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Torche – Harmonicraft

Posted by StepTb su dicembre 27, 2012

Volcom, 2012
Album

Dopo aver perso il chitarrista Juan Montoya (sostituito da Andrew Elstner), e aver pubblicato l’EP Songs for Singles (2010), con cui avevano tentato (non senza ironia, a partire dal titolo) un approccio più melodico, forma-canzone e orecchiabile, senza tuttavia trovare soluzioni troppo convincenti, per i (nuovamente) quattro Torche di Miami è la volta del terzo full-length Harmonicraft (Volcom, 2012), un lavoro esagitato, travolgente e perforante che li rilancia nel gotha del nuovo heavy rock.

Si viaggia senza mai un momento di stanca tra la percussione costante tesa verso il tribale di Letting Go (che mette già in chiaro il tardemark del disco nel contrasto tra chitarra ritmica sludgy, pesante, terremotante, seconda chitarra schizzante in arzigogoli melodici metallici, vibranti, caleidoscopici, e voce che ritaglia melodie memorabili in una vena che ricorda più i Dinosaur Jr. che la tradizione sludge/stoner), i rallentamenti effettati e psichedelici del chorus di Kicking, il minuto e mezzo al fulmicotone di Walk It Off, la granitica e cadenzata Reverse Inverted (con lamentosi fraseggi di chitarra sopra ad una ritmica alternante 4/4 e 5/4 in variazioni diverse tra strofe e chorus, quest’ultimo con un riff sludge spaccaossa, fino ad una coda eccezionale che sviluppa un’avvolgente e stratificata figura ripetuta su ritmica 4/4 alternato a 6/4), il martellamento rabbioso di In Pieces (con una forte vena alla Helmet in voce e distorsioni metallico-industriali), le esplosioni tra indie-rock, psichedelia e sludge di Snakes Are Charmed (con pioggia costante di frasi chitarristiche), il minuto e mezzo scarso dell’anfetaminica Sky Trials (un misto tra hardcore melodico, indie-rock e Mastodon), le acrobazie ritmiche e melodie vocali memorabili di Skin Moth, l’inaspettato cambio di passo con la lenta Solitary Traveler (un torrente sonoro di malinconia creato attraverso chitarre pesantemente distorte, in un aggiornamento metal di shoegaze e indie introverso-intimista, che ricorda da vicino agli analoghi esperimenti distorti, melodici e cadenzati del Jesu di Conqueror e Opiate Sun), le feroci bordate chitarristiche della strumentale title-track, ed un finale da apocalisse con i quasi 7 minuti di Looking On (che più di tutti richiama non solo i Melvins, e in una maniera molto più calda e orecchiabile anche al post-metal dei Neurosis, ma si avvicina anche allo stoner-doom psichedelico e religioso degli Om, con un chorus vocale evocativo da fine del mondo, senza tuttavia riuscire a resistere alla tentazione di chiudere il tutto, dopo una serie di colpi lentissimi e micidiali ed un breve silenzio, con un minuto scarso di sludge-punk nuovamente a rotta di collo).

Non siamo di fronte ad uno stoner che semplicemente assorbe molto dal punk, come poteva esserlo nei massicci Fu Manchu, ma ad una contaminazione più variegata, schizoide, “liquida” e post-moderna: le svariate dosi di punk, indie e pop gettate nel calderone suonano più che in linea con il sound generale della loro generazione, anzi, nelle loro aperture stratificate diventano quasi futuristici.
Ed anche se non raggiunge il livello di innovazione, esplosività e genio melodico del loro debut omonimo del 2005 (senz’ombra di dubbio uno dei migliori album sludge degli anni 2000), il lavoro è comunque più accattivante, e apprezzabile da un pubblico più vasto, rispetto al loro secondo Meanderthal del 2008, disco che (specialmente grazie alla pubblicazione per la Hydra Head di Aaron Turner) a tutt’oggi resta il loro più conosciuto. Il cambio di rotta avvenuto con Meanderthal, tramite cui il gruppo aveva iniziato ad assimilare parte del linguaggio alternative rock di 1980s e 1990s, mischiandolo ad un vivace sludge moderno di radice Mastodon-iana, è stato in Harmonicraft ripreso, ma dirottato verso lidi più punk, scoppiettanti, catchy, solari e divertenti.

Coloratissimo e caleidoscopico, Harmonicraft è una boccata d’aria fresca necessaria per tutto il genere.

7.5/10

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