StepTb blog

Black Coffee Blues

  • Archivio

  • Categorie

  • Best albums

  • Best films

Clutch – Earth Rocker

Posted by StepTb su settembre 26, 2013

Weathermaker Music, 2012 rel. 2013
Album

Passati i vent’anni d’attività non-stop, il quartetto del Maryland sembra non presentare alcun segno d’invecchiamento né voglia di riposarsi. Il decimo album in studio, Earth Rocker, è anzi un passo avanti in ferocia e tiraggio rispetto al (valido) precedente Strange Cousins from the West, del 2009.

Aperto dalla title-track, è già da subito un manifesto del credo esistenziale dei Clutch, e di cosa significhi vivere, suonare, respirare lo spirito del rock: “What’s this about limits? Sorry, I don’t know none […] If you’re gonna do it, you better take it to the stage, or don’t do it at all […] I will suffer no evil: my guitar will guide me through“; il chorus, con i suoi vocalizzi voodoo, è un esplicito omaggio a Screamin’ Jay Hawkins, mentre le parole forse più d’effetto e rappresentative dell’intero album arrivano dopo il secondo chorus, urlate dalla sempre incredibile voce di Neil Fallon su di un muro sonoro di chitarre e basso ultradistorti (“I don’t need your sticky laminate, I don’t need your VIP. I don’t need your validation, ‘cause I wear mine on my sleeve. / So don’t look to me for answers, ‘cause I don’t got-a-one. I just came to have a good time, and I’m gonna have one. / Yes, I’ve lost many battles, and even more days. But if I had to do it over, I’d do it just the same“).
Le armoniche e le tinte blues che avevano trionfato su From Beale Street to Oblivion (2007) tornano qui, in un travolgente hook, solo su D.C. Sound Attack! (dominata alle pelli dal tocco bonhamiano del professionale e sottovalutato Jean-Paul Gaster), ma i momenti epici, trainati da melodie vocali e riff memorabili, ci sono e si avvicinano senza problemi a quei fasti, e, seppur in modo più diretto ed essenziale, brillano nelle varie Crucial Velocity (con una citazione di Rocket 88, la canzone del 1951 tradizionalmente considerata la prima registrazione rock’n’roll), Mr. Freedom, Unto the Breach (col riff più tagliente di Tim Sult), Cyborg Bette, The Face, e Oh, Isabella; la necessaria e ben riuscita variazione di Gone Cold è guidata invece da chitarra acustica e classica in stile western-morriconiano, basso languido, e da un cavernoso crooning di Fallon che poi va a ricordare il miglior Mike Patton nel chorus.

In mancanza di miglior definizione, anche stavolta si può parlare di un moderno e peculiare stoner, sebbene manchino totalmente (ed ora più che mai) delle influenze psichedeliche: il centro vitale del Clutch-sound è costituito da un assorbimento di tonnellate di classici del rock’n’roll, dell’hard rock più classico (Led Zeppelin, Thin Lizzy, AC/DC), southern (ZZ Top) e blues-prog (Captain Beyond), intinto nell’alternative metal di inizio anni ’90, e, qui in particolar modo, attento allievo delle modalità con cui i Motörhead hanno saputo dare una tinta più feroce al proprio stile nel trittico Inferno, Kiss of Death e Motörizer, e forse anche allo stile più pestato, diretto e senza fronzoli adottato dai “colleghi” Fu Manchu in Start the Machine e We Must Obey.

La produzione è più compatta e ricca di bassi, merito della mano di Machine; è sintomatico che i Clutch abbiano richiamato il producer di Blast Tyrant (2004), visto che Earth Rocker sembra riprenderne il discorso sotto vari aspetti, tornando a bordate più aggressive, massicce e terra-terra, allontanandosi da, ma allo stesso incorporando in piccoli momenti, sia l’immersione nel blues di From Beale Street to Oblivion, sia il più moderato e “maturato” Strange Cousins from the West; rispetto a ques’ultimo, i pezzi sono più semplicistici ed essenziali nella struttura e nell’esecuzione, ma probabilmente l’efficacia delle melodie, del sound (corposo, feroce, definito) e della schiettezza generale gli pone Earth Rocker un gradino sopra.
Pochi avrebbero scommesso su di un riuscito ritorno allo stile di Blast Tyrant dopo una progressiva deviazione da esso e parecchi anni in più sul groppone, ma i Clutch ci sono riusciti in modo conciso e soddisfacente.

Un piccolo, grande disco di puro rock “terreno”, che conferma ancora una volta la possibilità di poter guardare alla tradizione rock, blues e hard rock in maniera né nostalgica né passatista, ma invece costruendovi sopra tirando fuori una formula esplosiva, personale e moderna. Speriamo che le attuali generazioni ne prendano il più possibile esempio.

7/10

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: