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Roberto Perotti – L’università truccata

Posted by StepTb su luglio 25, 2014

Einaudi, 2008
183 pagine

Non posso che ringraziare R. Perotti per aver messo nero su bianco, documentandolo con le fonti adeguate e trattandolo con l’obiettività e il distacco necessari, tutto ciò che sapevo, intuivo o solamente sospettavo dell’università italiana.

Non è un libro focalizzato solo su concorsi truccati, baroni e nepotismo, come potrebbe suggerire il titolo, ma si occupa di tutte le più gravi e strutturali storture del sistema universitario nostrano.

Si impara così che:
– il problema dell’università italiana non è la mancanza di risorse: con le statistiche corrette per studente equivalente a tempo pieno (che quindi eliminano l’inquinamento dato dalla variabile degli studenti fuori corso, che in Italia sono il 50+%), la spesa italiana diventa la terza al mondo dopo USA, Svizzera e Svezia; eppure, l’u.i. si lamenta della mancanza di soldi, invece di pensare a come mai il numero di fuori corso sia così elevato
– l’u.i. non è “nonostante tutto, all’avanguardia”: i confronti globali usando criteri obiettivi lo dimostrano
– l’u.i. non è un modello di mobilità sociale né di egalitarismo: il 24% degli studenti viene dal 20% più ricco delle famiglie, e l’8% dal 20% più povero; perfino gli USA, spesso additati come esempio di spietato elitarismo cui contrapporsi, hanno dati migliori (26% e 11% nelle pubbliche, 31% e 11% nelle private, 24% e 13% nel totale delle istituzioni terziarie)
– il clientelismo non è un fenomeno circoscritto
– gli interventi della magistratura non sono una soluzione, visto che il clientelismo avviene nella maggioranza dei casi senza infrangere leggi, e, in ogni caso, anche dove scoperto, si conclude nell’impossibilità e/o non volontà di punirlo adeguatamente
– quella dei dipendenti universitari è una casta, perché refrattaria a valutazioni e punizioni, ma soprattutto una gerontocrazia, completamente distorsiva in quanto non premia i giovani talenti e fa avanzare tramite scatti d’anzianità anche senza meriti
– l’u.i. non è internazionalizzata, e scappa dal dibattito accademico reale, che implicherebbe l’essere valutata tramite peer review pubblicando in journal riconosciuti globalmente e non per case editrici locali legate ai vari atenei
– i concorsi pubblici sono un sistema assurdo per inefficienza e megalomania dirigista; impediscono la libera iniziativa di singoli atenei, facoltà e dipartimenti nell’organizzarsi come vogliono e chiamare/attrarre i nomi migliori
– i “periodi iniziali di prova” non sono un “allarme precarizzazione”, sono un fatto ovvio e naturale che si trova in qualsiasi professione
– il valore legale del titolo di studio va abolito, ma concentrarsi su questo senza collegarlo ad altre riforme porterebbe a risultati nulli o peggiori
– gli stipendi dei docenti e la didattica allo stato attuale sono esempi di inefficienze distorsive, e vanno entrambi liberalizzati
– la mobilità degli studenti si cerca solo a parole, non nei fatti: le risorse dovrebbero essere stanziate anzitutto per favorirla, quindi chiudendo corsi, atenei e sedi distaccate inutili e redistribuendo i soldi verso costruzioni di alloggi studenteschi e borse di studio (che attualmente non vanno alle fasce medie)
– quella delle fondazioni universitarie non è la migliore delle idee, si rischia di replicare lo schema delle fondazioni bancarie
– il problema università-imprese non si risolve dall’alto, ma dando autonomia e osservando la sperimentazione di vari approcci; allo stesso tempo, non si può pretendere che le imprese collaborino con l’attuale sistema dell’u.i. finché non vengono eliminate le inefficienze e storture più evidenti
– il sistema delle rette va rivisto, e la progressione fiscale va del tutto sbilanciata a sfavore dei benestanti, se vogliamo davvero che il sistema resti pubblico e incentivi la mobilità sociale
– il 3+2 è stato implementato male, senza prima correggere le distorsioni alla base; ha portato a ripetizione e diluizione dei contenuti dei corsi e, grazie anche alla raddoppiata obsoleta prassi della tesi, ad un allungamento medio di 1+ anni dei tempi di laurea
– le riforme Moratti e Mussi sono state perfettamente inutili, perché si sono rifiutate di correggere le distorsioni alla base e hanno aggiunto ulteriore burocrazia di stampo dirigista
– da parte di governi, ministri, media e grande pubblico c’è una drammatica incomprensione di come funzioni la ricerca; non stupisce quindi che la cultura della peer review sia molto poco diffusa, e in certi ambienti inesistente
– non solo ambiente di ricerca poco stimolante e privo degli incentivi adeguati, non solo burocrazia bizantina, ma anche bandi e siti ufficiali spesso senza nemmeno una versione in lingua inglese: non stupisce che la percentuale di studenti e docenti stranieri sia tra le più basse del mondo industrializzato
– gli atenei devono essere messi in condizione di competere tra loro; solo così molte delle storture esistenti potrebbero correggersi da sole, perché i comportamenti negativi andrebbero contro l’interesse stesso delle istituzioni
– il dibattito tra pubblico e privato è finto: il punto non è l’uno o l’altro, il punto è dove vanno a finire le risorse; ci sono molti esempi al mondo di università pubbliche di estrema efficienza, perché operanti in un sistema competitivo che premia la qualità.

Solitamente non dò voti altissimi ai libri “di denuncia”, e men che meno se brevi e circoscritti a realtà unicamente nostrane, ma stavolta faccio un’eccezione.
Tre i motivi:
1) Perotti è un maestro di stile e sintesi, non c’è una virgola di troppo e i concetti sono stesi in modo incredibilmente lineare e diretto; ciò rende qualità e contenuto del libro inversamente proporzionali alla sua breve lunghezza.
2) L’argomento è delicato e importante, eppure ignorato o snobbato da troppe persone ad esso esterne, col risultato di lasciarlo in mano agli interessi personali miopi di chi ne trae vantaggio (dipendenti del sistema universitario e politici in cerca di voti); Perotti interviene nel dibattito con un rigore intellettuale ammirevole, mettendo ordine logico, adottando un punto di vista distaccato e obiettivo, e depurando il terreno dall’inquinamento retorico, politico e ideologico cui solitamente si accompagna.
3) Perotti non si limita a fare un elenco di ciò che non va, né a documentarlo com’è necessario (spesso anche decostruendo la fallacia di certe fonti), ma propone anche un semplice ed elegante modo di correggere l’equilibrio distorsivo attuale: un ponderato mix di incentivi e disincentivi che permettano a chi fa bene di avanzare, a chi sbaglia di pagare, e alle risorse di seguire la qualità, allo stesso tempo decentralizzando il sistema, togliendolo da sotto la cappa del dirigismo, per dare le autonomie necessarie ai vari atenei, facoltà e dipartimenti; un sistema migliore dell’attuale emergerebbe così in modo naturale.

Purtroppo in Italia la situazione socio-politica non sembra permettere questa e altre riforme necessarie, e preferisce proseguire sulla strada del declino, nonostante le soluzioni siano a portata di mano.
Gli italiani delle prossime generazioni un giorno si guarderanno indietro e, si spera, rideranno dell’idiozia di questi decenni buttati al vento.

9/10

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