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Fever Ray – Fever Ray

Posted by StepTb su dicembre 15, 2009

Rabid, 2009
Album

Sotto il moniker Fever Ray si nasconde il debutto solista di Karin Dreijer Andersson, la metà femminile del duo svedese The Knife (l’altra metà è suo fratello minore Olof Dreijer).

Immergendosi nei suoni dell’omonimo disco di debutto Fever Ray (Rabid, 2009), si ha l’impressione non solo che fosse proprio la Andersson a celarsi dietro la svolta più sperimentale e dark di Silent Shout (2006), album che ha consegnato alla popolarità il duo, ma anche che questa nuova veste solista sfoghi i suoi veri intenti autoriali e sperimentali, sganciandosi maggiormente dalle tendenze da dancefloor.

Il sound di Fever Ray è tanto futuristico, nella sua lucidità elettronica, quanto ipnotico e richiamante paesaggi onirici tipici della new age più spaziale. Non è esagerato pensare di poter definire l’album come un incrocio tra gli ultimi aggiornamenti del synth-pop dark e i capolavori di ambient mistico alla Steve Roach; in effetti, proprio da Steve Roach e Peter Gabriel, più che da Byrne, sembrano provenire gli svariati tocchi in stile world-music sparsi lungo le tracce. Le ritmiche sono sempre in primo piano, e contribuiscono a costruire atmosfere surreali grazie all’impeccabile mix con i glaciali synth e le distaccate voci filtrate.
Apre il percorso l’episodio più oscuro e viscerale, If I Had a Heart, con una serie di trovate tanto minimali (tappeto di strati drone, pulsazioni cardiache, intrecci vocali a più livelli) quanto memorabili; la successiva When I Grow Up ne pare invece una semi-antitesi, volta a cacciare quei demoni oscuri tramite una danza onirica.
Se Dry and Dusty si tuffa forse più di ogni altra traccia nella ballad synth-pop anni ’80 aggiornandola e approfondendola psicologicamente, Seven e Triangle Walks proseguono esplicitando completamente le evidenti influenze melodiche e percussive che la Andersson riprende dall’estremo oriente.
La più claustrofobica e ipnotica Concrete Walls incupisce le atmosfere, prima della lullaby dalle vocals estremamente catchy Now’s the Only Time I Know, accompagnata da rintocchi cristallini, evoluzioni sconnesse dei synth, e le solite pulsazioni predominanti.
Una caotica I’m Not Done, più alienata e industriale delle tracce precedenti, lascia spazio al crescendo emozionale della ballad Keep the Streets Empty for Me, vitalizzata da uno dei più evocativi dualismi tra passato (flauti etnici) e futuro (battiti sintetici), poi però perfino surclassato dai 7 minuti della conclusiva Coconut, l’ennesima serie di trovate brillanti nelle linee vocali e negli arrangiamenti, con ipnotici e ancestrali cori a ricordare ora più che mai i misticismi di Roach e la catartica world-music di Paul Winter.

Debutto il cui unico difetto può essere individuato nella mentalità ancora fortemente di marca synth-pop delle composizioni e dell’arsenale strumentale (che comunque riflette molto dello spirito sonoro della propria decade, dando ad essa uno dei maggiori contributi in tale filone), Fever Ray segna però, auspicabilmente, anche l’inizio di una strada più autoriale e complessa sia per la Andersson che per gli stessi The Knife, e per ora addirittura riesce a battere lo stesso progetto principale anche sul livello prettamente melodico oltre che sperimentale.

7.5/10

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