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Korn – Korn III: Remember Who You Are

Posted by StepTb su settembre 25, 2010

Roadrunner, 2010
Album

I Korn, in realtà ormai già da un po’ sostanzialmente dimezzati rispetto al periodo dei capolavori (sia Head che Silveria non sono più nella formazione originale), tornano sul mercato discografico con il nuovo drummer Ray Luzier (già nella band di David Lee Roth e nel supergruppo Army of Anyone) e uno spirito dichiaratamente nostalgico, con Korn III: Remember Who You Are (registrato nel 2009 e pubblicato per la Roadrunner nel 2010), album prodotto nuovamente da quel Ross Robinson che in gioventù aveva ben azzeccato la cura del sonoro nei loro primi due dischi.
La scelta di produttore e titolo pare piuttosto auto-esplicativa del sound contenuto nel disco: in apparenza, i Korn sembrano tornati alla formula dei primi due dischi, riprendendo quel nu-metal ribollente e rabbioso con cui hanno marchiato a fuoco un’epoca; ma “sembrano” soltanto, perché in realtà quello di Korn III (in cui il numero sta ad indicare una continuità in serie con il debut del 1994 e il disco senza titolo del 2007) è più che altro una sorta di seconda versione di Take a Look in the Mirror (2003), disco con cui la band aveva già tentato di reagire ad un momento difficile (budget produttivo ridotto, Head non più a suo agio nel gruppo) con un “ritorno alle origini”, risultando tuttavia in un album poco interessante rispetto ai precedenti, segnando la fine dell’epoca d’oro. Come quel disco, a cui è superiore solamente grazie ad una produzione nettamente migliore (ma niente che sia ai livelli high-budget del periodo 1998-2002), anche Korn III esibisce sì tutto il sound aggressivo dei primi lavori, ma non riesce a consegnare un’oncia dell’oscura drammaticità e della violenza psicologica che contribuivano in larga parte alla grandezza degli stessi.

A poco vale l’analisi della maggior parte dei pezzi: Pop a Pill, Move On, Let the Guilt Go, ma anche l’apparentemente più originale Lead the Parade (nelle cui strofe Davis tocca nuovi vertici di epilessia) e il singolo di lancio Oildale (Leave Me Alone) (con un pattern ritmico quasi tribale e un chorus catchy) sono tutti la riproposizione di stilemi musicali già sentiti in maniera più fresca in Take a Look in the Mirror e in qualche momento di Untouchables; il loro unico motivo d’interesse sta nel constatare come Davis non abbia perso la propria potenza vocale, e come i colpi di basso di Fieldy siano tornati un elemento di primo piano, fondamentale per determinare l’umore delle canzoni.
Gli unici momenti in cui i Korn riescono a sfoderare un attacco emotivo da maestri, al livello del passato, risultano essere Fear Is a Place to Live (con la sua combo di strofe esagitate, contrappunti chitarristici, palpabili climax, melodie catchy) e The Past (con un eccellente riff iniziale, che non viene sprecato nello sviluppo grazie a delle indovinate soluzioni vocali di Davis e un ultimo pre-chorus che sembra la messa in musica di una serie di tic nervosi), ma su tutte è la costante tensione di Never Around, dai cenni dissonanti, a comunicare forse le più efficaci tinte claustrofobiche e paranoiche.
Peccato che i pochi picchi vengano riequilibrati in chiusura d’album dall’arrivo dei due pezzi meno convincenti, ovvero Are You Ready to Live? e Holding All These Lies, con la prima che torna ad alti livelli di già sentito (melodia vocale che ricorda quella presente a metà di Hollow Life, crescendo straziato a più voci che ormai suona come un cliché), e la seconda che non riesce a raggiungere in intensità i pezzi di chiusura presenti negli album precedenti (e, chiudendosi con grida disperate seguite da singhiozzi in lontananza, finisce per sembrare un’auto-imitazione ai limiti della parodia del finale di Daddy, senza riuscire a comunicare alcun vero dramma).

Lo stesso espediente già utilizzato con Take a Look in the Mirror non può essere ripetuto efficacemente ancora una volta, a maggior ragione se la band che dovrebbe tornare ai propri albori si è in realtà nel frattempo dimezzata, ma soprattutto se la riesumazione del sound originale appare più nominale e manierista che realmente affine al passato; difetto che oltretutto già si poteva notare in Take a Look in the Mirror, disco che tuttavia, a fronte della peggiore produzione, conteneva più guizzi e melodie indovinate (culminanti nel picco di una gemma come Did My Time). Korn III è insomma la ripetizione meno penetrante di un disco che già rappresentava uno stacco dai precedenti per il suo essere più di maniera, semplificato e riduzionista nella formula stilistica.

Questo nono album non modifica di una virgola la parabola discendente della band; un regalo agli “original fan” (sempre sorvolando sul fatto che gli “original fan” difficilmente possano restare soddisfatti da quello che non è un vero ritorno alle origini, impresa che sarebbe peraltro ormai troppo ardua, ma soltanto l’adozione di un sound più duro e nu-metal rispetto ai due album precedenti) potrebbe essere accettato come parentesi e divertissement da parte di un artista avviato e in piena fase creativa, come un disco minore dato alle stampe per gli affezionati prima di ripartire con la strada maggiore del materiale più impegnato e maturo, ma in questo caso tale album arriva dopo svariati anni di sperimentazioni non troppo convincenti, che avevano spento le speranze di una tale ripresa qualitativa. Korn III sembra insomma solo un tentativo di rattoppare gli ultimi due lavori, forse addirittura rinnegarli, e così finisce per screditare definitivamente i tentativi di aprire nuove strade compiuti da quei due album.
Il messaggio che ci sta comunicando la band è confuso: dobbiamo dimenticarci degli ultimi anni, e limitarci a trovare conforto in una ripresa del sound di Take a Look in the Mirror, perché alla fine ci basta quello? O forse è solo quello che realmente vogliamo? O forse la band si è convinta di non poter ormai fare meglio di così? O tutte e tre le cose assieme? Pare che, ancora una volta, bisognerà attendere un’altra release per avere delle risposte.

5.5/10

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