Mars Volta più forti del solito), ma si giunge al vero stand-out solamente in una traccia, The Czar. Questo perché i restanti pezzi risultano spesso e volentieri troppo poco fluidi, lineari e privi di reale impatto; il concept “etereo”, riflesso nell’ariosità prog delle composizioni e nella soffocata produzione di Brendan O’Brien, blocca in parte l’originalità della band, che sapeva esprimersi anzitutto tramite sound più sanguigni e anarchici. Si tenta di compensare questo freno in sede compositiva tramite ulteriori stratificazioni e maestosi arrangiamenti, ma spogliando mentalmente il suono degli eccessi post-produttivi saltano all’orecchio con facilità la minor coesione, la maggior superficialità, la minor coerenza umorale e melodica, e l’eccessiva evidenza di cliché del passato, tutti difetti portati dal cambiamento stilistico e prima assenti; tale risultato diviene evidente anche considerando quanto i momenti più simili ai trascorsi album convincano sempre, mentre le “novità” si inseriscano spesso in maniera claudicante nel flusso.
Crack the Skye è un album costruito quasi interamente sulle intuizioni che già permeavano le tracce Elephant Man, Hearts Alive, Sleeping Giant, Pendulous Skin e Siberian Divide, ma almeno metà dei pezzi di questa nuova release non arriva all’altezza qualitativa di quelle composizioni ispiratrici, peccando ora in superficialità ora in barocchismo, ora in poca coesione ora in inserimenti derivativi, finendo per frenare e detrarre dagli ottimi momenti musicali che per brevi tratti pur affiorano di continuo.

7/10

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