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Titus Andronicus – The Monitor

Posted by StepTb su dicembre 16, 2010

XL Recordings, 2010
Album

Band del New Jersey formatasi nel 2005, i Titus Andronicus hanno debuttato con The Airing of Grievances nel 2008, un album che prendeva gli stereotipi dei revival new-wave e garage-rock ormai arrivati all’abuso, e li malmenava tramite un sound lo-fi e urlato che guarda più all’hardcore del periodo 1980s che ai tempi attuali, mentre un festival d’arrangiamenti (sovraincisioni chitarristiche, armoniche, fisarmoniche) rendeva ovvio lo sguardo al folk-punk più corale (l’esplosione devastante dell’opener Fear and Loathing In Mahwah, NJ); la tensione verso una dimensione epica e barocca si faceva già sentire negli accenti dylaniani e springsteeniani (Joset of Nazareth’s Blues, Upon Viewing Brueghel’s “Landscape with the Fall of Icarus”), ma anche nella divisione in due parti, ciascuna lunga 7 minuti, del pezzo No Future, fatto così divenire una mini-suite.

Se quello era il disco dell’adolescenza, il nuovo The Monitor è per loro il disco dell’ingresso nell’età adulta: composto come un concept-album attorno alla Guerra Civile Americana (1861–1865), sostituisce il buzz lo-fi con una maggior cura sonora (creando un “wall of sound” quasi barocco di chitarre impastate, tendenti allo shoegaze dissonante), e le sbandate più new-wave con una potente dose di punk77 e folk-punk alla The Pogues. Il risultato finale è una sorta di bizzarro incrocio tra il filone indie-folk multi-arrangiato tipico di Bright Eyes e Arcade Fire, e la tradizione del punk-rock dal respiro più enfatico ed epico, come Stiff Little Fingers e The Saints (quello insomma più vicino culturalmente ai folksinger del Movement, che alla svolta introspettiva dell’emo-core/post-hardcore anni ’80, con la nobile eccezione dei The Replacements, una chiara influenza sulle vocals). I Titus Andronicus ereditano purtroppo anche alcuni dei difetti tipici del succitato filone indie-folk, a partire dalle sguaiate e monotone vocals alla Conor Oberst, ma la loro opera concettuale, ricercata e “prog”, si erge tra i risultati artistici più ambiziosi fin’ora raggiunti da quel tipo di indie-rock, sia a livello di fusione musicale che di articolazione e struttura dei pezzi.
Lo spirito dell’heartland-rock e del roots-rock alla Bruce Springsteen, che pervade le atmosfere e le soluzioni melodiche tanto quanto le altre influenze, suggerisce al primo impatto un’affinità con i The Gaslight Anthem e il loro aggiornamento emo-punk di quei sound; in realtà i Titus Andronicus se ne distaccano e li superano, sia per le velleità artistiche rivelate dalla complessità dei pezzi, sia per il rifiuto delle soluzioni melodiche più radiofoniche, sia per le più marcate influenze dal folk alla Billy Bragg.

Se l’album mette in chiaro da subito il proprio rifiuto delle formule commerciali con A More Perfect Union, una chiassosa opener che supera i 7 minuti (e che contiene sia il giro di chitarra più catchy del disco, sia l’esplosione di cori vocali che più ricorda gli Arcade Fire), con il frontman Patrick Stickles mai così simile al grande Paul Westerberg, seguita dai due minuti scarsi del punk’n’roll a ritmo marziale e cori da pub di Titus Andronicus Forever (conclusa con uno spoken word che cita la celebre lettera scritta nel 1841 da Abraham Lincoln a John T. Stuart: “I am now the most miserable man living. If what I feel were equally distributed to the whole human family, there would not be one cheerful face on the earth“), raggiunge il proprio picco artistico nel susseguirsi di A Pot in Which to Piss e specialmente Four Score and Seven, due monoliti da quasi 9 minuti l’uno in cui finiscono pianoforti, fiati e archi.
Ma l’evidente tensione verso il prog-rock si svela del tutto nei 14 minuti della traccia conclusiva The Battle of Hampton Roads, sostanzialmente una suite dedicata alla battaglia navale del 1862 tra le navi da guerra USS Monitor e CSS Virginia, che parte come un incalzante indie-rock, assorbe schitarrate noise, cade in un limbo funebre marcato dai colpi percussivi e dai lamenti dei fiati, si spegne lasciando spazio ad una nenia di cornamuse contrappuntata dal muro effettato di chitarre, evolve in un crescendo percussivo, e torna all’indie-rock stratificato e psichedelico di prima, chiudendosi nei riverberi.
Lungo questi pezzi, la batteria utilizza spesso soluzioni da marcia militare e da banda di paese, mentre la strumentazione spazia anche in soluzioni da country-western (l’armonica di Four Score and Seven, gli archi di Theme from “Cheers”) e rock’n’roll d’altri tempi (la danza scatenata di pianoforte e sax su …And Ever, che liricamente riprende il coro da pub di Titus Andronicus Forever in chiave non più depressa e aggressiva ma festaiola).
Pezzi più immediati e inseriti per costruire l’atmofera del concept sono Richard II, un noise-rock sgraziato che si sfoga in un giro di chitarra folk-rock accelerato a rotta di collo, e No Future Part Three, con un’altra melodia vocale alla Arcade Fire e un tappeto ritmico di sole percussioni marziali, fino al nuovo coro anthemico finale (“You will always be a loser“), mentre la ballata a pianoforte, voce e riverberi shoegaze di To Old Friends and New arriva come un break ritmico (e vocale, ospite al microfono è Jenn Wassner dei Wye Oak) necessario per digerire l’eccesso dei baccanali precedenti.

Ciò che raggiunge la formula stilistica di The Monitor è un vero e proprio ibrido stilistico tra filoni musicali normalmente distanziati sia culturalmente sia temporalmente, in cui gli strati sedimentati del punk77 e poi del post-punk, della generazione di Springsteen e Billy Bragg, e infine dell’indie post-Neutral Milk Hotel e post-Bright Eyes tornano tutti in superficie simultaneamente, trovando il loro punto di contatto in una rock opera tanto grezza e urlata (dunque tecnicamente “punk”), quanto ricercata e barocca (dunque tecnicamente “prog”), quanto profondamente americana e popolare (dunque tecnicamente “folk”): con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, siamo di fronte ad uno dei lavori più sui generis, nostalgici, eccessivi, ambiziosi e di difficile assimilazione che abbia prodotto l’indie-rock degli ultimi anni.

7.5/10

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