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Deftones – Diamond Eyes

Posted by StepTb su giugno 3, 2010

Reprise/Warner Bros. – 2010
Album

La maggior disgrazia nella carriera dei Deftones è avvenuta nel novembre 2008, quando il bassista Chi Cheng è rimasto vittima di un incidente stradale che l’ha ridotto in stato minimamente cosciente.
Già dal 2007, la band aveva iniziato, assieme al produttore Terry Date, a registrare un nuovo disco dal titolo Eros, che nei progetti avrebbe dovuto essere cupo, atmosferico e aggressivo. Dopo l’incidente, i Deftones hanno deciso di posticiparne indefinitivamente l’uscita, e registrare daccapo un nuovo disco assieme al sostituto bassista Sergio Vega (un tempo nella band post-hardcore Quicksand, e già entrato temporaneamente nei Deftones nel 1998).
L’album, prodotto da Nick Raskulinecz e intitolato Diamond Eyes, viene registrato nel 2009 e pubblicato nel maggio 2010 per la Reprise/Warner Bros.

Il disco è stato palesemente creato ben più in fretta rispetto alle scorse release, e la conferma arriva non solo dalla struttura piuttosto prevedibile e ripetuta dei pezzi, ma anche dal sound maggiormente scarno e spoglio, sia nei momenti più duri (che non arrivano ai livelli del wall of sound sfoderato nell’album omonimo) che in quelli più emotivi (che non presentano il certosino lavoro di stratificazioni di Saturday Night Wrist). Oltre a ciò, sembrano mancare anche delle melodie effettivamente memorabili, fino a questo momento sempre state presenti negli album del gruppo. Il difetto principale, comunque, è che l’album non dà la sensazione di aggiungere qualcosa allo stile e al repertorio dei Deftones, come invece avevano fatto i precedenti: ogni traccia rimanda ad un modello eretto e perfezionato in precedenza, con rarissime e solo parziali eccezioni.
Sarà infatti anche piacevole ritrovare la furia metal della band nelle prime tracce in apertura, ma è innegabile che ad esempio il sound di Royal provenga da pezzi di Around the Fur come Lhabia e Rickets; e proseguendo, incontrando i consueti episodi meno violenti, si riconoscerà nelle power-ballad sognanti e avvolgenti Beauty School e Risk (la prima, in ogni caso tra i pezzi migliori, con anche arpeggio post-rock) il tipico stile delle power-ballad già presenti in Saturday Night Wrist, come Beware e Cherry Waves; o ancora, nella più distorta e comunque ispirata Prince, sarà facile notare la somiglianza con le strofe di RX Queen (da White Pony), battito sintetico e sincopato e annesso giro di basso riverberato con incastonamento pari pari della melodia vocale, almeno sino all’esplosione dell’acuto di Chino sul fondale che mixa distorsioni e arpeggi dilatati, che ritaglia una buona accoppiata bridge-chorus.
Altrove ci si avvicina anche pericolosamente alla non esaltante imitazione altrui, ad esempio nella scontata title-track (messa anche in apertura, scelta non molto condivisibile), su cui c’è poco da dire, strofa con semplice riff sincopato di diretta derivazione Helmet (o Korn), e chorus dalla melodia che un tempo ci si sarebbe aspettati più dagli Ill Niño che dai Deftones.
Fortunatamente sono presenti anche episodi più validi: le strofe scandite in voce acuta sputante rabbia su riff abrasivo e battito secco in CMND/CTRL sono accoppiate ad un fondale sonoro drone-noise, tanto da farle sembrare il sogno metal proibito di una band electroclash; You’ve Seen the Butcher rallenta ritmica e riffing, affogandoli in una progressione paludosa a cui fanno da contrappunto le note sostenute dalla voce di Chino; il singolo di lancio Rocket Skates, pur nella sua semplicità strutturale, fa perno su di un chorus catchy che non solo entra facilmente in testa, ma gioca anche su di un indovinato e imprevisto stacco ritmico; la rockeggiante power-ballad 976–EVIL scova la propria forza nelle aperture melodiche, con annessi falsetti, della voce di Chino, che riescono a costruire alcuni dei momenti migliori del disco.
Completano il quadro un paio di tracce ascoltabili ma tutto sommato piuttosto anonime, ovvero la ballad Sextape (una sorta di incrocio tra Teenager e una band emo-core ispirata, tipo Finch), e la power-ballad ultra-distorta ma non abbastanza graffiante This Place Is Death, che chiude il disco su toni smorzati rispetto ai pezzi che l’hanno preceduta.

In buona sostanza, chi pensava di ritrovare i Deftones più ammorbiditi con il passare del tempo (seguendo in parabola lo stacco avvenuto tra l’omonimo e Saturday Night Wrist) rimarrà felicemente sorpreso di sentirli nuovamente sprigionare una sana dose di potenza e cattiveria più vicina allo stile del periodo 1997-2003, ma il tutto è avvenuto al prezzo di aver scarnificato parecchio la loro ricorrente complessità sonora, solitamente ben più ricca di variazioni, con un occhio di riguardo alle atmosfere oniriche, e spesso forte di melodie incredibili, che qui paiono, a voler essere buoni, eccessivamente ben nascoste.
Inoltre, come già anticipato, il disco non segna un netto passo evolutivo nella medesima misura dei suoi predecessori, ma sembra più che altro un assemblamento e consolidamento di idee già belle che sperimentate, messe assieme un po’ sottotono: un lavoro diligente, muscolare, di mestiere, senza crolli qualitativi, ma certo non uno dei vertici nella carriera di quest’ottima band.

6/10

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