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Battles – Gloss Drop

Posted by StepTb su dicembre 12, 2011

Warp, 2011
Album

I Battles perdono il mastermind e polistrumentista Tyondai Braxton nel 2010, poco tempo dopo l’uscita del suo secondo disco da solista Central Market, e accusano fortemente il colpo.
Il secondo full-length Gloss Drop (Warp, 2011) è infatti solo un assaggio di ciò che il quartetto era riuscito a tirar fuori e sintetizzare nel precedente Mirrored, nel frattempo consolidatosi nella sua posizione come uno dei più originali e coinvolgenti album prog-rock dei 2000s.
Sembra che i tre restanti Williams, Stanier e Konopka non siano più interessanti in primo luogo a trovarsi un proprio linguaggio al di là di ogni classificazione e previsione, iniettandogli sperimentalismi che riflettano una forma mentis non solo giocosa ma anche sregolata e anarchica, ma che stavolta siano guidati dalla voglia di comprimere e limitare quella sorta di stile da essi coniato per “rientrare nei ranghi”, piantarvi intorno paletti, costringerlo ad avvicinarsi ad una forma musicale con meno picchi e variazioni, e a trovare punti in contatto con il filone dell’indie-rock/indietronica in maniera esplicita: in ultima analisi, a venderlo meglio al pubblico degli indie-kids.
Il fatto che lungo Gloss Drop continuino ad esservi sound molto più ruvidi ed esplosivi, rispetto all’indie modaiolo, è un incancellabile retaggio del passato math-rock dei membri, ma i tre in realtà cercano di limitarsi e relegarli al ruolo di timbrica e arrangiamenti, concentrandosi nel porre come elementi centrali dei pezzi delle melodie e strutture molto più morbide, fluide e bonarie. Un esercizio che probabilmente nelle loro intenzioni avrebbe dovuto spingerli a raccogliere un consenso specifico nella grande platea dell’indie di tendenza, ma che poi a conti fatti è riuscito a metà anche da questo punto di vista (quella platea non concepisce esplosioni, ruvidità e stecche metalliche a chitarra e batteria nemmeno in secondo piano: non ci devono proprio essere; date loro i soliti synth, voci e battiti alla 1980s così son contenti).

Dopo l’opener Africastle, che sembra solamente ricordare senza troppe variazioni alcuni dei marchi di fabbrica che avevano caratterizato Mirrored, è una traccia come la caotica Ice Cream (con ospite alla voce Matias Aguayo) a rivelare le intenzioni ora più commerciali del trio, con la sua tendenza ad accumulare strati di incisioni e materiale sonoro diverso, e dipingere un arcobaleno melodico coloratissimo dall’evidente gusto freak-psych, ponendo la band in maniera evidente sotto la sfera d’influenza degli Animal Collective.

Le altre tracce cantate sono My Machines (dominata da un inarrestabile drumming, con alla voce Gary Numan), Sweetie & Shag (la peggiore delle tre, con Kazu Makino dei Blonde Redhead che tenta senza successo di fondersi allo stile della band), e la conclusiva Sundome (con Yamatsuka Eye dei Boredoms, una sorta di reggae rimasticato e stravolto attraverso aggressioni, demenze e decostruzioni dalle lontane radici new wave).

Il resto del disco, tutto strumentale, sfodera le elaborate Futura e Wall Street, dei continui giochi di luce riflessi dal prisma degli effetti chitarristici e tastieristici di Williams (impressionante strumentista, specie nella prima), che tuttavia, assieme alla parentesi breve e inutile di Toddler, scivolano via senza bucare la superficie; ma anche i 2 minuti scarsi (purtroppo, meritava d’essere elaborata) della caraibica Dominican Fade, che insieme ad un altro momento esotico come la tropicale e allegra Inchworm, fa rivivere lo spirito di fusione tra dance elettronica, sperimentalismi e world-music caro ai Talking Heads, la sempre breve Rolls Bayce, percorsa da scariche elettriche, stravaganze jazzate, e propulsa da una ritmica irresistibile alla batteria, e la grande White Electric, forse il vertice dell’intero album, che rinuncia ad ogni morbidezza per tornare alla forma mentis degli scorsi lavori ed esplorare un territorio di fusione inclassificabile (la tensione compositiva unisce i crescendo e la cupezza del post-rock a delle magniloquenze sonore stratificate che nello spirito sembra rimettano in piedi in nuova forma la musica classica).

Gloss Drop è stato seguìto l’anno seguente da Dross Glop (Warp, 2012), piuttosto evitabile raccolta di remix ad opera di vari nomi conosciuti dell’ambiente alternative, indie ed elettronico.

6.5/10

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