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Brasstronaut – Mt. Chimaera

Posted by StepTb su luglio 1, 2010

Unfamiliar Records, 2010
Album

I Brasstronaut si formano nel 2007, a Vancouver (Canada), dall’incontro di Edo Van Breemen (piano e voce) con Bryan Davies (tromba e flicorno).
Per registrare il primo EP Old World Lies (Unfamiliar Records, 2008), si aggiungono alla line-up John Walsh (basso), Benji Bohannon e Brennan Saul (batteria), Brad Muirhead (tuba e trombone), Doug Gorkoff (violoncello), Eric Edington-Hryb (violino e viola), e Dan Moxon (voce e fisarmonica).
Dei quattro pezzi presenti nell’EP, si distinguono particolarmente gli iniziali 8 minuti di Insects, che introducono un innovativo mix tra dell’elegante e malinconico post-rock jazzato da una parte (con forti echi di Tortoise e Dirty Three), e dell’indie-pop intimista dall’altra (con più di una radice nello slowcore e nel folk-rock).
Il battito più rapido e martellante di Fan funge solo da tappeto per le escursioni atmosferiche e nostalgiche di pianoforte e fiati, mentre il singolo estratto, Requiem for a Scene, è una sorta di ballad pianistica lounge-jazz in vecchio stile, timidamente e vagamente aggiornata al sound dell’indie-rock.
La chiusura, affidata alla title-track, è condotta profondi accordi di piano accompagnati da un cantato dal sapore disilluso e infranto, su cui si innestano i fiati di Davies senza che mai entrino altri srumenti.

Le sessioni per il primo full-length cominciano nel 2009 e proseguono per mesi, a causa di certe insoddisfazioni per alcuni dei pezzi incisi, che porta a successive nuove registrazioni degli stessi. L’album, intitolato Mt. Chimaera, esce nel 2010 per la Unfamiliar Records.
In line-up, assieme al nucleo fondatore di Van Breemen e Davies, è rimasta nel frattempo anche la sezione ritmica di Walsh e Saul, a cui si sono aggiunti i nuovi Tariq Hussain (chitarra) e Sam Davidson (clarinetto). Il sound ha di conseguenza incorporato una più evidenziata influenza rock e jazz-rock, e gli arrangiamenti sono diventati più sofisticati, anche grazie ad un saggio lavoro di post-produzione.
La band ha difatti smorzato le influenze più palesemente post-rock, e ha perfezionato uno stile unico nell’incrociare influenze rock, pop e jazz, riuscendo accuratamente ad evitare qualsiasi eccesso d’autoindulgenza, e preoccupandosi soprattutto di mantenere il delicato equilibrio tra orecchiabilità ed emotività che ha reso ora le loro melodie davvero indovinate.
La ballad Hand Behind è una trasfigurazione dell’ormai classica ballata indie-rock per piano e voce, a cui viene rallentato il ritmo, oltre che aggiunti fiati e lontane chitarre elettriche dilatate; dopo il passaggio di due refrain (con tanto di allegri trilli timidamente barocchi ai fiati), arriva un breakdown che lascia protagonista il solo languido basso di Walsh, finché riparte un ritmo più propulsivo, avvolto da una folkeggiante chitarra acustica.
Un più smaccato chorus pop, in bilico tra indie intimista e soft-rock pianistico alla Elton John, domina Hearts Trompet, valorizzata dagli arrangiamenti agli archi e dal pulsare delle corde di un contrabbasso, finché profondi accordi al pianoforte non ne spostano nettamente l’umore generale verso territori più viscerali, preparando il terreno al magistrale e magniloquente climax finale.
La vivace e percussiva Lo Hi Hopes è un altro esempio di come la band riesca a fondere senza alcuna sbavatura jazz-rock e indie-rock, appiccicandovi anche un gioioso chorus pop e un vibrante duello tra fiati; sulle medesime coordinate si muove anche la più riverberata, teneramente nostalgica e onirica Same Same.
Il piglio tzigano di Six Toes, con guizzi e saliscendi di pianoforte, trilli ai fiati e costante tappeto di percussioni tribali, genera un altro pezzo vivace, brillante e di gran classe, che ancora una volta si chiude con uno slittamento di sound e umore complessivo (attacco indie-rock, brevissimi bridge disco-funk di chitarra elettrica e voce) prima della chiusura nello stesso caotico stile di partenza.
Il chorus più trascinato e oscuro (quasi gotico) di Ravan, assieme a riverberati lamenti vocali ed echi chitarristici, stempera e drammatizza la base jazz di piano e contrabbasso, finendo per far spegnere il pezzo con una coda sempre più funebre e scarna.

Le vere gemme dell’album sono tuttavia poste in apertura e chiusura: la ending, con gli 8 minuti di Insects, è una versione meglio prodotta e meglio suonata (in particolare si fanno notare meglio gli spettacolari crescendo di fiati e archi) del più bel brano presente nell’EP d’esordio; e la travolgente opener Slow Knots, con la sua sequenza di splendide melodie vocali, oniriche tastiere, ritmiche trascinanti e continue trovate sonore in sede d’arrangiamento e post-produzione, si può candidare ad essere uno dei più coinvolgenti, emozionanti e ben strutturati pezzi dell’anno, forse il vertice di un disco da gustare e assaporare nota per nota, felice antidoto al kitsch delle next big thing pompate dai media.

7/10

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