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10 Years – Feeding the Wolves

Posted by StepTb su settembre 17, 2010

Universal Republic, 2010
Album

Al quinto album Feeding the Wolves (Universal Republic, 2010), i 10 Years arrivano lasciando per strada il chitarrista Matt Wantland, non sostituito in line-up, e si affidano alla produzione di Howard Benson (già producer di fin troppe band di tipico “alternative-metal” radiofonico e pop), tanto annacquata quanto quella di Parasher.
L’album segna un vero e proprio calo rispetto ai precedenti: la band si è decisamente svenduta all’heavy-rock/post-grunge più mainstream e radiofonico, seguendo ancora (ma stavolta in negativo) la scia dei colleghi Chevelle, ormai caduti in basso con album da dimenticare come Vena Sera e Sci-Fi Crimes.

L’opener e singolo di lancio Shoot It Now è semplicemente un accumularsi di cliché (dai cambi di voce, alla struttura, al riffing) che già band mediocri come i Breaking Benjamin portano avanti da anni, mescolando pallidi retaggi nu-metal e post-grunge con sbiaditi risvolti emo, in formule musicali assolutamente innocue e da mainstream-radio.
Un arpeggio rapido e inquieto introduce invece la più alternative-rock The Wicked Ones, che per qualche momento fa tornare alla mente act alternative-rock/post-grunge interessanti del passato (Atomship su tutti), ma la band sta poco a distruggere le intriganti premesse, più interessata a sviluppare l’ennesimo corrivo bridge-chorus emo-grunge per il solito pubblico di riferimento, e un brevissimo istante in stile The Autumn Effect, con percussioni e riff prima del finale, non basta a redimerlo.
La qualità si risolleva temporaneamente con i due pezzi successivi, Now Is the Time (power-ballad che finalmente rinuncia all’enfasi esasperata e alle sbandate più emo) e One More Day (tipica ballad con strofe avvolte dalle chitarre acustiche e sviluppo che prevede l’ingresso degli archi, che pur sfociando in un ritornello assolutamente pop, riesce a mantenere una propria dignità emotiva), prima di cadere nuovamente con le piuttosto anonime Fix Me (che rivela la sua vera natura emo-pop nel momento con piano e voce), Chasing the Rapture (parzialmente riabilitata da un chorus effettivamente catchy), Dead in the Water (influenzata dai Taproot nelle chitarre e nei cambi di voce), Don’t Fight It (forse il momento peggiore, degno delle sbandate mainstream di Nickelback e Switchfoot) e Waking Up the Ghost (che nonostante le strofe alla The Autumn Effect e l’enfasi melodica del chorus, arriva inevitabilmente fuori tempo massimo per poter dire qualcosa di interessante).

Il fatto spiazzante è che la band infili in chiusura un pezzo finalmente convincente come Fade Into (the Ocean), evidentemente più curato e raffinato rispetto ai precedenti: un arpeggio introduttivo più malinconico e atmosferico, un ingresso vocale degno degli A Perfect Circle, un compromesso melodico riuscito e felice nel chorus distorto, giochi percussivi e chitarristici che costruiscono un climax prima di un paio di stop-and-go e la ripresa della strofa, ed infine un nuovo climax con riff rallentato e palm-mute a scivolare nell’esplosione finale. Sarebbe stato troppo chiedere una cura per le strutture e una sensibilità musicale al medesimo livello anche per i pezzi precedenti? Così facendo l’album sarebbe risultato ascoltabile, se non come The Autumn Effect, almeno quanto Division. 

5/10

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