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Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze

Posted by StepTb su dicembre 29, 2013

Matador, 2013
Album

Ancora per la Matador, come il precedente Smoke Ring for My Halo che l’aveva fatto esplodere in popolarità due anni prima, esce nel 2013 Wakin on a Pretty Daze, che in realtà, contando anche le autoproduzioni, è ben l’ottavo (!) full-length del cantautore di Philadelphia Kurt Vile, classe 1980; cantautore che, proprio con Wakin on a Pretty Daze, si rivela essere uno dei folk rockers più interessanti della sua generazione.
Se infatti il buon Smoke Ring for My Halo (così come l’EP poco successivo So Outta Reach, sua, comunque interessante, appendice) non rischiava scommesse nella struttura dei pezzi, e non si allontanava nemmeno così tanto dalle saldissime radici del folk rock più intenso e intimista di fine 1960s-inizio 1970s, particolarmente Fred Neil ma anche Nick Drake, Wakin on a Pretty Daze presente un passo in avanti in maturità e originalità.

Sembra che Vile abbia infatti, nel frattempo, compiuto una full immersion nella discografia dei Sun Kil Moon di Mark Kozelek, ma anche nel jangle pop degli 1980s e 1990s, traendo poi una sua sintesi personale delle due influenze ed applicandovi poi i suoi modelli di riferimento classici (il cantautorato americano 1967-1975).

Vile riprende il jangle tipico dell’alternative rock dei 1980s, ma staccandolo da molti dei debiti col periodo post-punk, e ricollegandolo al calore delle sue originarie radici (i The Byrds), allo stesso tempo spingendo invece sullo sperimentalismo per quanto riguarda la durata dei pezzi, che si dilata in un quadro perfettamente coerente alla voluta morbidezza e liquidità delle chitarre; quadro a cui contribuiscono anche una produzione a più alto budget (maggiore definizione nei suoni, sovraregistrazioni per creare un wall of sound avvolgente, effettistica dosata con attenzione quanto basta per dare sfumature oniriche) e delle scelte di pattern ritmici che, pur tempi non lenti e suoni caldi non post-punk, ripetono se stessi spesso in modo ipnotico (dunque il vero legame forse guarda anche più indietro, verso i Neu!).

L’album scodella alcuni dei suoi capolavori, ovvero la trascinante Pure Pain (con schitarrate quasi orientaleggianti che ricordano, anche se evitandone le prodezze tecniche, alcune idee armoniche in passato ben esplorate da virtuosi come Leo Kottke e Michael Hedges, e che si alternano ad una parte in arpeggiato vicina ai Red Hot Chili Peppers di Californication), la rarefatta Too Hard (con crooning profondo e arpeggianti chitarre alla Fleet Foxes), il grandioso trittico iniziale di Wakin on a Pretty Day (9 minuti e mezzo ricchi di grandi idee melodiche), KV Crimes (con una memorabile strofa) e Was All Talk (quasi 8 minuti, immersi nei riverberi), e la doppietta finale di Air Bud (6 minuti e mezzo) e Goldtone (10 minuti e mezzo).
Qualche momento di stanca si può invece trovare nei restanti, meno riusciti e un po’ apatici, pezzi (in particolare Girl Called Alex e Never Run Away), che frenano dall’eccellenza il disco nel suo complesso.

Il modello vocale di Kurt Vile è invece, ora anche più che nel precedente Smoke Ring for My Halo, decisamente Lou Reed, nel cui stile, anche se ammorbidendolo e avvicinandosi in certi momenti a melodie vocali alla Neil Young di Ambulance Blues, Vile si inserisce nel flusso compositivo in maniera leggermente sconnessa e mormorante, ma soprattutto dal sapore “stoned” (dichiarato anche in alcuni passaggi dei testi, e nello stesso “daze” del titolo) che ben si sposa con la vena a suo modo psichedelica (o semplicemente tendente all’onirico) dei pezzi più lunghi.

Con i suoi pregi e le sue imperfezioni, Wakin on a Pretty Daze resta comunque, e senza dubbio, il miglior disco folk rock del 2013.

7.5/10

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