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Fleet Foxes – Helplessness Blues

Posted by StepTb su settembre 29, 2011

Sub Pop/Bella Union, 2011
Album

Il ritorno dei Fleet Foxes, con il loro secondo full-length Helplessness Blues (registrato nel 2010 e pubblicato nel 2011), è uno dei più deludenti del periodo, in misura proporzionale a quanto l’omonimo ne resta uno dei debut più ispirati.
Questo follower, abbozzato sin dal 2009 ma poi ricomposto daccapo dopo alcuni problemi di registrazione, vede una sezione ritmica completamente rinnovata (niente più bassista e batterista presenti nel precedente, sostituiti dal drummer J. Tillman, assente dalle ultime sessioni di registrazione per impegni solisti, dal bassista Christian Wargo, e dal polistrumentista Morgan Henderson, ex basso dei post-hardcore The Blood Brothers), ed un ancora più largo impiego di strumenti differenti negli arrangiamenti da parte di Robin Pecknold e Casey Wescott (ora ricoprente un ruolo sostanzialmente alla Brian Jones).

Il problema del songwriting di Pecknold è che l’autore pare aver subìto un improvvisto invecchiamento precoce, ed avere il doppio dei suoi effettivi 25 anni. La musica suona difatti incredibilmente passatista e melliflua, depurata da qualsiasi reale tensione interna. I Fleet Foxes non sono mai suonati così simili a The Beach Boys, The Beatles, The Everly Brothers, Graham Nash, America e Paul Simon, se non addirittura ai vocal group dei 1950s.
Ciò che può trarre in inganno è la costruzione narrativa dei pezzi, che tende quasi sempre ad evadere dagli schemi classici e avvicinarsi piuttosto alla forma del crescendo diviso in sezioni, una scelta nelle parole di Pecknold influenzata da Van Morrison; ma le tonalità degli accordi, le auto-limitazioni sonore, le linee vocali e le parti di batteria inchiodano senza scampo Helplessness Blues nella nostalgia e nel pop di retroguardia.
La cifra stilistica tipica di Pecknold, ovvero l’elaborazione di avvolgenti e traboccanti polifonie vocali, qui per giunta spinte verso sfumature ancora più esotiche, resta il fattore che più di ogni altro rende il disco un riconoscibile prodotto della sua epoca, ma l’esagerata monotonìa di genere, di umore e di melodie portanti mina alla base l’efficacia del procedimento.

La verità è che i Fleet Foxes non sono mai stati interessanti per motivi di sensibilità, profondità e tocco poetico (e difatti poco o nulla di Cohen, Drake o Young si è mai sentito nei loro pezzi), ma si erano dimostrati capaci di creare un mix travolgente di folk pastorale, polifonie psichedeliche, ritmiche frizzanti e hook melodici incredibilmente catchy, come dimostrano le varie Mykonos, Sun It Rises, White Winter Hymnal, Ragged Wood. Su Helplessness Blues, è stato deciso di tagliare i rapporti con gli elementi più scoppiettanti e vivaci, forse con l’intenzione di voler creare un disco “adulto”, ma il risultato è stato invece un disco “vecchio” (in apertura, nell’opener Montezuma, il testo non a caso recita “So now I am older“) ; tolti quegli elementi, la parte restante della musica di Pecknold è esattamente quella meno attraente, nel suo essere incapace di suonare adulta e poetica come vorrebbe.

Pecknold inserisce un solo pezzo sulle coordinate del disco precedente, ovvero la breve Battery Kinzie, comunque senza riuscire a sfoggiare una melodia azzeccata quanto i migliori pezzi di quell’album, mentre gli 8 minuti di The Shrine / An Argument sono l’unico momento ad introdurre una certa tensione, grazie al passaggio da arpeggiato pastorale sofferente in stile Donovan e Simon, alle schitarrate marziali, ad un chorus malinconico, ad una chiusura vagante in territori free-form e jazz: si tratta anche dell’unica traccia in cui è davvero palpabile la dichiarata influenza di Van Morrison.
Bedouin Dress si appropria di elementi country, la chitarra di Sim Sala Bim sfuma vagamente nel blues, Lorelai pare una versione moderna della 4th Time Around di Bob Dylan, ma il modus operandi con cui la band assorbe influenze è simile a quello dei The Beatles: si prendono solo gli elementi di superficie, e si sta bene attenti a far suonare il tutto soffice ed innocuo.
A dimostrazione perfetta dell’anima baroque pop ormai assunta dalla band, la conclusiva Grown Ocean è un riassunto di tutti i peggiori elementi tipici dell’indie-pop barocco degli ultimi dieci anni.

Smisuratamente ricoperto d’elogi, alla sua uscita, dalla maggioranza della critica, quest’album resta orecchiabile e qua e là piacente, ma non rappresenta alcuna acquisita vetta compositiva; segna invece la pericolosa involuzione verso il non lontano vicolo cieco del pop annacquato e di sottofondo, da parte di una potenzialmente talentuosa e travolgente band.

6/10

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