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No Age – Everything in Between

Posted by StepTb su ottobre 16, 2010

Sub Pop, 2010
Album

Il micidiale duo Randall-Spunt torna con un terzo full-length, Everything in Between, nel 2010, sempre a nome No Age e ancora una volta per la Sub Pop.

L’album si distacca dal precedente in termini di esplosione sonora, caos e aggressività, introducendo toni relativamente più sommessi e nostalgici; i due musicisti sembrano voler riprendere e re-integrare al proprio sound l’anima più ambient-noise che già avevano sfoggiato lungo il debut Weirdo Rippers, e che in Nouns era stata invece accantonata in favore di un approccio più hardcore-punk, compatto, omogeneo e diretto.
Il problema del disco sono tuttavia proprio alcuni dei momenti più ambientali, che purtroppo non raggiungono i livelli emozionali dei tocchi onirici presenti nel primo album: dopo una sequenza di pezzi indubbiamente azzeccati e coinvolgenti, si arriva difatti a Katerpillar e Sorts, due tracce ambient-noise, la prima molto breve (un minuto e mezzo) e funzionale a far da collante con l’umore degli altri pezzi, la seconda abbastanza stravagante da convincere (mitragliate percussive sconnesse, droni di distorsioni, voce mormorante in lontananza), che però vengono seguita da due ulteriori momenti ambientali, Dusted e Positive Amputation, i quali al contrario suonano come dei monotoni filler.

Tale calo verso il termine del disco finisce per abbassare leggermente la qualità complessiva di un lavoro che, per il resto, resta invece tranquillamente ai livelli dei suo predecessore: il battito ossessivo di Life Prowler fa da tappeto pulsante ad un perfetto meccanismo ad incastri di distorsioni chitarristiche e cantato malinconico; la voce si fa più punk e anche più depressa nella successiva Glitter, uno dei vertici (nonché singolo di lancio), sostanzialmente un misto tra shoegaze e revival post-punk che ricorda fortemente i Sonic Youth (influenza più o meno ricorrente lungo tutto l’album), forte di un chorus anthemico (“I want you back underneath my skin“); le scariche punk di Nouns tornano appena con la terza traccia Fever Dreaming, un tipico impasto di ritmica veloce e schitarrate, vitalizzato da un ricorrente giro noise tanto distorto da suonare come una sega circolare, e proseguono in Depletion, con un cantato però nuovamente colmo di malinconia, e delle divagazioni chitarristiche che suonano come una versione hardcore-punk di Neil Young; Common Heat, senza più muri noise e drumming caotico, arriva al momento giusto per stemperare i toni, in quella che è sostanzialmente una loro versione di parentesi acustica; Valley Hump Crash, il pezzo che sta tra Katerpillar e Sorts, evidenzia ancora una volta le influenze shoegaze molto più marcate rispetto al disco precedente, con dei cori vocali d’accompagnamento in mezzo al marasma distorto, ricordando i My Bloody Valentine.

L’album termina con il più anonimo noise-punk Shed and Transcend, seguìto da una Chem Trails che suona quasi proveniente da un disco differente, con il suo indie-pop molto meno aggressivo e più gioviale rispetto a tutti i pezzi precedenti; ma, prima della coda e prima ancora della parentesi costituita dai pezzi ambient-noise, è situato quello che forse resta il capolavoro del lotto, ovvero la travolgente Skinned, detonata da minimali ritmiche post-punk, improvvise impennate su tonalità diversa, ingresso del drumming dopo due terzi di pezzo in climax (in stile Eraser), accompagnante delle minimali ma memorabili melodie vocali che rendono la coda uno dei momenti più intensi.

Pur suonando meno chirurgici ed esplosivi che in Nouns, i No Age hanno saputo scrivere un altro episodio all’altezza dei precedenti, rinnovando il proprio sound senza perdere nulla del loro impatto emotivo, variandolo con la ri-acquisizione dell’anima più onirica, ambientale di Weirdo Rippers, accresciuta da ulteriori innesti shoegaze, a cui però vengono sposate la produzione sonora, la caoticità e la ribellione di Nouns: hanno forse composto quello che fin’ora è il loro lavoro più “completo”.

7/10

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