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Antichrist

Posted by StepTb su dicembre 18, 2009

Lars von Trier
108 min, col. + b/n
2009

Con un’opera feroce e apocalittica come Antichrist, Trier si stacca dai suoi finti melodrammi ma anche dal suo humor perverso. Ma, nonostante le evidente intenzioni di serietà in soggetto e sceneggiatura, il regista purtroppo non resiste nemmeno stavolta a cacciare giù per la gola dello spettatore dei toni drammatici in maniera meccanicamente esplicita, a partire dalla musica operistica che accompagna la disgrazia del prologo, una totale incapacità di sottigliezza e sensibilità che fa il paio con la seconda parte del film (la quale, più che nei reami dell’horror come forse nelle intenzioni, sta invece sostanzialmente in quelli del torture-porn come un qualsiasi Hostel), e che resta esattamente la principale causa per cui Trier non potrà mai essere considerato un autore al pari dei pesi massimi cui vorrebbe avvicinarsi, pur avendone in potenza le capacità.
Eppure, a braccetto di tali difetti, si accompagnano una maestrìa nell’uso del linguaggio filmico assolutamente indubbia, e una serie di particolari narrativi e visivi acuti.
Abbiamo un dramma psicologico che si sviluppa e viene inquadrato con un netto superamento delle dinamiche psicanalitiche (lo stesso He lo esplicita: forse l’unico tocco sottilmente umoristico, all’interno del dramma, da parte del regista), tagliando quindi i rapporti con i film psicologici del passato per esplicitare un legame chiaro con il mondo contemporaneo, mondo che ha difatti ormai superato la psicanalisi (tra parentesi: consapevolezza che ha il regista, ma che ancora non hanno i critici cinematografici).
Abbiamo un menefreghismo meno di superficie del solito verso il politically correct: che il regista non faccia nulla per evitare le accuse di misoginia è infatti piuttosto chiaro, sin dalla facile scelta grafica di rappresentare la “T” finale del titolo tramite il simbolo del genere femminile, scelta tuttavia fuorviante se presa per buona come morale ultima del film.
Abbiamo difatti anche uno studio dell’irrazionalità maschile maturo e originale, che si concentra su egoismo, possessione, trasgressione delle regole, eccessiva sicurezza di sé, controllo del femmineo a qualsiasi costo. L’irrazionalità femminile viene fatta risalire ad una reazione contro tale tipo di irrazionalità maschile, lo stesso che si perpetua da secoli, che portò alla caccia alle streghe nei secoli bui, e che forse si è inserito come variabile costante nel sistema patriarcale (o almeno, questa pare essere la tesi del regista).
Trier riesce perfino ad infilare alcune sottigliezze capaci di bilanciare le parti rozze e urlate come il prologo e la parte finale: la prima metà è palesemente influenzata da Tarkovsky; il collegamento del tema centrale con il passato medievale viene resto con una sequenza magistrale ed evocativa, che in un attimo riesce a conferire un alone mistico al resto; in una scena, He istruisce She sul femminismo, ponendo un quesito su come interpretare la situazione (controllo maschile perfino su questo livello, o insinuazione che il femminismo sia parte integrante dell’anti-femmineo?).
In un’epoca in cui si tende sempre più ad esaltare opere che si auto-limitano nel genere d’appartenenza o nelle ambizioni (esaltate perché “non pretenziose”: un ribaltamento opposto rispetto ad un tempo), un tentativo di narrazione tanto ampio e capace di ristabilire un contatto col mito, l’ancestrale e la storia rimossa finisce per suscitare un minimo di rispetto, pur con i suoi grossi difetti e idiosincrasie.

7/10

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2 Risposte to “Antichrist”

  1. M. said

    Ottima disamina… dell’ultimo Melancholia che ne pensi?

    • StepTb said

      Molto, molto inferiore. Addirittura tra i suoi peggiori, assieme a Manderlay e a Dancer in the Dark (quest’ultimo il suo più sopravvalutato). Sostanzialmente ha tutti i difetti di Antichrist senza averne nessuno dei pregi; piatto, monotono, chiuso in se stesso e nella sua tesi, cerca di raggiungere dimensioni Tarkovskiane con espedienti urlati e senza riuscirci, e (come in Manderlay e DitD, per questo li piazzo tra i peggiori) si isola da capo a coda nella dimensione drammatica pur restando del tutto incapace di costruire un qualsivoglia senso del dramma. Non mi sorprende che al pubblico generale sia piaciuto più di altri LvT, c’è solo forma e niente sostanza.

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