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Tu Fawning – A Monument

Posted by StepTb su dicembre 24, 2012

City Slang, 2012
Album

Il quartetto dei Tu Fawning ritorna due anni dopo il full-length d’esordio Hearts on Hold (uno degli album migliori del 2010, e allo stesso tempo uno dei più incomprensibilmente ignorati dalla critica: potere del non preoccuparsi di pompare hype ma solo della qualità) con il secondo A Monument (City Slang, 2012), disco che mantiene tutte le promesse e gli standard del primo.
Le atmosfere sono addirittura più intense e gotiche, e anche se ciò ha comportato il sacrificio di parte del loro spirito giocoso (che si traduceva anche nella mitraglia di arrangiamenti e bizzarrie ritmico-sonore di pezzi come I Know You Now), allo stesso tempo equivale ad un evidenziare stavolta inequivocabilmente il legame della band con il mondo della musica d’avanguardia, il cui spirito impregna da inizio a fine il loro caleidoscopio pop inclassificabile.
Ancora una volta, vi sono idee prese dai territori più vasti di pop, indie rock, elettronica, folk, classico, e stavolta anche darkwave e post-punk, conviventi perfettamente in impasti sonori coerenti, melodici e sempre orecchiabili.

Il battito percussivo sordo e cupo che apre il disco, con Anchor, funge da metronomo per vellutati synth e un sognante chorus in falsetto che sbucano direttamente dal miglior dream-pop (Cocteau Twins) e synth-pop dei 1980s, finché l’orizzonte si espande con il canto di Corrina Repp nelle strofe, che danno l’inizio ad una coda di polifonie, e all’ingresso di batteria e percussioni caotiche nello stile perfezionato con Hearts on Hold.
Secca, minimale e più ritmata la base di Blood Stains, che parte ancora una volta in sordina (ossessivo ritmo alla batteria, basso elettronico pulsante, sommessi cori filtrati e poi languida voce cantata in stile lounge-jazz, ma distorta), per poi aprirsi ad un mesmerizzante amalgamarsi di frasi pianistiche grevi e acute, comparsate di fiati, avvolgenti stratificazioni vocali. Un pezzo come questo prende tanto dalla tradizione del jazz vocale dei 1950s quanto da quella del dark cabaret dei 1970s, al solito fondendoli, senza che sia percepibile una linea di separazione tra gli elementi dell’uno e dell’altro: ecco cosa significa avere vero talento.
Wager inizia con percussioni e lamenti vocali sbucati da una colonna sonora di Morricone, mentre la chitarra elettrica segue giri molto più vicini alla tradizione indie rock dei passati 10 anni; la voce cerca una dimensione più intimista e introversa delle prime due tracce nelle strofe, per poi tornare ad un intenso chorus; dopo un altro momento di quiete, con in primo piano solo i fraseggi rock della chitarra, si torna ad una stratificazione che traghetta nuovamente verso il chorus: la chitarra prende il sopravvento, e sembra di stare ascoltando una versione più noise, distorta e controllata dei tipici momenti corali ed “epici” degli Arcade Fire.
Molto più facilmente identificabili sono le radici di un pezzo come A Pose for No One: si tratta di una vibrante e decadente confessione intrisa di droni gotici, penetranti violini e intensità vocali, con contrappunto di percussioni e leggeri strimpelli di chitarra, che rimanda agli albori del gothic-rock e dell’avant-pop, Nico e John Cale, e ad alcuni dei suoi figli diretti, in primis Nick Cave.
L’influenza di Ennio Morricone pervade anche Build a Great Cliff, che, sebbene inizi come al solito in maniera più quieta e minimale, esplode in due chorus strumentalmente usciti direttamente dalle colonne sonore di Sergio Leone, su cui gorgheggia la Repp, inframezzandoli con un breakdown più rockeggiante.
L’anima dura e post-punk di percussioni e piano in Skin and Bone riesce a fondersi magicamente ai campionamenti vocali morbidi e ipnotici in stile shoegaze, e si apre a metà in una sezione di grandiose polifonie vocali a metà tra il gospel e il rarefatto celestiale dell’ultima Julianna Barwick, sfociando poi in una breve serie di fraseggi post-rock in stile Explosions in the Sky alla chitarra, prima della chiusura più calma.
Il momento più riflessivo e malinconico arriva con In the Center of Powder White, che prende in piccole dosi idee dal post-rock, dall’indietronica, dal gothic-rock e dal folk intimista per costruire un lento minimale di rara bellezza: avvolgente, struggente; questo è forse l’esempio più chiaro della nuova dimensione aggiuntasi allo stile del quartetto rispetto al primo disco, in cui un pezzo del genere sarebbe risultato fuori posto, e invece qui suona come il culmine delle tensioni gotiche presenti in tutte le tracce precedenti.
Il folk minimale e intimista torna anche nella seguente depressa To Break Into, in cui le percussioni quasi svaniscono (pochi battiti lontani, ma soprattutto note al piano tengono il ritmo); è dapprima la voce di Joe Hage a cantare, in strofe che ricordano gli Eels, per poi passare il microfono alla Repp, e tornare in un chorus condotto assieme.
Il pezzo più lungo (7 minuti e mezzo), Bones, funge da chiusura, e ancora una volta non fa calare l’elevata qualità sorprendentemente costante lungo tutto il lavoro: un pattern percussivo agitato e continuo, tendente all’ipnotico (come si è sentito spesso nel filone indie-rock), trafitto da potenti colpi sul pianoforte e da un fraseggio quasi orientaleggiante ripetuto alla chitarra elettrica, domina per circa 3 minuti, per poi calmarsi, far entrare la voce e le melodie, e riprendere accompagnandole in maniera morbida; il risultato è un tramutarsi in una ballad d’atmosfera dicembrina, che chiude su una nota sentimentale, leggermente malinconica ma positiva e speranzosa, la carovana sonora dell’album.

7.5/10

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