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Mastodon – The Hunter

Posted by StepTb su settembre 30, 2011

Reprise/Roadrunner/Warner Bros., 2011
Album

I Mastodon tornano con il nuovo full-length The Hunter (Reprise/Roadrunner/Warner Bros., 2011) a due anni dal precedente Crack the Skye, e ancora una volta riescono a stupire il proprio pubblico con un’ulteriore svolta stilistica.
Se difatti Crack the Skye aveva visto la band entrare nel territorio del concept prog-rock, con pezzi dalla durata allungata, dalla struttura complessa e in ben due casi sviluppati in suite superanti i 10 minuti a testa, con The Hunter i quattro non solo tornano ad un maggior numero di tracce, tutte dal minutaggio breve, ma utilizzano strutture più classiche e vicine alla forma-canzone, eliminano molti degli eccessi prog e molta della pesantezza metal, e addirittura si concedono alcuni pezzi in chiave maggiore.
Il songwriting di Crack the Skye, per quanto elaborato e per quanto di buon successo presso critica e pubblico, è stato un esperimento ambizioso ma troppo claudicante: se la formula era riuscita in The Czar, non si poteva dire lo stesso per l’infinita The Last Baron, caricata eccessivamente di barocchismi alla The Mars Volta, Rush e Genesis, o per i contrasti melodici troppo stridenti e sgraziati che sbucavano qui e là nei pezzi più brevi, ad esempio nel pre-chorus di Oblivion.
I Mastodon hanno evidentemente deciso di minimizzare gli elementi barocchi e più ambiziosamente prog, e di prestare una maggior cura al flusso melodico, scrivendo pezzi molto più coesi e scorrevoli. Le tracce di The Hunter sono ognuna una sintesi basilare di varie caratteristiche tipiche della band, con in più un’incrementata attenzione per l’orecchiabilità e gli hook melodici.
La base su cui i Mastodon hanno deciso di costruire il disco non è il prog-rock, e nemmeno lo sludge, ma ancor più indietro nel tempo il classico hard rock dalle tinte calde, blueseggianti e southern alla 1970s; tale fondamento viene poi trasformato completamente grazie ai vari innesti di prog-rock, hardcore-sludge e thrash metal, e fatto suonare bizzarro dal solito drumming densissimo di Brann Dailor e dalle parti vocali di Brent Hinds, ma resta comunque riconoscibile come tale.

Il fatto che rende l’album un esperimento, sebbene meno ambizioso, a conti fatti più riuscito di Crack the Skye, è che ognuna delle 13 tracce di cui è composto sfoggia un grandioso talento nel costruire brani fluidi, coesi, fulminanti grazie a delle melodie memorabili, e allo stesso tempo di volta in volta assumenti un’identità stilistica differente.
C’è difatti il pezzo più pesante e simile ai primi dischi, ovvero la cavalcata metal di Spectrelight (con ospite alla voce Scott Kelly dei Neurosis, ormai guest fisso su ogni loro release); c’è l’heavy-sludge cantato in pulito di All the Heavy Lifting, con batteria roboante e chorus che si leva epicamente nel proclama “Just close your eyes“; c’è l’heavy rock a tinte futuriste di Octopus Has No Friends (il cui chorus “I’m on my way back home” tinge di malinconia i possenti riff delle strofe) e Bedazzled Fingernails (il cui epilettico giro d’apertura sembra un bluegrass in versione metal), entrambe con parti vocali effettate alla Cynic; c’è il rock trascinante e orecchiabile di Curl of the Burl, con riff portante e chorus infettivi, capaci quasi di coniare una nuova formula musicale sludge-pop; c’è il thrash magicamente catchy di Black Tongue (con chitarre che incrociano i Metallica di Ride the Lighting e i riff di Iron Tusk, drumming forsennato, melodie vocali eccelse); c’è il lento heavy-psych quasi stoner di Thickening (con fraseggi di chitarra tra hard rock e blues, e cori vocali alla Josh Homme), l’altro pezzo che avrebbe potuto tranquillamente figurare su Blood Mountain o Leviathan assieme a Spectrelight; c’è il travolgente mix di stoner e hardcore Dry Bone Valley, cantato ottimamente dal drummer Dailor nella vena dei migliori Queens of the Stone Age, con uno dei chorus più indimenticabili dell’album; ci sono Blasteroid e Creature Lives, due dei tre pezzi in chiave maggiore (il terzo è Octopus Has No Friends), con il primo un veloce e inarrestabile mix di hard rock southern e hardcore-punk, e il secondo (cantato ancora una volta da Dailor) un lento crescendo vicino ai prog/soft-rock dei Pink Floyd, influenza che caratterizza anche l’emozionante chorus di Stargasm, pezzo che riesce a condensare in meno di 5 minuti tutto ciò che di più riuscito c’era in Crack the Skye, dalle stratificazioni chitarristiche barocche agli effetti di post-produzione, dalle influenze prog-metal alle melodie avvolgenti e quasi psichedeliche.
Ma il picco autoriale e adulto dell’album si tocca con i due pezzi restanti, ovvero la suggestiva title-track (dedicata, come l’intero disco, al fratello di Brent Hinds, morto durante una battuta di caccia), innalzata dalle vellutate parti vocali di Troy Sanders e dalle straordinarie chitarre di Hinds e Kelliher, e la magnifica conclusiva The Sparrow, entrambi due onirici lenti a metà strada tra la power-ballad e la ballad pura, capaci non solo di assorbire le migliori caratteristiche del soft-prog pinkfloydiano per aggiornarle e rivitalizzarle con innesti di hard rock moderno, ma anche di portare l’intera formula del disco verso lidi poetici, come forse solo con Hearts Alive di Leviathan la band era riuscita a fare in passato.

Nella Limited Edition sono presenti due ulteriori tracce, le brevi e furibonde The Ruiner e Deathbound, massicce e angolari come nello stile di Leviathan, ma che comunque sarebbero state B-side anche su quel disco, e che in prospettiva rovinano la chiusura perfetta rappresentata da The Sparrow; forse sono state composte e inserite solo per accontentare i nostalgici delle sonorità più pesanti della band.

The Hunter rischia infatti di essere rifiutato dai loro fan del primo periodo perché privo della pesantezza metal e delle schizofrenie strumentali più violente, ma è essenziale comprendere come i Mastodon non si siano prestati a stili musicali modaioli o trendy per rendersi appetibili: la loro è una decisione di puntare tutto sulla concisione e sul proprio talento melodico, restando al contempo ben attenti a variare approccio da traccia a traccia, senza mai ripetersi. La svolta di The Hunter è per tanto da classificarsi non come una svendita, ma come una genuina evoluzione verso territori differenti. Per il momento, il quartetto si dimostra ancora capace di inanellare sfoggi di versatilità tecnica (meno appariscenti del passato, ma comunque costantemente presenti) in misura proporzionale ad un impressionante numero di riusciti hook melodici, e finché ispirazione, equilibrio e voglia di cambiamento ad ogni nuova uscita continueranno a contraddistinguerne la carriera, sarà dura scalzarli dal dominio schiacciante sulla scena rock-metal della loro generazione.

7/10

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