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The Ward

Posted by StepTb su aprile 11, 2011

John Carpenter, 2010
USA 88′ col.

Successivamente a Ghosts of Mars, Carpenter dirige due episodi della serie Masters of Horror: nel 2005 il gioiellino John Carpenter’s Cigarette Burns (sicuramente il migliore dell’intera serie assieme all’altrettanto riuscito Homecoming di Joe Dante), sulla ricerca dell’unica copia sopravvissuta di un film maledetto, e nel 2006 il divertente ma più trascurabile Pro-Life, su di una quindicenne figlia di un fondamentalista cristiano incinta di un demone, ma torna al lungometraggio cinematografico appena nel 2010, con The Ward.
Il regista dirige in maniera competente una sceneggiatura originale scritta da altri (la coppia Michael Rasmussen e Shawn Rasmussen, già autori del non entusiasmante Long Distance, nel 2005), sganciandosi dal ruolo di autore completo come già in passato con risultati varianti dall’eccellente (In the Mouth of Madness) allo scarso (Village of the Damned).
La prima parte del film rimanda al ritorno verso il cinema di genere della gioventù di un altro celebre autore horror d’annata, ovvero Sam Raimi, in quanto la figura della “final girl” (fatta diventare un topos del genere proprio da Carpenter, con Halloween) si riadatta e ri-plasma secondo le tendenze post-Scream e ancor più post-2000, diventando una bella e determinata eroina centrale, esattamente come nel raiminiano Drag Me to Hell (2009). Il ruolo di Carpenter in questa prima parte, atmosferica e sotto le righe, si mostra fondamentale nel far divenire anche il setting spazio-temporale (un cupo edificio di cura per le malattie mentali, nell’anno 1966) un minaccioso e ben definito co-protagonista, pur preferendo lasciare la score al non paragonabile Mark Kilian; lo stesso ruolo registico si adatta bene poi anche nella seconda parte, coordinando una decisa accelerata nell’esagitata azione thriller. La sceneggiatura risolve tutti gli apparenti buchi narrativi con una soluzione psicologica ad effetto che tuttavia non presenta nulla di nuovo, basti pensare al precedente e simile Identity (2003), e in generale non brilla particolarmente in creatività nemmeno nel resto (almeno un paio di colpi di scena sono telefonati), ma consapevolezza e maturità registiche portano ogni spunto verso una dimensione ambigua e paranoica. In un certo senso, il film funge da complemento a Ghosts of Mars: perde il suo mix di generi e trovate orrorifiche visionarie, ma guadagna un’adulta accortezza al posto della spacconeria eccessiva.

6/10

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