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Posts Tagged ‘atlas sound’

Atlas Sound – Parallax

Posted by StepTb su dicembre 26, 2011

4AD, 2011
Album

Uscito esattamente un anno dopo i quattro Bedroom Databank (da cui riprende e rielabora anche un pezzo, Mona Lisa, contenuto nel Vol. 3), Parallax (4AD, 2011) è un netto passo avanti da parte di Cox verso il territorio del cantautorato, smarcandosi dalle ultime influenze dagli Animal Collective che ancora esibiva in Logos; segno della sua maturazione anagrafica ancor prima che artistica, l’album è allo stesso tempo più easy-listening (molti meno layer di suono, songwriting meno a flusso di coscienza, molto più lucido e compatto) e “universale”, con uno spirito e un gusto melodico capaci di colmare un vuoto generazionale tra l’epoca dei cantautori rock/pop “classici” (1960s, 1970s, e in parte 1980s) e le novità sonore del panorama indietronico contemporaneo.
Non stupirebbe scoprire che Cox abbia composto l’album con l’idea di far capire e apprezzare al meglio la propria idea musicale ai suoi genitori, parenti, o maestri. Il disco è decisamente un’uscita convincente e importante, nel suo delicatissimo ma riuscito equilibrio tra passato e futuro: da una parte la tensione verso l’avanguardia sonora, dall’altra la genuina nostalgia verso una memoria musicale collettiva nata in un contesto in cui miracolosamente sperimentale e popolare ancora coesistevano (contesto perduto per sempre?).

7/10

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Atlas Sound – Bedroom Databank Vol. 1-2-3-4

Posted by StepTb su dicembre 4, 2010

Self-released, 2010
Album

Come tutta la generazione di artisti post-2000, anche Cox cade nel vizio di voler rilasciare al pubblico qualsiasi cosa registri, anche se si tratta di abbozzi e improvvisazioni create giocando con la propria strumentazione; tuttavia, almeno sembra non voler costringere i suoi fan a pagarle: l’infinito Bedroom Databank, uscito in quattro separati album (Vol. 1, 2, 3 e 4) nel novembre 2010, è stato auto-pubblicato gratuitamente sul web dallo stesso Cox, così come regolarmente fatto negli anni per altre release minori.
Si tratta di una cinquantina di schizzi, registrati interamente in maniera casalinga, con chitarre, armonica, voce, synth, xilofono, percussioni, un computer, e varia effettistica. Non c’è nulla di memorabile, ma si resta sul livello dell’ascoltabile grazie alla naturale e automatica capacità coxiana di azzeccare sempre qualche tocco strumentale non banale, di manipolare il suono in maniera originale, e di seguire un’ipnotica struttura a flusso di coscienza, mormorata e sottotono, evitando sempre cupezze o eccessive monotonie. Siamo in un territorio che trova la fusione ideale tra l’indie-folk intimista e minimale, il blues-folk del Bob Dylan meno elettrico, e un dream-pop elettronico ridotto all’essenziale e digitalizzato in maniera casereccia (con alcune distorsioni lo-fi nel Vol. 2, ma senza mai esagerare e renderle fastidiose), non lontani da una versione grezza e semi-improvvisata del suo primo disco da solista Let the Blind Lead Those Who Can See but Cannot Feel.

6/10

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Atlas Sound – Logos

Posted by StepTb su novembre 1, 2009

Kranky/4AD – 2009
Album

Bradford James Cox, già leader dei Deerhunter, band con la quale è rapidamente divenuto uno degli autori “indie” più seguiti ed apprezzati, ha fatto nuovamente centro: con il secondo full-length Logos, anche il suo progetto solista Atlas Sound sembra infatti essere diventato una cosa seria tanto quanto la band principale.
Il debutto Let the Blind Lead Those Who Can See but Cannot Feel (2008), un primo lavoro dal sapore ancora acerbo e autoindulgente, pareva in effetti una sorta di stream of consciousness molto denso e personale con la sola funzione di stipare assieme decine di piccole idee musicali partorite in uno stesso periodo, senza rimodellarle, ridurle o affinarle con perizia, processo attraverso il quale Logos è invece indubbiamente passato, anche perché registrato in un arco di tempo da dicembre 2007 a giugno 2009, con già nel 2008 una prima demo (involontariamente leaked) poi rivista e modificata.

Le composizioni di Logos non solo mostrano delle strutture più curate, ma anche un sound decisamente evoluto e più professionalmente prodotto, un gusto stilistico più variegato (tanto da rifuggire qualsiasi possibile classificazione canonica, un po come già i Deerhunter), un occhio abbastanza critico da tagliare e allungare solo dove necessario tentando sempre di evitare il ristagno emotivo e sonoro, e dulcis in fundo due guest deccezione come Noah Lennox (ovverosia Panda Bear, anche membro degli Animal Collective) e Laetitia Sadier degli Stereolab.
Proprio i due guest aiutano Cox a confezionare quelli che sono forse i gioielli dellalbum: Walkabout, con Lennox, è un vero e proprio incrocio tra il primo stile dream-pop/shoegaze malinconico di Let the Blind Lead Those Who Can See but Cannot Feel, e lo psychedelic-pop riverberato, citazionista (evidenti gli echi dei The Beach Boys) e sperimentale del Panda Bear di Person Pitch, con in più una spigliata ritmica che lo avvicina anche agli Animal Collective più catchy; Quick Canal, con la Sadier, evolve un languido tappeto dream-pop in una cavalcata onirica di quasi 9 minuti, con una serie di stratificazioni indirizzate soprattutto a costruire unavvolgente e romantica atmosfera, elettrizzata da pulsazioni elettroniche e lontani echi distorti.
Altro vertice è lopener The Light That Failed, con intensi turbinii di variazioni elettroniche dal sapore avanguardista, dolci tocchi folkeggianti, texture ambient e vocalizzi spettrali che sembrano provenire dalla memoria inconscia, mentre Shelia regala forse le melodie vocali più catchy (ma unite ad un testo inquietante e ritmate in 6/8), Washington School porta allestremo i tocchi più rarefatti, ambientali e astratti di Panda Bear e Animal Collective, e la title-track in chiusura viene invece trascinata da elementi indie-rock di evidente stampo Deerhunter.

Quella di Cox è una voce ormai decisamente importante e innovativa per tutto il panorama rock: a fronte della deriva commerciale dellindie, purtroppo spesso screditante il filone tramite i suoi nomi più mainstream, con i Deerhunter ha saputo aggiungere un nuovo approccio musicale al genere, mentre da solista ha ora tracciato un ponte perfetto fra quel sound (maturo, psicologico e new-wave) e la contemporanea scena freak-folk (psichedelica e sessantiana); e, proprio allinterno di questultima, Atlas Sound sembra quindi avere realmente le carte in regola per diventare uno dei nomi più simbolici e personali.
Lunico consiglio che si possa dare a Cox è di non cedere allormai diffusa tendenza del pubblicare subito ogni idea senza prima svilupparla e lavorarla adeguatamente, processo che già aveva segnato la qualità di alcune release precedenti (Weird Era Cont., lEP Fluorescent Grey e lEP Rainwater Cassette Exchange con i Deerhunter, oltre che parzialmente il succitato debutto su album di Atlas Sound): una più lunga lavorazione, come appunto quella dietro a Logos, ha dimostrato ancora una volta pagare decisamente meglio.

7/10

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