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Massive Attack – Heligoland

Posted by StepTb su febbraio 8, 2010

Virgin, 2010
Album

Tornato Grant “Daddy G” Marshall in pianta stabile vicino a Del Naja, i Massive Attack pubblicano il nuovo album Heligoland (Virgin, 2010), sviluppato a partire da sessioni registrate tra il 2005 e il 2009, assieme ad una lunga lista di guest.
Stilisticamente, il disco rappresenta il forse maggior allontanamento dal sound classico, cancellando con un colpo di spugna buona parte delle soluzioni più oniriche, oscure e claustrofobiche sviluppate nel corso degli anni, per riallacciarsi ad alcune idee degli esordi (Blue Lines), rivisitate però sostituendo con basi ritmiche elettroniche e spesso propulsive le vecchie influenze jamaicane.
Nei nuovi pezzi mancano in effetti il guizzo geniale e la profondità emotiva, in tal modo riducendo spesso la maggior attrattiva alla performance vocale del guest di turno, che imprime e definisce l’identità della traccia.
Martina Topley-Bird (vocalist storica di Tricky) fa sue Babel, con base electro frenetica, e la più lenta ed onirica Psyche, una sorta di incrocio tra gli echi mistici dei Dead Can Dance e l’elettronica alienante e glaciale dei più recenti The Knife.
Pray for Rain, con pioggia ritmica sia tribale che electro, pianoforte e crescendo chitarristico sino ad un refrain pop (simboleggiante apparentemente l’esaudimento della “preghiera”) prima della coda che riprende il tema iniziale, pare ritagliata su misura al vocalist Tunde Adebimpe dei TV on the Radio.
Il collaboratore di vecchia data Horace Andy è protagonista di Girl I Love You, inaspettatamente un altro episodio dalla ritmica propulsiva, sostenuto prima da rapidi giri di basso, poi da svolazzi di synth spettrali, ma anche incalzanti e minacciosi fiati che si contorcono in una dissonante esplosione finale.
Una delle più atipiche basi ritmiche, con battiti di mano e tonfi sordi, si accompagna al minimale e freddo giro di basso, ai rintocchi cristallini e a brevi momenti di stratificazione tastieristica dell’alienante ballad Paradise Circus, a cui riesce a dare un filo conduttore la particolare voce di Hope Sandoval (dei Mazzy Star).
Altro episodio abbastanza convincente, Saturday Come Slow incrocia un’altra scarna e propulsiva base ritmica alle melodie vocali di Damon Albarn (dei Blur) ma soprattutto al diligente lavoro chitarristico di Adrian Utley (dei Portishead).
Ad un livello inferiore si trovano invece Flat of the Blade (voce di Guy Garvey degli Elbow), un pastiche di pulsazioni electro e droni da colonna sonora cinematografica, Rush Minute (voce di Del Naja), con ritmica nuovamente incalzante e propulsiva, banali rintocchi riverberati di chitarra e romantici accordi al pianoforte, vicino alle soluzioni più cantautoriali già tentate da act come gli Archive, e la conclusiva Atlas Air (voce di Del Naja), con quasi 8 minuti di altro incrocio tra base simil-electro (stavolta dalle venature etniche) e acuti droni atmosferici ai synth, ma anche la confusa e piuttosto piatta Splitting the Atom, a tre voci (Del Naja, Horace Andy e il cavernoso Marshall) su tappeto di acuti tastieristici stratificati e battiti di mani, scelta contro ogni aspettativa come singolo di lancio.

6/10

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