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Recuperi sul fronte jazz

Posted by StepTb su agosto 21, 2009

Qualche impressione sugli album jazz usciti in questo 2009, dal momento che a fine anno non credo riuscirò a fare un discorso un minimo completo sul genere vista la solita marea di uscite cui star dietro.

Live at Cafe Oto del trio britannico Steve Noble (batteria), John Edwards (contrabbasso) e Alan Wilkinson (sax alto e baritono, voce) è semplicemente uno dei migliori live jazz degli ultimi anni, un perfetto mix di groove e avanguardia, con chiari riferimenti allhard-bop sperimentale alla Mingus ma anche qualche fiato dalle velleità Ayleriane, il cui spettro resta comunque neutralizzato da una bestiale performance percussiva del grandissimo Noble, continuamente teso verso poliritmi dal sapore tribale e alleclettismo più free.
Le tracce sono due, Spellbound (31 minuti) e Recoil (8 minuti), la prima un serpente che cambia pelle senza sosta immergendosi in svariati umori senza mai evadere da una forte coerenza e intesa, in un ribollire vitale straordinario, la seconda è più caotica, classicamente "free" (alla Coleman/Coltrane) e dissonante, con una performance più breve ma più selvaggia, che tocca un apice di turbinio emotivo prima di spegnersi in un elegante passaggio retrò.
Dei tre esiste anche uno studio album del 2007, dal titolo Obliquity, buono ma meno sorprendente.

In Transition del Collective 4tet non possiede nulla di davvero innovativo, ma pare proprio tra i loro più piacevoli lavori (pubblicano album dal 1992): energico, cromatico, colorato. Anche qui free improv, ma le tracce non hanno titolo.
Heinz Geisser è alle percussioni, Mark Hennen al pianoforte, Jeff Hoyer al trombone, e un William Parker in gran forma al violino basso (aka basso da braccio, lantenato del violoncello).

Hymn for Tomasz Stanko, di Dennis González e Faruq Z. Bey con la partecipazione del Northwoods Improvisers Septet, è un disco free-jazz molto dissonante ma anche posato e malinconico, per chi ama questo genere di tonalità non è da farsi scappare.

Stolas: Book of Angels Volume 12 del Masada Quintet ft. Joe Lovano prosegue la saga dei Book of Angels zorniani, appena reduce dai due capitoli usciti nel 2008. Stavolta però non siamo nei territori del jazz datmosfera alla Lounge Lizards né al mix bizzarro di chillout, jazz e folklore del volume 10, qui piuttosto cè prevalentemente del jazz più tradizionale e purista (giocato principalmente a livello pianistico e colorato dai fiati) senza scossoni, elegante ma retrò e sicuramente non sorprendente.

C-Section di Evan Parker e John Wiese non mi ha lasciato unimpressione troppo buona, un free-form improvvisato a tratti in modo anche troppo disorganico e incoerente. Negli anni scorsi ho visto Parker dal vivo in qualche jam e mi era parso più ispirato, questo risultato non credo possa spiccare sulla sua media più di tanto.
In ogni caso è uscito praticamente in contemporanea anche The Moment’s Energy dellEvan Parker Electro-Acoustic Ensemble, sostanzialmente una serie di esperimenti improv sulle stesse coordinate ma strutturati per lo più su textures elettroniche, e sicuramente più riusciti, curati nel suono e omogenei, spesso non lesinando inquietanti atmosfere thriller.

Contact di Keith Rowe e Sachiko M è il classico disco electro-acoustic davanguardia autoindulgente e priva di sensibilità, da evitare.

The Shadow of Your Smile dei Ruby Ruby Ruby (trio con alla voce la Margareth Kammerer già collaboratrice di Fred Frith) è un disco per nostalgici del vocal jazz anni 50; niente di esplosivo, anzi.

Through All These Years of Trying to Belong è un EP di Emil Klotzsch e Ruediger Krey, assolutamente interessante e giocato su un piano emotivo atmosferico sostenuto da droni che rimandano allambient più new age ma anche più "caldo" e sentimentale, sul quale si innestano piano e fiati minimalisti: unideale colonna sonora per momenti di solitudine al tramonto in riva al mare (chi non ne ha?).

Breaking the Mold dei Trinity è un disco di free improv caustico e ricco di spigolature, suona anarchico ma anche "completo" in un senso quasi geometrico. Tra i migliori dellanno nel genere, probabilmente.

Luminescence del Borah Bergman Trio è stato da alcuni definito negativamente  "elevator jazz", e tutto sommato sono abbastanza daccordo.

Take Off! della Andromeda Mega Express Orchestra è unuscita più interessante, un particolare third stream orchestrale (stile big band) che tenta di inglobare a sé svariate influenze popolari, dal tropicalismo al minimalismo in stile Reich alla musica per telefilm ai droni atmosferici. Il problema è che da una parte il progetto soffre di un certo cartoonismo forse mutuato dallera post-Zorn, dallaltra resta troppo ancorato al vecchio swing anni 40 per potersi presentare con un approccio realmente "di rottura". In ogni caso, musica molto variegata, orecchiabile, ben strutturata, adatta a qualsiasi tipologia dascoltatore, e innovativa nel suo campo.

E infine lascio per ultimo il migliore, Coward di Nels Cline, lennesimo ottimo disco di uno dei più validi chitarristi in circolazione. Però, non essendo lalbum solo jazz ed essendo davvero r0xante, forse merita una review a sé, che cercherò di fare a breve.

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5 Risposte to “Recuperi sul fronte jazz”

  1. Non credo che l’approccio “di rottura” in se’ sia un valore positivo (ne’ nel jazz, ne’ in generale intendo). Prendi un disco di “jazz mainstream”, come amano definirlo con una certa puzza sotto il naso certuni, di Roy Hargrove o Terence Blanchard: sai già che sarà meglio, e di infinite lunghezze, di tutta la monnezza velleitaria eurojazz.

  2. steptb said

    Ma molta della roba velleitaria eurojazz non ha passione, quindi possono sperimentare quanto vogliono che annoieranno sempre XDAd ogni modo non amo i dischi che puntano all’effetto nostalgia o che ripropongono in maggioranza sound presi dai classici, a quel punto mi ascolto direttamente i classici che suonano più genuini, no? Take Off è un buon disco ma se avesse evitato l’estrema orecchiabilità e piacevolezza retrò sarebbe stato molto di più, preferisco mille volte un approccio “spinto” alla Zappa per dire.

  3. Ma non c’e’ approccio nostalgista nei dischi di Blanchard, per es.. C’e’ un suono classico ma assolutamente di oggi, bello, ricco. Secondo me spesso si confondo l’approccio spigoloso-free con il “nuovo”, quando ormai sia Ornette Coleman che Albert Ayler che l’ultimo ‘Trane sono ampiamente storicizzati, almeno quanto Louis Armstrong o Charlie Parker, e come loro fanno parte del continuum jazzistico. Di conseguenza se suoni mainstream facendo tesoro di tutto il bagaglio del continuum medesimo, beh, per me e’ una figata atomica.

  4. steptb said

    Non penso che stiamo dicendo cose diverse in fondo, avevo fatto l’esempio di Zappa proprio perché suonava orecchiabile quasi sempre a grandi platee ma mescolava praticamente tutto dai jingle pubblicitari alla classica contemporanea a Eric Dolphy. Il punto è il modo in cui avvengono le contaminazioni e gli aggiornamenti dei sound classici, puoi voler fare davvero un’opera moderna come appunto un Zappa o puoi fermarti al divertissement smorzato senza osare troppo come mi pare facciano Take Off e tanti altri. Poi mi possono piacere entrambi ma dò più credito ai primi oggettivamente.Poi altra cosa, ok sulla storicizzazione ma il sound free suona ancora facilmente attuale per vari motivi (ad esempio è il più facile da inglobare nelle strutture free-form più moderne), poi certo ci sono gli stili dei giganti anni 50-60 e quelli sì sono ormai classici e caratteristici, ma un Sound Grammar di Coleman per dire aggiorna il suo free con facilità e non suonando come il suo repertorio storico, più difficile farlo in quel modo oggi con altri generi.Blanchard da quel che ricordo si occupa prevalentemente di OST (almeno la roba sua che conosco) e la OST risponde a precise direttive esterne etc., per farle quasi sempre si punta a ricreare atmosfere tramite la ripresa di determinati topoi musicali, anche se non dubito possano essere godibilissime sono in un territorio un po’ a sé e via avanti. Che papiro, mi fermo!

  5. Beh, Blanchard ha due carriera: una da compositore di OST, un’altra da jazzista. E’ uno dei più grandi trombettisti moderni nonche’ autore di una serie di splendidi lavori in qualità di leader – prova “Jazz in films”, “Bounce”, “Flow”, “A Tale Of God’s Will” e poi ora esce il nuovo “Choices” che spero sia bello come al solito! :)Riguardo alla storicizzazione, piu’ che i lavori nuovi di Coleman e altri mi riferivo proprio a quelli del passato. C’e’ un sacco di gente convinta che sentire le pernacchie di Mauro Schiano o di Brotzmann (che fa quasi tenerezza, da quant’e’ convinto nel portare avanti una visione anarco-espressionist-free vecchia di quarant’anni come se fosse ancora alla fronte dell’avanguardia, termine anch’esso obsoleto e quasi comico ormai) sia più nobile meritevole di chissà cosa, quando in realtà di roba più antica e sorpassata, in quanto nata morta, non ce n’è… :)

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