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Zoroaster – Matador

Posted by StepTb su dicembre 31, 2010

(E1 – 2010)
Album

Gli Zoroaster sono un trio di Atlanta (Georgia, USA) consistente in Brent Anderson (basso, voce), Will Fiore (chitarra, voce) e Dan Scanlan (batteria).
Matador è il loro primo album per la label E1, dopo ben tre dischi indipendenti pubblicati per la loro Terminal Doom Records.
Se il sound dei precedenti Zoroaster (2005), Dog Magic (2007, il disco che li ha fatti notare) e Voice of Saturn (2009) poteva essere ben descritto come una variante più scarna e hardcore degli Electric Wizard, Matador segna il balzo verso una nuova formula stilistica, più melodica e accessibile al mainstream; è tuttavia vero che la band ha dimostrato una propria evoluzione nel corso degli album precedenti, introducendo pezzi più ricercati e con influenze più aperte già da Dog Magic. In particolare, Matador riprende l’afflato spirituale e psichedelico introdotto in alcuni pezzi di Dog Magic come Tualatin e la title-track, e la tendenza all’impasto più melodico di Spirit Molecule (da Voice of Saturn), portando tuttavia quei timidi accenni verso una dimensione assolutamente nuova.
Senza più monolitici pezzi da 10 e più minuti, e con una rinnovata sensibilità melodica, gli Zoroaster sembrano voler associarsi agli High on Fire nel fare da ponte tra la forma-canzone più classica del rock e le sonorità più aggressive dello sludge; tuttavia, in Matador, le abrasioni più heavy che la fanno da padrone negli High on Fire vengono levigate con forza, e il focus si sposta verso la costruzione di un wall-of-sound mesmerizzante e allo stesso tempo “morbido”, in cui la carica di furia riesce (anche grazie alle vocals pulite e riverberate) a suonare soffice e psichedelica, pur mantenendo tutte le attrattive essenziali del genere sludge-stoner.

Uno dei migliori esempi è già l’opener D.N.R., in cui il ritmo incalzante (scandito in sottofondo da un respiro affannato) e i riff catchy vengono accompagnati da una contagiosa melodia vocale riverberata e cantata con tono da rituale esoterico.
Stesso discorso per Odyssey, in cui i toni da sermone orientale si abbinano a dei giri chitarristici più heavy-metal (una sorta di Motörhead al rallentatore, così come la precedente traccia Ancient Ones), per poi lasciare spazio all’esplosione caleidoscopica dell’assolo e ad un potentissimo riff finale.
Ancora meglio riesce comunque a fare il capolavoro del disco, ovvero la centrale Old World, in cui le memorabili vocals, accoppiate al ricorrere di uno dei riff più esotici e indimenticabili della band, portano il brano in una dimensione quasi liturgica.
Queste sperimentazioni più vicine al lato spirituale, esoterico e psichedelico vengono ben bilanciate dalla carica heavy-metal nostalgica di Trident, e prendono una forma diversa in Firewater, una strumentale in cui la psichedelia disorientante viene espressa tramite distorsioni più noise-rock.
Il momento più legato al doom-metal e all’aggressività dei lavori precedenti è rappresentato da Black Hole, il cui inizio profondo e apocalittico fa tremare la terra, mentre la voce torna alle abrasioni straziate da killer tipiche del doom.
Un’altra strumentale è la breve Odyssey II, stavolta però quieta e arpeggiata, perfetta introduzione per la title-track, di 7 minuti e mezzo e divisa in due parti, la prima una vibrante tensione in preparazione del terreno per l’esplosione stoner-doom riverberata a wall-of-sound della seconda; qui gli Zoroaster suonano come un incrocio perfetto tra lo sludge-doom più funebre e i Pelican di Australasia.

Il power-trio di Atlanta ha ora abbandonato le ruvidità più estreme, le distorsioni più rumoristiche, le ritmiche più lente e straziate; ma ciò che è stato perso in efferatezza doom è stato guadagnato sotto il profilo melodico e psichedelico: tagliando di netto il loro debito evidente con Electric Wizard e Harvey Milk, i tre hanno trovato una voce più personale, una sorta di versione più “pop” ma allo stesso tempo fresca e originale di quel medesimo stile.

7/10

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