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Mastodon – Once More ‘Round the Sun

Posted by StepTb su dicembre 29, 2014

Reprise, 2014
Album

Come rilasciato in un’intervista dal chitarrista Bill Kelliher, “[Death] always makes for really good story telling. It’s kind of the theme that we have a lot in our music. We’ve had a lot of friends pass away since the last record. I’m not really sure yet. I think we’re kind of focusing more about living on this earth and what would happen if this was your last year to live. I think that’s sort of maybe a little bit of what we might be kind of touching on.
Il sesto album dei Mastodon, Once More ‘Round the Sun, uscito per la Reprise, riflette allo stesso tempo un ulteriore cambio di rotta stilistico, una volontà di conquistare nuovi tipi di pubblico ulteriormente al di fuori del’arena metal, ma anche una maturazione personale dei quattro, che mai come ora hanno una visione consapevolmente positiva nei confronti della vita.
Se proprio i primi due pezzi ad aprire l’album contengono versi come “Open your eyes, take a deep breath and return to life. Wake up and fight, fight for the love and the burning light“, e “I can see what this life has handed you, I can feel the weight. This time, things’ll work out just fine. We won’t let you slip away“, la cosa è non solo chiara ma anche appositamente sottolineata.

Quella dei Mastodon è un’operazione di svecchiamento delle formule metal, prog rock e alternative rock, che si mescolano assieme in un calderone sempre ispirato e altamente personale, dunque riuscendo sempre a spiccare sul resto del panorama musicale ad essi contemporaneo, e risultando sempre soddisfacente. Once More ‘Round the Sun non fa eccezione, e stavolta, a differenza di The Hunter, la parte del leone la fanno gli arrangiamenti (non solo chitarre, anche tocchi di synth e sample in un paio di punti), nei loro ultimi tre dischi mai così ricchi, rifiniti, ma allo stesso tempo non soffocanti nei confronti dell’orecchiabilità finale dei pezzi (come in molto Crack the Skye) – una complessità e ricchezza di dettaglio perfettamente rappresentata dalla cover del disco, opera dell’artista Skinner, di Oakland.
Essenziali sono infatti le melodie e la vena catchy di tutti i pezzi, che tocca il picco nei memorabili chorus di The Motherload, Asleep in the Deep e Ember City.

Come sintesi delle varie influenze della band, Once More ‘Round the Sun funziona anche meglio di The Hunter, che non era altrettanto cesellato, upbeat e scorrevole, e senz’altro meglio di Crack the Skye, nel quale l’ambizione di costruire un concept in stile prog 1970s aveva preso completamente il timone.
Si possono trovare infatti riff sludge che rimandano ai loro lavori più vecchi, come in Asleep in the Deep, Chimes at Midnight e Aunt Lisa (con coro cheerleader finale), che poi evolvono in melodie “alternative” stilisticamente simili a quelle dei pezzi meno metal di Blood Mountain, ma anche fusioni tra strofe hardcore melodico alla Hüsker Dü (il cui approccio all’hardcore nei 1980s ricorda molto ciò che hanno fatto e stanno continuando a fare oggi i Mastodon nei confronti del metal) ed escursioni prog metal come nella title-track e in Halloween.

A differenza dell’album precedente, in questo si sente anche come una certa “distanza” tra la musica e l’ascoltatore, dovuta alla cura maniacale con cui il sound è stato reso ricco e scintillante; nonostante le maggiori dilatazioni pinkfloydiane, il suono era più essenziale e terrestre in The Hunter, mentre in Once More ‘Round the Sun tutto viene compresso in uno spazio minore, con più lavoro di sovrapposizione, e contemporaneamente ottenendo un effetto “dreamy” e ipnotico, quasi un parallelo al dream/psychedelic indie che ha avuto successo nell’ultima decade (coi Deerhunter eccetera).

Quello che forse sfuggirà a molti è che Once More ‘Round the Sun è un ottimo esempio di come si possa suonare prog, e anche chiaramente in stile settantiano, senza “fare” prog: tutti i momenti in cui i pezzi lasciano spazio a parti strumentali mostrano infatti evidenti influenze e omaggi al rock progressivo dei 1970s, ma scorrono su ritmi upbeat, si intrecciano e sciolgono in maniera vivace e rapida, e non durano un secondo più del necessario; questo disco dei Mastodon mostra una capacità di rissorbire e rinverdire le sonorità prog in maniera molto più fresca e convincente rispetto a cose come gli ultimi lavori targati Opeth, che vivono invece molto più di nostalgia che di innovazione.

Resta tuttavia impossibile non notare somiglianze con alcuni pezzi di The Hunter, particolarmente tra l’opener Tread Lightly e l’altra opener Black Tongue, ma soprattutto nel singolo The Motherload, che, riprendendo la carica alla Queens of the Stone Age dei tempi migliori ed anche l’idea di dare a Brann Dailor lo spazio principale al microfono, pare una versione meglio pensata e migliorata di Dry Bone Valley – il che conferma anche l’idea, esplicitata alla stampa dalla band, che il disco sia una continuazione, anche se con stile rinnovato, del suo predecessore.

C’è stavolta chiaramente anche un “quinto Mastodon”, il producer Nick Raskulinecz, che si è probabilmente trovato di fronte a uno dei compiti più complessi della sua carriera, dovendo bilanciare l’orgia di arrangiamenti e rifiniture messa in pista dal gruppo, e allo stesso tempo il loro chiaro desiderio di non suonare heavy quanto nei loro vecchi album, con la necessità di non perdere nel processo la loro aggressività e potenza; un obiettivo molto difficile, e il giudizio sul fatto che sia riuscito o meno dipende largamente dalle aspettative del singolo ascoltatore.

7/10

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