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Black Coffee Blues

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Archive for the ‘music’ Category

2014 / Best Albums

Posted by StepTb su dicembre 31, 2014

As always, still in progress…

7.5/10
Los Random – Pidanoma
Fire! Orchestra – Enter
The War on Drugs – Lost in the Dream
Goat – Commune

7/10
Ambrose Akinmusire – The Imagined Savior Is Far Easier to Paint
Dan Weiss – Fourteen
Freddie Gibbs & Madlib – Piñata
Wild Throne – Blood Maker EP
Flying Lotus – You’re Dead!
Kairon; IRSE! – Ujubasajuba
Mastodon – Once More ‘Round the Sun
Cloud Nothings – Here and Nowhere Else
Orange Goblin – Back from the Abyss
Ty Segall – Manipulator
Natural Snow Buildings – The Night Country
The Body – I Shall Die Here
Andy Stott – Faith in Strangers
Conan – Blood Eagle
Triptykon – Melana Chasmata
Murmur – Murmur
Desmadrados Soldados De Ventura – Interpenetrating Dimensional Express
Richard Dawson – Nothing Important
Perfume Genius – Too Bright
Carla Bozulich – Boy
Eyehategod – Eyehategod
Trent Reznor & Atticus Ross – Gone Girl
Padang Food Tigers – Running My Habits Clean EP
Coffinworm – IV.I.VIII
Aphex Twin – Syro
Ben Howard – I Forget Where We Were
Kayo Dot – Coffins On Io
Sólstafir – Ótta

6.5/10
Zola Jesus – Taiga
Sun Kil Moon – Benji
Chet Faker – Built on Glass
Junius – Days of the Fallen Sun EP
Bill Callahan – Have Fun with God
Bohren & Der Club of Gore – Piano Nights
Kiasmos – Kiasmos
Shellac – Dude Incredible
Down – Down IV – Part II EP
Pyrrhon – The Mother of Virtues
Cormorant – Earth Diver
Pink Mountaintops – Get Back
Big Red Panda – Big Red Panda
Body Count – Manslaughter
Keb’ Mo’ – Bluesamericana
Swans – To Be Kind
Thot – The City That Disappears
Oren Ambarchi – Amulet
Space Guerrilla – Boundless EP
Helms Alee – Sleepwalking Sailors
Grouper – Ruins
Loscil – Sea Island
Earth – Primitive and Deadly
Electric Wizard – Time to Die
Left Lane Cruiser – Slingshot
Have a Nice Life – The Unnatural World
Junkfood – The Cold Summer of the Dead
Trap Them – Blissfucker
Death Grips – Niggas on the Moon
Vermont – Vermont
Spoon – They Want My Soul
Plantation – Out of the Dark EP
Sunn O))) & Ulver – Terrestrials
Behemoth – The Satanist
Aleph Null – Nocturnal

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Los Random – Pidanoma

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Self-produced, 2014
Album

Il trio argentino dei Los Random (prima conosciuti solo come Random) aveva esordito con un EP (Prrimo, The) nel 2009 e un primo album (Todo.s los colores del) nel 2011, entrambi ottimi esempi di prog metal altamente variegato e ricco di trovate creative, percorsi da sfoggi tecnici ed esuberanza giovanile.
Il loro secondo full-length Pidanoma sposta l’asticella ben più in alto. Maturati sotto ogni punto di vista, i tre hanno confenzionato quello che forse è il più autenticamente innovativo disco metal del 2014.
Il trio ha trovato una formula completamente personale, che non suona esattamente come nulla si sia sentito in precedenza, e l’ha messa al servizio di un disco-macigno, da ascoltare per intero da capo a coda (sulla scia della tradizione prog dei concept album), costituito per lo più da tre pezzi finali di 16, 17 e 21 minuti.
Sebbene in questo calderone di influenze si intercettino riff sludge alla Melvins, post-metal alla Isis di Panopticon (ma in versione più calda e latina), prog massimalista alla The Mars Volta, post-hardcore e math rock alla Don Caballero, passaggi djent, e parti strumentali ora di ambient elettronico (Mia Gato está Solo en la Os) ora di post-rock alla Mono (Guri Guri Tres Piñas), la formula stilistica finale è una vera e propria fusione, che non suona mai frammentaria per il gusto di stupire o esibire virtuosismi, ma come un discorso unitario, coeso e coerente.
Siamo sostanzialmente nell’ambito della musica d’avanguardia – e, sicuramente, nel reame dell’avant-garde metal, che raramente è stato così interessante.

7.5/10

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Kairon; IRSE! – Ujubasajuba

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Self-produced, 2014
Album

Fortunatamente, capita escano dischi capaci di iniettare nuova linfa in generi ormai sfruttati all’eccesso e accartocciati nei propri stereotipi, come, in questo caso, il post-rock.
Con un approccio meno “sinfonico” rispetto al precedente (e loro debut album) the Defect in that one is bleach / We’re hunting wolverines, i finlandesi Kairon; IRSE! aumentano le dosi di sovraincisioni stratificate e dissonanze, e, grazie anche ad una (auto-)produzione che conferisce a chitarre e batteria un’aggressività ben più grezza di quanto generalmente si sente nel genere, le lunghe distese di “wall of sound” si scavano uno spazio stilistico a sé.
Sarebbe d’altro canto limitante considare Ujubasajuba solo come esponente valido di un singolo genere: le sonorità “pastose”, al tempo stesso atmosferiche e ruvide, gettano in una pressa influenze che vanno dagli Hawkwind ai My Bloody Valentine, ancor prima di parlare il linguaggio di Mono ed Explosions in the Sky.

7/10

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The Body – I Shall Die Here

Posted by StepTb su dicembre 30, 2014

Rvng, 2014
Album

All’interno di una discografia dalla qualità discontinua, I Shall Die Here si situa tra le migliori uscite a nome The Body: cercando un bilanciamento molto più ponderato tra aggressione noise e droni ambientali, l’album è il più maturo e riuscito del duo Lee Buford & Chip King per quanto riguarda la costruzione delle atmosfere, con tutta probabilità grazie alla qui presente collaborazione col talentuoso Bobby Krlic aka The Haxan Cloak.
Colonna sonora perfetta per un film horror, il disco fa sprofondare l’ascoltatore tra tinte nere e ansie opprimenti, stimolandolo con trovate sonore variegate che prendono da dark ambient, drone metal, sludge e industrial, senza scadere nella monotonia o negli eccessi dissonanti che minano spesso e volentieri uscite di questo tipo, e che avevano compromesso il precedente Christs, Redeemers.

7/10

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Mastodon – Once More ‘Round the Sun

Posted by StepTb su dicembre 29, 2014

Reprise, 2014
Album

Come rilasciato in un’intervista dal chitarrista Bill Kelliher, “[Death] always makes for really good story telling. It’s kind of the theme that we have a lot in our music. We’ve had a lot of friends pass away since the last record. I’m not really sure yet. I think we’re kind of focusing more about living on this earth and what would happen if this was your last year to live. I think that’s sort of maybe a little bit of what we might be kind of touching on.
Il sesto album dei Mastodon, Once More ‘Round the Sun, uscito per la Reprise, riflette allo stesso tempo un ulteriore cambio di rotta stilistico, una volontà di conquistare nuovi tipi di pubblico ulteriormente al di fuori del’arena metal, ma anche una maturazione personale dei quattro, che mai come ora hanno una visione consapevolmente positiva nei confronti della vita.
Se proprio i primi due pezzi ad aprire l’album contengono versi come “Open your eyes, take a deep breath and return to life. Wake up and fight, fight for the love and the burning light“, e “I can see what this life has handed you, I can feel the weight. This time, things’ll work out just fine. We won’t let you slip away“, la cosa è non solo chiara ma anche appositamente sottolineata.

Quella dei Mastodon è un’operazione di svecchiamento delle formule metal, prog rock e alternative rock, che si mescolano assieme in un calderone sempre ispirato e altamente personale, dunque riuscendo sempre a spiccare sul resto del panorama musicale ad essi contemporaneo, e risultando sempre soddisfacente. Once More ‘Round the Sun non fa eccezione, e stavolta, a differenza di The Hunter, la parte del leone la fanno gli arrangiamenti (non solo chitarre, anche tocchi di synth e sample in un paio di punti), nei loro ultimi tre dischi mai così ricchi, rifiniti, ma allo stesso tempo non soffocanti nei confronti dell’orecchiabilità finale dei pezzi (come in molto Crack the Skye) – una complessità e ricchezza di dettaglio perfettamente rappresentata dalla cover del disco, opera dell’artista Skinner, di Oakland.
Essenziali sono infatti le melodie e la vena catchy di tutti i pezzi, che tocca il picco nei memorabili chorus di The Motherload, Asleep in the Deep e Ember City.

Come sintesi delle varie influenze della band, Once More ‘Round the Sun funziona anche meglio di The Hunter, che non era altrettanto cesellato, upbeat e scorrevole, e senz’altro meglio di Crack the Skye, nel quale l’ambizione di costruire un concept in stile prog 1970s aveva preso completamente il timone.
Si possono trovare infatti riff sludge che rimandano ai loro lavori più vecchi, come in Asleep in the Deep, Chimes at Midnight e Aunt Lisa (con coro cheerleader finale), che poi evolvono in melodie “alternative” stilisticamente simili a quelle dei pezzi meno metal di Blood Mountain, ma anche fusioni tra strofe hardcore melodico alla Hüsker Dü (il cui approccio all’hardcore nei 1980s ricorda molto ciò che hanno fatto e stanno continuando a fare oggi i Mastodon nei confronti del metal) ed escursioni prog metal come nella title-track e in Halloween.

A differenza dell’album precedente, in questo si sente anche come una certa “distanza” tra la musica e l’ascoltatore, dovuta alla cura maniacale con cui il sound è stato reso ricco e scintillante; nonostante le maggiori dilatazioni pinkfloydiane, il suono era più essenziale e terrestre in The Hunter, mentre in Once More ‘Round the Sun tutto viene compresso in uno spazio minore, con più lavoro di sovrapposizione, e contemporaneamente ottenendo un effetto “dreamy” e ipnotico, quasi un parallelo al dream/psychedelic indie che ha avuto successo nell’ultima decade (coi Deerhunter eccetera).

Quello che forse sfuggirà a molti è che Once More ‘Round the Sun è un ottimo esempio di come si possa suonare prog, e anche chiaramente in stile settantiano, senza “fare” prog: tutti i momenti in cui i pezzi lasciano spazio a parti strumentali mostrano infatti evidenti influenze e omaggi al rock progressivo dei 1970s, ma scorrono su ritmi upbeat, si intrecciano e sciolgono in maniera vivace e rapida, e non durano un secondo più del necessario; questo disco dei Mastodon mostra una capacità di rissorbire e rinverdire le sonorità prog in maniera molto più fresca e convincente rispetto a cose come gli ultimi lavori targati Opeth, che vivono invece molto più di nostalgia che di innovazione.

Resta tuttavia impossibile non notare somiglianze con alcuni pezzi di The Hunter, particolarmente tra l’opener Tread Lightly e l’altra opener Black Tongue, ma soprattutto nel singolo The Motherload, che, riprendendo la carica alla Queens of the Stone Age dei tempi migliori ed anche l’idea di dare a Brann Dailor lo spazio principale al microfono, pare una versione meglio pensata e migliorata di Dry Bone Valley – il che conferma anche l’idea, esplicitata alla stampa dalla band, che il disco sia una continuazione, anche se con stile rinnovato, del suo predecessore.

C’è stavolta chiaramente anche un “quinto Mastodon”, il producer Nick Raskulinecz, che si è probabilmente trovato di fronte a uno dei compiti più complessi della sua carriera, dovendo bilanciare l’orgia di arrangiamenti e rifiniture messa in pista dal gruppo, e allo stesso tempo il loro chiaro desiderio di non suonare heavy quanto nei loro vecchi album, con la necessità di non perdere nel processo la loro aggressività e potenza; un obiettivo molto difficile, e il giudizio sul fatto che sia riuscito o meno dipende largamente dalle aspettative del singolo ascoltatore.

7/10

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Godflesh – A World Lit Only by Fire

Posted by StepTb su dicembre 3, 2014

Avalanche, 2014
Album

Nel 2010 Broadrick e Green riformano i Godflesh, e nel 2014 esce per la Avalanche il nuovo album A World Lit Only by Fire.
Ancora fedeli all’impiego delle drum machine, i due recuperano un sound vicino specialmente a Pure (1992), ma più spogliato ed essenziale. Oltre all’industrial dalle tinte infernali che diede il via al progetto, le maggiori influenze sono lo sludge metal e, nelle parti con la ritmica più martellante, il più classico hardcore punk dei 1980s. Il disco è un soddisfacente tuffo nel passato per i fan nostalgici, e al tempo stesso una dimostrazione di quanto la band sia stata ispiratrice per tutta la corrente del post-metal fiorita nei 10-15 anni passati: anche grazie all’esperienza e continuo aggiornamento maturati da Broadrick coi dischi a nome Jesu, non c’è molto che suoni davvero fuori posto rispetto ai tempi attuali.

6/10

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Wild Throne – Blood Maker

Posted by StepTb su maggio 24, 2014

Brutal Panda, 2014
EP

Il trio dei Wild Throne è composto da ferrati musicisti di Bellingham (Washington, USA) con alle spalle un decennio a testa di attività in varie band solidamente affermate a livello locale.
Le varie esperienze hanno portato ad un certo punto Josh Holland (chitarra e voce), Noah Burns (batteria) e Jeff Johnson (basso) alla decisione di unirsi in un progetto che superasse in originalità e impatto ogni cosa da essi fin lì fatta.
Possiamo dire che l’obiettivo per il momento pare raggiunto: l’EP Blood Maker (che può essere considerato il loro vero esordio, dopo due release underground introvabili nei due anni precedenti), uscito per la Brutal Panda (nome di label migliore di sempre), può indubbiamente già essere collocato tra i migliori EP metal del 2014.
I tre pezzi di cui è costituito sono farciti d’idee brillanti e convoglianti stili diversi, ma soprattutto hanno ben chiara la necessità di darsi una misura per mantenere una struttura coerente ed esteticamente appagante: tra i punti musicali di riferimento del trio vi sono infatti, a orecchio, sicuramente The Mars Volta e Protest the Hero, ma le influenze che da loro prendono arrivano in dose controllata, e si ritrovano ad essere sostenute e ben bilanciate da un impianto hardcore massiccio, caldo e quasi sludge, strizzante l’occhio ai Mastodon.
Un altro punto che i Wild Throne segnano decisamente a loro favore sta nell’efficacia melodica, derivante da una ormai mutata geneticamente tradizione emocore (che si riconosce nell’intensità drammatica dei vocalizzi e nelle dissonanze metalliche dei riff), ed espressa magistralmente grazie alla notevolissima capacità vocale di Holland: il memorabile chorus di Shadow Deserts ne è l’esempio più immediato, ma ancor di meglio si trova nella più complessa title-track.
La tecnica strumentale dei tre, assolutamente degna di nota, poteva finire per farli strafare ed esagerare (sia nella struttura dei pezzi, sia nei giochetti virtuosistici di facile impressione), ma viene usata in maniera nobile e pragmatica per trovarsi un proprio stile, che prende dal prog metal come dallo sludge, dal thrash come dal post-hardcore, e mettere sempre in primo piano passionalità e schiettezza.
Alla riuscita del “pacchetto” concorrono due nomi ben noti come Ross Robinson (la riuscita produzione, in bilico tra hardcore e metal senza abbaracciare né l’uno né l’altro) e Orion Landau (il gran bell’artwork).
Non resta che attendere con curiosità e buone aspettative il debutto su full-length.

7/10

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Rock Culture

Posted by StepTb su maggio 24, 2014

Roba che m’è arrivata l’anno scorso, ma si meritava un paio di picz.

carducci1 Direttamente dal personal warehouse del leggendario Mr. Carducci, due tomi essenziali della critica rock.
carducci2 Particolare dell’imballaggio.
carducci3 Prospettive, affiancato al cuginetto.

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Live report: Red Fang + Lord Dying + The Shrine

Posted by StepTb su febbraio 5, 2014

[for Rockline.it]
Ljubljana, 2/2/2014

Di supporto all’uscita del loro terzo disco Whales and Leeches, i Red Fang volano da Portland alla volta del vecchio continente. Chi siamo noi per dir di no? La tappa scelta dal nostro manipolo è al di fuori del territorio italico, verso le fredde lande orientali in direzione dell’entroterra sloveno.
Il viaggio on the road ci immerge in paesaggi da Scandinavian black metal, altro che stoner e southern.

Fra vari disagi legati al tempo (ma anche esistenziali), acquisto on the fly di catene da neve, uscite mancate, strade bloccate una volta giunti a Ljubljana centro, arriviamo in una zona che ci dà forti indizi d’esser quella giusta.

Troviamo facilmente l’ingresso del Channel Zero, il mitico locale rock dove si esibiranno le band. L’impressione è ottima: il posto è piccolo quanto basta, sullo stampo degli storici locali underground USA di un tempo, le birre grandi vengono 2€ l’una, l’impianto è di buon livello, l’ingresso psichedelico di grande impatto, così come le decorazioni tendenti al gothic rock degli interni.
Appunto per chi volesse passarci: quando i ticket sono sold out, sono sold out; non sperate di poter acquistare altri biglietti una volta arrivati (noi eravamo a corto di uno e siamo riusciti a trovarlo per pura fortuna).
Prima di passare al “box office” e farci cambiare i ticket con braccialetti della Dirty Skunks (l’organizzazione che si sbatte per far arrivare la musica alternative e underground nella città), essendo arrivati in anticipo, aspettiamo sull’uscio per un po’ da soli, mentre intorno a noi passano avanti e indietro non solo i gestori del posto, ma anche alcuni membri di tutte e tre le band.


Aprono le danze i Lord Dying, concittadini dei Red Fang, che hanno pubblicato il loro debut Summon the Faithless nel 2013.
Il quartetto è un violentissimo e acido schiacciasassi sludge-thrash, in cui finiscono in dosi eguali per sound, efferatezza ed abilità tecnica sia gli High on Fire che i Crowbar. I breakdown che Butt-head definirebbe “slow and fat!” non si fanno mancare, ed esaltano la platea.

Sono addirittura accolti quasi fossero headliner i successivi The Shrine, trio da Los Angeles. Autori di Primitive Blast (2012), sono qui in tour anticipato per il loro secondo Bless Off, che uscirà in marzo.
La formula è un hard rock tanto rispettoso dello spirito dei 1970s, quanto ammodernato da velocità e ferocia di stampo hardcore: non certo un mero revival, non siamo in zona Wolfmother. Si sente la lezione di band come T2, Buffalo, Quatermass, ma su tutto prevale lo spirito (e le progressioni armoniche) di Motörhead e MC5, rivisitato nel modo grezzo e dissonante di molto garage anni 2000.
Il basso abrasivo di Courtland “Court” Murphy e lo spirito caciarone-iperattivo di Josh Landau a voce e chitarra (“Hey, noi veniamo dalla California, un posto dove non nevica MAI”), che termina lo show con un lunghissimo assolo infuocato alla Ted Nugent, fanno il resto.

E si arriva così ai Red Fang, che ringraziano tutti di aver sfidato la “snowstorm” per venire a vederli, e partono subito con uno dei loro capolavori, Hank Is Dead.
La setlist è sostanzialmente divisa in modo equo tra il loro ultimo Whales and Leeches e il precedente Murder the Mountains, e i pezzi di entrambi sono valorizzati da una potenza e perfezione d’esecuzione magistrali, che mostrano non solo un miglioramento del quartetto rispetto ai tour dell’album precedente, ma anche una stupefacente carica energetica per un gruppo che sta macinando un concerto al giorno da un mese sfidando le pessime condizioni climatiche diffuse in tutta Europa. Le piccole dimensioni del Channel Zero non fanno che esaltare l’esperienza, avvicinando al massimo band e pubblico.
I pezzi di Whales and Leeches trovano nella dimensione live una forma ancora più convincente, grazie all’aggressività portata al massimo: No Hope, Voices of the Dead, DOEN e 1516 suonano al loro meglio, doppiando la loro versione su disco.
I relativi rallentamenti di ritmo di Throw Up, Malverde e Into the Eye sono inseriti saggiamente nel flusso per dare respiro ed evitare arresti cardiaci.
La folla esplode, e giustamente, durante le memorabili Number Thirteen e Blood Like Cream.


L’unico momento tratto dal loro primo Red Fang arriva appena verso quasi metà concerto, con la trascinante Sharks.
Dopo aver concluso con la micidiale doppietta di Blood Like Cream e Wires, i quattro salutano e appoggiano gli strumenti; è evidente che non può essere finita così, quindi dopo un paio di minuti di “We want more”, tornano sul palco: “We’re glad you want more, ‘cause we’re not done yet either!”, e conseguente boato.
Il finale è dedicato interamente al finora quasi escluso primo disco: Good to Die, e, ovviamente, l’immancabile Prehistoric Dog come conclusione. Quello che può comodamente essere considerato uno dei più grandi inni di tutto lo stoner post-2000 manda la folla letteralmente in delirio. Il pogo, presenza quasi fissa durante tutto il live, tocca il massimo, così come i numeri di stage diving (che personalmente non apprezzo, dato che costringono tutti a distrarsi dalla band per evitare contusioni), tanto che lo stesso Aaron Beam si fa cadere di schiena sulla folla, e manda in stage diving il basso dopo l’ultimo accordo.


Per quanto mi riguarda, l’unico grande assente di questo live stellare è stato Reverse Thunder, un gioiellino del loro album omonimo con cui avevano da subito dimostrato di saper battere i Queens of the Stone Age sul loro stesso campo da gioco, ma per il resto non ho nulla da obiettare. Dopo aver stretto la mano a Bryan Giles e Aaron, così come a Erik Olson dei Lord Dying (incrociato nel corridoio: pare la persona più tranquilla e bonaria del mondo, l’opposto esatto di come suona e canta), ci pigliamo un po’ di merchandising (la T-shirt di Whales and Leeches, artwork indubbiamente tra i migliori del 2013, era quasi d’obbligo), e poi via, da un’overdose di sludge-stoner alle innevate e spettrali strade del ritorno.

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2013 / Best Albums

Posted by StepTb su dicembre 31, 2013

As always, still in progress…

8/10
The Haxan Cloak – Excavation

7.5/10
Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze
Grouper – The Man Who Died in His Boat
Forest Swords – Engravings
Earthless – From the Ages

7/10
The Flaming Lips – The Terror
The Cosmic Dead – Inner Sanctum
Pharmakon – Abandon
Nick Cave and The Bad Seeds – Push the Sky Away
Frankie Rose – Herein Wild
Beastmilk – Climax
Uncle Acid and the Deadbeats – Mind Control
Grails – Black Tar Prophecies Vol’s 4, 5 & 6 [compilation]
The Necks – Open
Bad Religion – True North
Bill Callahan – Dream River
Pop. 1280 – Imps of Perversion
Clutch – Earth Rocker
Kylesa – Ultraviolet
Fire! Orchestra – Exit!
Janelle Monáe – The Electric Lady
Fuck Buttons – Slow Focus
Bonobo – The North Borders
The Claudia Quintet – September
Lili Refrain – Kawax
Girls Against Boys – The Ghost List EP

6.5/10
Julia Holter – Loud City Song
Causa Sui – Euporie Tide
Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest
Palms – Palms
Suuns – Images du futur
FKA Twigs – EP2
Big Business – Battlefields Forever
Red Fang – Whales and Leeches
Tim Hecker – Virgins
Lesbian – Forestelevision
Savages – Silence Yourself
Holy Sons – My Only Warm Coals
Corrections House – Last City Zero
Chelsea Wolfe – Pain Is Beauty
Thee Oh Sees – Floating Coffin
Obliterations – Obliterations EP
Vista Chino – Peace
Veronica Falls – Waiting for Something to Happen
Colin Stetson – New History Warfare Vol. 3: To See More Light
Still Corners – Strange Pleasures
Church of Misery – Thy Kingdom Scum
Bachi da Pietra – Quintale
Marnero – Il Sopravvissuto
Tombstone Highway – Ruralizer
Deerhunter – Monomania
Häshcut – Please Do It Yourself
Run the Jewels – Run the Jewels
Death Grips – Government Plates
Lilacs & Champagne – Danish & Blue
Low – The Invisible Way
Iceage – You’re Nothing
Arbouretum – Coming Out of the Fog
Mt. Mountain – OMED
Freddie Gibbs – ESGN (Evil Seeds Grow Naturally)
The Drones – I See Seaweed
James Blake – Overgrown
Deafheaven – Sunbather

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Grouper – The Man Who Died in His Boat

Posted by StepTb su dicembre 30, 2013

Kranky, 2013
Album

Forte della release di un paio d’anni prima, il doppio A I A, che costituisce probabilmente la sua summa stilistica (oltre ad essere uno dei più rilevanti dischi del nuovo decennio), Liz Harris prosegue la propria carriera con un altro affascinante album, privo di sezione ritmica e giocato ancora su suggestioni oniriche, sonorità ricche, riverberi, melodie penetranti.
Sebbene si potrebbe facilmente obiettare che la formula della Harris non sia cambiata molto negli ultimi anni, è anche vero che resta lei, oggi, la figura centrale a fare questo tipo di musica, nonché la maggior discepola della più alta tradizione dream pop (Cocteau Twins, Dead Can Dance, ma anche le collaborazioni lynchane di Julee Cruise e Angelo Badalamenti – queste ultime particolarmente presenti qui come influenza), che rivisita in una forma cantautoriale derivata dalle proprie influenze folk, e porta nella dimensione intimista (e quindi più minimale) dello slowcore.
Almeno Vital, Cloud in Places e la title-track entrano di diritto nel suo miglior repertorio.

7.5/10

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Forest Swords – Engravings

Posted by StepTb su dicembre 30, 2013

Tri Angle, 2013
Album

Dopo un paio di EP, Engravings è il debutto su full-length dell’inglese Matthew Barnes sotto il moniker Forest Swords. Il disco esce per quella Tri Angle che nello stesso anno pubblica un altro dei vertici del 2013, Excavation di The Haxan Cloak.
Se le coordinate atmosferiche-ambientali dei due dischi per certi versi si avvicinano, così come la solida ed esperta spinta produttiva che si riflette nell’estrema cura sonora di entrambi, l’album di Forest Swords si distanzia tuttavia dai toni cupi e industriali di Krlic, ed esplora invece una avvolgente, onirica, impalpabile fusione di dub e beat downtempo da una parte, puro ambient atmosferico dall’altra, e forti contaminazioni che vanno da Ennio Morricone, al minimalismo di Steve Reich, alla folktronica di Four Tet, al mix ambient-classica targati Kreng, all’ondata della neo-psichedelia degli anni 2000.

7.5/10

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Kurt Vile – Wakin on a Pretty Daze

Posted by StepTb su dicembre 29, 2013

Matador, 2013
Album

Ancora per la Matador, come il precedente Smoke Ring for My Halo che l’aveva fatto esplodere in popolarità due anni prima, esce nel 2013 Wakin on a Pretty Daze, che in realtà, contando anche le autoproduzioni, è ben l’ottavo (!) full-length del cantautore di Philadelphia Kurt Vile, classe 1980; cantautore che, proprio con Wakin on a Pretty Daze, si rivela essere uno dei folk rockers più interessanti della sua generazione.
Se infatti il buon Smoke Ring for My Halo (così come l’EP poco successivo So Outta Reach, sua, comunque interessante, appendice) non rischiava scommesse nella struttura dei pezzi, e non si allontanava nemmeno così tanto dalle saldissime radici del folk rock più intenso e intimista di fine 1960s-inizio 1970s, particolarmente Fred Neil ma anche Nick Drake, Wakin on a Pretty Daze presente un passo in avanti in maturità e originalità.

Sembra che Vile abbia infatti, nel frattempo, compiuto una full immersion nella discografia dei Sun Kil Moon di Mark Kozelek, ma anche nel jangle pop degli 1980s e 1990s, traendo poi una sua sintesi personale delle due influenze ed applicandovi poi i suoi modelli di riferimento classici (il cantautorato americano 1967-1975).

Vile riprende il jangle tipico dell’alternative rock dei 1980s, ma staccandolo da molti dei debiti col periodo post-punk, e ricollegandolo al calore delle sue originarie radici (i The Byrds), allo stesso tempo spingendo invece sullo sperimentalismo per quanto riguarda la durata dei pezzi, che si dilata in un quadro perfettamente coerente alla voluta morbidezza e liquidità delle chitarre; quadro a cui contribuiscono anche una produzione a più alto budget (maggiore definizione nei suoni, sovraregistrazioni per creare un wall of sound avvolgente, effettistica dosata con attenzione quanto basta per dare sfumature oniriche) e delle scelte di pattern ritmici che, pur tempi non lenti e suoni caldi non post-punk, ripetono se stessi spesso in modo ipnotico (dunque il vero legame forse guarda anche più indietro, verso i Neu!).

L’album scodella alcuni dei suoi capolavori, ovvero la trascinante Pure Pain (con schitarrate quasi orientaleggianti che ricordano, anche se evitandone le prodezze tecniche, alcune idee armoniche in passato ben esplorate da virtuosi come Leo Kottke e Michael Hedges, e che si alternano ad una parte in arpeggiato vicina ai Red Hot Chili Peppers di Californication), la rarefatta Too Hard (con crooning profondo e arpeggianti chitarre alla Fleet Foxes), il grandioso trittico iniziale di Wakin on a Pretty Day (9 minuti e mezzo ricchi di grandi idee melodiche), KV Crimes (con una memorabile strofa) e Was All Talk (quasi 8 minuti, immersi nei riverberi), e la doppietta finale di Air Bud (6 minuti e mezzo) e Goldtone (10 minuti e mezzo).
Qualche momento di stanca si può invece trovare nei restanti, meno riusciti e un po’ apatici, pezzi (in particolare Girl Called Alex e Never Run Away), che frenano dall’eccellenza il disco nel suo complesso.

Il modello vocale di Kurt Vile è invece, ora anche più che nel precedente Smoke Ring for My Halo, decisamente Lou Reed, nel cui stile, anche se ammorbidendolo e avvicinandosi in certi momenti a melodie vocali alla Neil Young di Ambulance Blues, Vile si inserisce nel flusso compositivo in maniera leggermente sconnessa e mormorante, ma soprattutto dal sapore “stoned” (dichiarato anche in alcuni passaggi dei testi, e nello stesso “daze” del titolo) che ben si sposa con la vena a suo modo psichedelica (o semplicemente tendente all’onirico) dei pezzi più lunghi.

Con i suoi pregi e le sue imperfezioni, Wakin on a Pretty Daze resta comunque, e senza dubbio, il miglior disco folk rock del 2013.

7.5/10

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The Haxan Cloak – Excavation

Posted by StepTb su dicembre 27, 2013

Tri Angle, 2013
Album

Dopo l’ EP “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” (Latitudes, 2012), un’unica, e interessante, composizione lunga 27 minuti, il britannico Bobby Krlic torna, a nome The Haxan Cloak, con un secondo full-length: Excavation (Tri Angle, 2013), segna non solo l’approdo all’interessante label Tri Angle (che poco più tardi pubblica anche un altro dei migliori dischi dell’anno, Engravings, il debutto di Forest Swords, moniker di Matthew Barnes), ma anche un grandioso passo in avanti in maturità e stile.

Krlic gode evidentemente di un più alto budget, e lo usa non solo per pulire e perfezionare il proprio sound, ma anche per attuare un cambio di strumentazione (dando più spazio alla pura elettronica), e soprattutto per staccarsi dallo stile esplorato nei precedenti lavori. In una piuttosto rara ma azzeccatissima mossa, decide di allontanarsi dalla “vera” avanguardia in senso comunemente inteso, e dunque di trovare una maniera differente di sintetizzare le sue influenze finora più evidenti, ovvero il minimalismo classico di Part e Riley, la musique concrète, le tensioni più “modern classical” di Tommy Jansen (Elegi). Assimilando invece anche influenze più contemporanee, virando verso un utilizzo più moderno, mainstream e massiccio della strumentazione elettronica, decidendo di non dare ruoli da protagonista agli archi come in vari pezzi del passato, e anche di evitare gli sbalzi verso il noise, Krlic arriva così ad uno stile molto più personale e originale, che nel suo procedere per sottrazione invece che accumulo, e nel suo sound moderno, controllato e perfezionato, finisce per essere il suo lavoro in realtà più d’avanguardia nella sostanza.

Diversamente dal suo omonimo full-length di due anni prima, Excavation è anche un’opera molto più omogenea, unitaria e coesa, in cui i pezzi fluiscono l’uno nell’altro in maniera assolutamente riuscita e naturale.

Uno dei principali elementi del disco è la virata atmosferica, in modo più massiccio che in passato, verso territori spettrali e incogniti: Excavation è davvero uno dei pochi album ad essere effettivamente “spaventoso”, nella sua capacità di suggestionare e richiamare atmosfere spettrali e oscure, da cinema e letteratura dell’orrore. Chiede quindi a gran voce di essere assimilato in condizioni che ne valorizzino tale aspetto: cuffie, solitudine completa, notte, buio o luci basse.

Altra novità per Krlic è l’affidarsi ad influenze da tendenze moderne come il dubstep, che probabilmente mutua dai connazionali, colleghi in quanto a genere e pari in abilità artistiche, Demdike Stare: si sente già dal “drop” abrasivo dell’intro Consumed, ma diventa evidente nel memorabile pattern ritmico aggressivo di Excavation (Part 2), e nei colpi di snare della spettrale Excavation (Part 1), evidentemente influenzata dal miglior Burial.
I droni industriali di Mara, e ancor di più la notturna The Mirror Reflecting (Part 1), riescono finalmente a portare ad un livello perfezionato e penetrante l’idea di ambient “fantasma” e impalpabile che Krlic aveva tentato agli esordi in pezzi meno riusciti (come The Splintered Mind).
Il campionamento vocale di Miste, e il suo sviluppo gorgogliante, sono il momento in cui Krlic guarda maggiormente alla musique concrète e all’industrial vecchia scuola, ma confermando stavolta la sua scelta di non eccedere mai, e non sforare nei territori del noise: il rumore è controllato, spinge continuamente per bucare la superficie, ma viene ricacciato nelle viscere.
Lo spirito fantascientifico, anche se in versione plumbea, è l’anima dell’album, e la fa da padrone nelle tensioni elettriche e nei colpi percussivi elettronici di Dieu.
L’eccellente The Mirror Reflecting (Part 2), uno dei vertici, richiama anche per qualche momento le parti di “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” influenzate da Terry Riley, ma poi evolve in paesaggi ancora più minacciosi, dai quali riesce però ad emergere una melodia di tastiere elettroniche e lontani archi, quasi un richiamo all’umanità nel buio di una distopia industriale (in questo senso paragonabile nella sua funzione alla A Warm Place in The Downward Spiral).

Fino a questo punto, Excavation è “solo” un ottimo disco che porta avanti in modo brillante i discorsi dark ambient e drone, rinvigorendo in freschezza e modernità i loro canoni. Ma è la conclusiva traccia The Drop, nei suoi maestosi 13 minuti, a fargli oltrepassare la barriera, e renderlo un capolavoro.
Nella prima parte sfociano tutte le tensioni melodiche che venivano a galla in alcune delle migliori precedenti tracce, ovvero The Mirror Reflecting (Part 2) e, in modo sfumato, Excavation (Part 1), con un ipnotico e profondamente malinconico contrappunto di droni e note elettroniche che ricorda da vicino gli intrecci melodici tipici dei The Cure di Disintegration, ma riflessi in uno specchio deformante, raffreddati, e spinti verso il futurismo elettronico; con il passare del tempo, le melodie si sconnettono tra loro e prendono un’altra piega, mentre riverberi ed effetti digitali le spingono verso una dimensione “spaziale” e rarefatta, da 2001: A Space Odyssey; una pulsazione in sordina e l’arrivo di un tenue loop d’archi la porta in territori dark ambient alla Elegi, finché non cade in terreni ancora più oscuri quando arriva in primo piano un viscerale pattern ritmico di tre colpi di grancassa, che da qui in poi, sviluppandosi con alcune variazioni, e crescendo e diminuendo d’intensità, domina tutto il pezzo fino a chiuderlo, mentre i droni assumono sonorità post-industriali (senza mai diventare noise) e diventano sempre più angosciati ed ermetici, in una chiusura da “apocalisse minimalista” che richiama atmosfere come quelle di Sátántangó.

Se non siamo di fronte al miglior album mai prodotto nel genere dark ambient, poco ci manca. Excavation riesce a prendere spunti da una cronologia musicale vasta, che prende slancio dal minimalismo classico e dall’industrial vecchia scuola, dalla musique concrète a Lustmord, dalle evoluzioni autoriali del Trent Reznor di The Fragile alle malinconie del gothic rock, dal dubstep di Burial all’ambient sofisticato di Elegi e Demdike Stare, tenendone conto senza mai rivelarle del tutto, e sviluppando una formula stilistica personale in cui vengono completamente sciolte, restando presenti solo come eco, e fungendo da palco per un grande spettacolo di sonorità suggestive ed evocative.

8/10

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Church of Misery – Thy Kingdom Scum

Posted by StepTb su dicembre 24, 2013

Rise Above, 2013
Album

Thy Kingdom Scum (Rise Above, 2013) prosegue il nuovo percorso acido e corrosivo dei Church of Misery, sbandando nelle dissonanze noise ma cercando sempre il groove; dopo averla perfezionata nel passato Houses of the Unholy, la formula ha perso qualcosa in freschezza, ma resta ancora graffiante e appassionata.
Oltre alla trascinante apertura groovy di B.T.K. (Dennis Rader), spiccano Lambs to the Slaughter (Ian Brady/Myra Hindley), degna del miglior repertorio degli High on Fire, e All Hallow’s Eve (John Linley Frazier), che, allo stesso modo di Brother Bishop (Gary Heidnik), suona come una sorta di versione incredibilmente abrasiva dei Down di Phil Anselmo.
Si fa notare anche una riuscita cover di One Blind Mice dei classici hardrockers Quatermass, mentre i 13 minuti della finale Dusseldorf Monster (Peter Kurten) sono tirati per i capelli, e non sfiorano minimamente, in un confronto parallelo, i livelli di Badlands.

6.5/10

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Janelle Monáe – The Electric Lady

Posted by StepTb su settembre 30, 2013

Wondaland Arts Society / Bad Boy, 2013
Album

Con un titolo strizzante l’occhio al classico di Jimi Hendrix, The Electric Lady arriva tre anni dopo il sensazionale The ArchAndroid, che, per chi non l’avesse ancora capito, è uno dei più grandi album mai pubblicati nella storia dell’R&B, oltre che uno dei migliori dischi usciti negli ultimi dieci anni.
Per questo secondo full-length a firma Janelle Monáe non c’è sostanziale differenza né di label (Wondaland Arts Society / Bad Boy), né di team dietro al progetto (i producers restano Wonder & Lightning, Roman GianArthur e la stessa Monáe), né nel concept di fondo (che porta avanti la saga “Metropolis”, prevista in un totale di sette capitoli, con altre due tappe), tuttavia le sonorità sono cambiate parecchio, e purtroppo nella direzione sbagliata.

Non si può infatti non notare che, tolta l’introduzione di rito (qui Suite IV Electric Overture), The ArchAndroid partiva con un’esplosione di gemme concatenate (Dance or Die, Faster e Locked Inside) che non trovano un “match” in questo successore; Givin Em What They Love (con featuring di Prince) è anzi una partenza stranamente debole, mentre Q.U.E.E.N. (con featuring di Erykah Badu, e una parte letteralmente cucitale addosso) ha più che altro il pregio di stendersi in una struttura non banale (costruendo una piccola suite) ma senza magie, ed è appena con la title-track (dal beat hip-hop/R&B alla 1990s e arrangiamenti vocali alla Lauryn Hill, ma con sfumature dream pop) che possiamo sentire qualcosa che riporti all’ispirazione del precedente disco.
La sezione che in The ArchAndroid corrispondeva alle ottime Cold War e Tightrope lascia anche qui delusi: se Primetime, nel suo cercare il radiofonico, può comunque essere apprezzata per la sintesi di stilemi alla Tina Turner e (soprattutto) Whitney Houston mescolati a neo soul e minimal electro, We Were Rock & Roll manca di grinta ed è probabilmente il momento più anonimo dell’intero disco.
La frizzante Dance Apocalyptic, che pure resta uno dei vertici, suona “svuotata” di groove e carica a causa di una produzione blanda, attenta a non sconvolgere troppo le fasce di pubblico più mediocremente mainstream.
Meno penalizzata dai suoni invece Look Into My Eyes, che con un adagio morriconiano e archi da colonna sonora dell’Hollywood classica riesce a trovare un legame col lounge jazz di un tempo, e che viene ripresa ed espansa nella Suite V Electric Overture, introduttiva alla seconda parte dell’opera.

Le tendenze retrò e radiofoniche sono la base sostanziale anche di Ghetto Woman, che rincorre il soul rock, l’hip-hop e il synthpop tropicale alla 1980s, ma riescono a sublimarsi in uno dei vertici dell’album, Sally Ride, che rappresenta lo sguardo più deciso verso il pop sofisticato dei 1960s (dalla chitarra elettrica, agli archi, alle polifonie vocali).
Più innestata nel contemporaneo è Victory, con suggestioni vocali alla Lauryn Hill e Beyoncé, ma ciò che trionfa in questa seconda metà è decisamente il soul romantico, dall’emozionale torch song Can’t Live Without Your Love alla doppietta finale di Dorothy Dandridge Eyes e What an Experience (la prima tra jazz-rock, soul avvolgente e psichedelia, con featuring vocale di Esperanza Spalding, la seconda ancora una volta con echi del pop alla 1980s, e a metà una svolta verso il reggae); nel complesso, i tre pezzi conclusivi sono anche la sequenza più convincente dell’intero album.

Rispetto a The ArchAndroid, The Electric Lady è più pulito, pop, radiofonico; rallenta i ritmi, rilassa il mood; è molto meno frenetico e futuristico (pur portando avanti lo stesso concept), più introspettivo, ed evidenzia un parallelo con l’ultima Erykah Badu: anche lei reduce da uno dei capolavori dell’R&B/neo soul dell’ultimo decennio, New Amerykah Part One (4th World War), aveva tuttavia deciso di farlo seguire dal più avvolgente, introspettivo, rilassato e soul New Amerykah Part Two (Return of the Ankh), e però vincendo in questo esperimento sulla Monáe, perché mantenendo una direzione sonora all’avanguardia che Janelle e soci hanno ridotto e ibridato con troppe esigenze mainstream.
The Electric Lady recupera la vecchia scuola del soul rock, e, ancor più, del morbido Marvin Gaye, trovando un legame che ripercorre la storia del soul dai 1970s ai 1990s, e saldandola assieme con una produzione particolareggiata e più contemporanea, che tuttavia perde in “calore” e groove a causa del voluto sapore retrò e radiofonico.
Sintesi stranamente assemblata di retromania (sia verso la tradizione soul che verso il sound sintetico del pop alla 1980s), commerciabilità nell’immediato (grazie a stilemi pop d’attuale successo) e spirito sperimentale bizzarro, il disco però prevale nel primo aspetto, mentre nel più complesso The ArchAndroid, un calderone più ispirato e difficile da scomporre, era il terzo a trionfare.
Sembra che la Monáe sia ora più preoccupata di imporsi nel mainstream che di proseguire l’esplorazione, e abbia di conseguenza ridotto il proprio perimetro di gioco, puntando a sviluppare solo alcuni dei sentieri di The ArchAndroid (particolarmente il soul di Neon Valley Street, gli arrangiamenti classicheggianti di BeBopByeYa, e il synthpop di Make the Bus, quest’ultimo però depurandolo dalla “quirkiness” che invece lo rendeva particolare), e auto-azzoppandosi, almeno creativamente parlando, in sede di produzione e sound.

6.5/10

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Clutch – Earth Rocker

Posted by StepTb su settembre 26, 2013

Weathermaker Music, 2012 rel. 2013
Album

Passati i vent’anni d’attività non-stop, il quartetto del Maryland sembra non presentare alcun segno d’invecchiamento né voglia di riposarsi. Il decimo album in studio, Earth Rocker, è anzi un passo avanti in ferocia e tiraggio rispetto al (valido) precedente Strange Cousins from the West, del 2009.

Aperto dalla title-track, è già da subito un manifesto del credo esistenziale dei Clutch, e di cosa significhi vivere, suonare, respirare lo spirito del rock: “What’s this about limits? Sorry, I don’t know none […] If you’re gonna do it, you better take it to the stage, or don’t do it at all […] I will suffer no evil: my guitar will guide me through“; il chorus, con i suoi vocalizzi voodoo, è un esplicito omaggio a Screamin’ Jay Hawkins, mentre le parole forse più d’effetto e rappresentative dell’intero album arrivano dopo il secondo chorus, urlate dalla sempre incredibile voce di Neil Fallon su di un muro sonoro di chitarre e basso ultradistorti (“I don’t need your sticky laminate, I don’t need your VIP. I don’t need your validation, ‘cause I wear mine on my sleeve. / So don’t look to me for answers, ‘cause I don’t got-a-one. I just came to have a good time, and I’m gonna have one. / Yes, I’ve lost many battles, and even more days. But if I had to do it over, I’d do it just the same“).
Le armoniche e le tinte blues che avevano trionfato su From Beale Street to Oblivion (2007) tornano qui, in un travolgente hook, solo su D.C. Sound Attack! (dominata alle pelli dal tocco bonhamiano del professionale e sottovalutato Jean-Paul Gaster), ma i momenti epici, trainati da melodie vocali e riff memorabili, ci sono e si avvicinano senza problemi a quei fasti, e, seppur in modo più diretto ed essenziale, brillano nelle varie Crucial Velocity (con una citazione di Rocket 88, la canzone del 1951 tradizionalmente considerata la prima registrazione rock’n’roll), Mr. Freedom, Unto the Breach (col riff più tagliente di Tim Sult), Cyborg Bette, The Face, e Oh, Isabella; la necessaria e ben riuscita variazione di Gone Cold è guidata invece da chitarra acustica e classica in stile western-morriconiano, basso languido, e da un cavernoso crooning di Fallon che poi va a ricordare il miglior Mike Patton nel chorus.

In mancanza di miglior definizione, anche stavolta si può parlare di un moderno e peculiare stoner, sebbene manchino totalmente (ed ora più che mai) delle influenze psichedeliche: il centro vitale del Clutch-sound è costituito da un assorbimento di tonnellate di classici del rock’n’roll, dell’hard rock più classico (Led Zeppelin, Thin Lizzy, AC/DC), southern (ZZ Top) e blues-prog (Captain Beyond), intinto nell’alternative metal di inizio anni ’90, e, qui in particolar modo, attento allievo delle modalità con cui i Motörhead hanno saputo dare una tinta più feroce al proprio stile nel trittico Inferno, Kiss of Death e Motörizer, e forse anche allo stile più pestato, diretto e senza fronzoli adottato dai “colleghi” Fu Manchu in Start the Machine e We Must Obey.

La produzione è più compatta e ricca di bassi, merito della mano di Machine; è sintomatico che i Clutch abbiano richiamato il producer di Blast Tyrant (2004), visto che Earth Rocker sembra riprenderne il discorso sotto vari aspetti, tornando a bordate più aggressive, massicce e terra-terra, allontanandosi da, ma allo stesso incorporando in piccoli momenti, sia l’immersione nel blues di From Beale Street to Oblivion, sia il più moderato e “maturato” Strange Cousins from the West; rispetto a ques’ultimo, i pezzi sono più semplicistici ed essenziali nella struttura e nell’esecuzione, ma probabilmente l’efficacia delle melodie, del sound (corposo, feroce, definito) e della schiettezza generale gli pone Earth Rocker un gradino sopra.
Pochi avrebbero scommesso su di un riuscito ritorno allo stile di Blast Tyrant dopo una progressiva deviazione da esso e parecchi anni in più sul groppone, ma i Clutch ci sono riusciti in modo conciso e soddisfacente.

Un piccolo, grande disco di puro rock “terreno”, che conferma ancora una volta la possibilità di poter guardare alla tradizione rock, blues e hard rock in maniera né nostalgica né passatista, ma invece costruendovi sopra tirando fuori una formula esplosiva, personale e moderna. Speriamo che le attuali generazioni ne prendano il più possibile esempio.

7/10

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Clip of the Day

Posted by StepTb su giugno 24, 2013


Periodo grigio, ma almeno sono tornati i massicci e improvvisamente tutto è migliore.

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Daft Punk – Random Access Memories

Posted by StepTb su maggio 21, 2013

Daft Life/Columbia, 2013
Album

Niente a che vedere con i loro album precedenti, e men che meno con i loro ottimi primi due dischi, il quarto full-length del duo Daft Punk è uno dei più sopravvalutati dalla critica nel 2013.
In 74 minuti si assiste ad un’imbarazzante sequela di copie-carbone passatiste della disco alla 1970s (specie moroderiana, evidenziata tra l’altro nei 9 minuti di Giorgio by Moroder con monologo di Moroder e titolo esplicito nel caso qualcuno non avesse capito il modello di riferimento), ricalcata sia in composizione sia addirittura in strumentazione e produzione senza alcun senso del ridicolo, e per giunta eseguita in modo lezioso-soporifero mettendo in sordina il piglio funkettone che era oltretutto l’elemento migliore del filone; anche il fascino elettronico-visionario originario di Moroder e soci viene perso, dal momento che i Daft Punk sono qui interessati al riciclo e al tuffo nostalgico in piena retromania reynoldsiana, non al proiettarsi verso il futuro.
La lunga sfilza di ospiti aggiunge di volta in volta una sfumatura diversa, spesso non riuscendo ad amalgamarsi nello stile e portando completamente sulle proprie spalle i pochi elementi di contemporaneità presenti nel disco (è il caso soprattutto dell’anima soul moderna innestata in Get Lucky, per solo merito del guest Pharrell Williams, e delle sfumature indie-folk in Doin’ It Right, per solo merito del guest Panda Bear).
Fa relativamente eccezione la finale Contact (con sprazzi space-disco più moderni e sperimentali), una traccia su 13 che ovviamente non basta a salvare la baracca.

5/10

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2012 / Best Albums

Posted by StepTb su dicembre 31, 2012

As always, still in progress…

8/10
Goat – World Music
The Weeknd – Trilogy [compilation]
Killer Mike – R.A.P. Music

7.5/10
Wadada Leo Smith – Ten Freedom Summers
Burial – Kindred EP
Frankie Rose – Interstellar
Cloud Nothings – Attack on Memory
Tu Fawning – A Monument
King Tears Bat Trip – King Tears Bat Trip
Death Grips – The Money Store
Torche – Harmonicraft

7/10
Neil Young & Crazy Horse – Psychedelic Pill
Kendrick Lamar – good kid, m.A.A.d city
Christian Scott – Christian aTunde Adjuah
Ergo – If Not Inertia
The Mountain Goats – Transcendental Youth
Demdike Stare – Elemental [compilation]
Fire! With Oren Ambarchi – In the Mouth – A Hand
Aluk Todolo – Occult Rock
Godspeed You! Black Emperor – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!
Sleigh Bells – Reign of Terror
Ty Segall Band – Slaughterhouse
Swans – The Seer
Vijay Iyer Trio – Accelerando
Andy Stott – Luxury Problems
El-P – Cancer 4 Cure
The Haxan Cloak  – “…The Men Parted the Sea to Devour the Water” EP
Shackleton – Music for the Quiet Hour / The Drawbar Organ EPs
DIIV – Oshin
Alt-J – An Awesome Wave
Fiona Apple – The Idler Wheel…
Chromatics – Kill for Love
Actress – R.I.P
Conan – Monnos
Beak> – >>
Ben Howard – The Burgh Island E.P.
Dan Deacon – America
High on Fire – De Vermis Mysteriis
Ufomammut – ORO: Opus Alter + Opus Primum
Whirr – Pipe Dreams
Dave Douglas Quintet – Be Still
Brad Mehldau Trio – Ode

6.5/10
Ancestors – In Dreams and Time
Grimes – Visions
Cat Power – Sun
Forgas Band Phenomena – Acte V
Bob Mould – Silver Age
The Men – Open Your Heart
Demdike Stare – Elemental Part Three: Rose EP
Demdike Stare – Elemental Part Four: Iris EP
Death Grips – NO LOVE DEEP WEB
Frank Ocean – Channel Orange
Black Shape of Nexus – Negative Black
Six Organs of Admittance – Ascent
Woven Hand – The Laughing Stalk
Eagle Twin – The Feather Tipped The Serpent’s Scale
Andrew Bird – Break It Yourself
Unsane – Wreck
Om – Advaitic Songs
FKA Twigs – EP1
Beach House – Bloom
Desmadrados Soldados De Ventura – Desmadrados Soldados De Ventura
Robert Glasper Experiment – Black Radio
The Bad Plus – Made Possible
Baroness – Yellow & Green
Julia Holter – Ekstasis
Burial – Truant / Rough Sleeper EP
Nick Edwards – Plekzationz
Taylor Swift – Red
ZZ Top – La Futura
Motion Sickness of Time Travel – Motion Sickness of Time Travel
Abu Lahab – Humid Limbs of the Torn Beadsman
Sun Araw & M. Geddes Gengras Meet The Congos – Icon Give Thank
The Tea Rockers Quintet – Ceremony
Tim Berne – Snakeoil
Lapalux – When You’re Gone EP
Gala Drop & Ben Chasny – Broda EP
Laurel Halo – Quarantine
Mount Carmel – Real Women
Hyper Evel – Hyper Evel

+ special mention: Across Yourself – Across Yourself EP

Best of 2012 on Rockline.it

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