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Janelle Monáe – The Electric Lady

Posted by StepTb su settembre 30, 2013

Wondaland Arts Society / Bad Boy, 2013
Album

Con un titolo strizzante l’occhio al classico di Jimi Hendrix, The Electric Lady arriva tre anni dopo il sensazionale The ArchAndroid, che, per chi non l’avesse ancora capito, è uno dei più grandi album mai pubblicati nella storia dell’R&B, oltre che uno dei migliori dischi usciti negli ultimi dieci anni.
Per questo secondo full-length a firma Janelle Monáe non c’è sostanziale differenza né di label (Wondaland Arts Society / Bad Boy), né di team dietro al progetto (i producers restano Wonder & Lightning, Roman GianArthur e la stessa Monáe), né nel concept di fondo (che porta avanti la saga “Metropolis”, prevista in un totale di sette capitoli, con altre due tappe), tuttavia le sonorità sono cambiate parecchio, e purtroppo nella direzione sbagliata.

Non si può infatti non notare che, tolta l’introduzione di rito (qui Suite IV Electric Overture), The ArchAndroid partiva con un’esplosione di gemme concatenate (Dance or Die, Faster e Locked Inside) che non trovano un “match” in questo successore; Givin Em What They Love (con featuring di Prince) è anzi una partenza stranamente debole, mentre Q.U.E.E.N. (con featuring di Erykah Badu, e una parte letteralmente cucitale addosso) ha più che altro il pregio di stendersi in una struttura non banale (costruendo una piccola suite) ma senza magie, ed è appena con la title-track (dal beat hip-hop/R&B alla 1990s e arrangiamenti vocali alla Lauryn Hill, ma con sfumature dream pop) che possiamo sentire qualcosa che riporti all’ispirazione del precedente disco.
La sezione che in The ArchAndroid corrispondeva alle ottime Cold War e Tightrope lascia anche qui delusi: se Primetime, nel suo cercare il radiofonico, può comunque essere apprezzata per la sintesi di stilemi alla Tina Turner e (soprattutto) Whitney Houston mescolati a neo soul e minimal electro, We Were Rock & Roll manca di grinta ed è probabilmente il momento più anonimo dell’intero disco.
La frizzante Dance Apocalyptic, che pure resta uno dei vertici, suona “svuotata” di groove e carica a causa di una produzione blanda, attenta a non sconvolgere troppo le fasce di pubblico più mediocremente mainstream.
Meno penalizzata dai suoni invece Look Into My Eyes, che con un adagio morriconiano e archi da colonna sonora dell’Hollywood classica riesce a trovare un legame col lounge jazz di un tempo, e che viene ripresa ed espansa nella Suite V Electric Overture, introduttiva alla seconda parte dell’opera.

Le tendenze retrò e radiofoniche sono la base sostanziale anche di Ghetto Woman, che rincorre il soul rock, l’hip-hop e il synthpop tropicale alla 1980s, ma riescono a sublimarsi in uno dei vertici dell’album, Sally Ride, che rappresenta lo sguardo più deciso verso il pop sofisticato dei 1960s (dalla chitarra elettrica, agli archi, alle polifonie vocali).
Più innestata nel contemporaneo è Victory, con suggestioni vocali alla Lauryn Hill e Beyoncé, ma ciò che trionfa in questa seconda metà è decisamente il soul romantico, dall’emozionale torch song Can’t Live Without Your Love alla doppietta finale di Dorothy Dandridge Eyes e What an Experience (la prima tra jazz-rock, soul avvolgente e psichedelia, con featuring vocale di Esperanza Spalding, la seconda ancora una volta con echi del pop alla 1980s, e a metà una svolta verso il reggae); nel complesso, i tre pezzi conclusivi sono anche la sequenza più convincente dell’intero album.

Rispetto a The ArchAndroid, The Electric Lady è più pulito, pop, radiofonico; rallenta i ritmi, rilassa il mood; è molto meno frenetico e futuristico (pur portando avanti lo stesso concept), più introspettivo, ed evidenzia un parallelo con l’ultima Erykah Badu: anche lei reduce da uno dei capolavori dell’R&B/neo soul dell’ultimo decennio, New Amerykah Part One (4th World War), aveva tuttavia deciso di farlo seguire dal più avvolgente, introspettivo, rilassato e soul New Amerykah Part Two (Return of the Ankh), e però vincendo in questo esperimento sulla Monáe, perché mantenendo una direzione sonora all’avanguardia che Janelle e soci hanno ridotto e ibridato con troppe esigenze mainstream.
The Electric Lady recupera la vecchia scuola del soul rock, e, ancor più, del morbido Marvin Gaye, trovando un legame che ripercorre la storia del soul dai 1970s ai 1990s, e saldandola assieme con una produzione particolareggiata e più contemporanea, che tuttavia perde in “calore” e groove a causa del voluto sapore retrò e radiofonico.
Sintesi stranamente assemblata di retromania (sia verso la tradizione soul che verso il sound sintetico del pop alla 1980s), commerciabilità nell’immediato (grazie a stilemi pop d’attuale successo) e spirito sperimentale bizzarro, il disco però prevale nel primo aspetto, mentre nel più complesso The ArchAndroid, un calderone più ispirato e difficile da scomporre, era il terzo a trionfare.
Sembra che la Monáe sia ora più preoccupata di imporsi nel mainstream che di proseguire l’esplorazione, e abbia di conseguenza ridotto il proprio perimetro di gioco, puntando a sviluppare solo alcuni dei sentieri di The ArchAndroid (particolarmente il soul di Neon Valley Street, gli arrangiamenti classicheggianti di BeBopByeYa, e il synthpop di Make the Bus, quest’ultimo però depurandolo dalla “quirkiness” che invece lo rendeva particolare), e auto-azzoppandosi, almeno creativamente parlando, in sede di produzione e sound.

6.5/10

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