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Posts Tagged ‘beastie boys’

Clip of the Day (& more)

Posted by StepTb su maggio 9, 2012



R.I.P. great MCA, your rhymes provided a soundtrack to my youth.

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Beastie Boys – The Mix-Up

Posted by StepTb su gennaio 20, 2008

(Capitol, 2007)
Album

Il nuovo full-length dei Beasties, ovvero The Mix-Up (Capitol, 2007), completamente strumentale, tende un filo rosso con i pezzi strumentali funk-soul e jazz-funk di Check Your Head (1992) e Ill Communication (1994).
Ma, ad eccezione dei rari vertici compositivo-espressivi (rappresentati dalle tracce B for My Name, Freaky Hijiki, e soprattutto Off the Grid), l’album non va oltre ad un divertissement personale dei tre, e non rappresenta nulla di innovativo o fondamentale per il loro percorso musicale.

5/10

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Beastie Boys – To the 5 Boroughs

Posted by StepTb su marzo 15, 2005

Capitol, 2004
Album

To the 5 Boroughs (Capitol, 2004) è un netto sguardo rivolto all’old-school dell’hip-hop newyorkese di cui i Beasties sono stati fra gli esponenti principali nella seconda metà degli 1980s.
Ed è proprio questa l’idea alla base dell’album: non proseguire la strada dei campionamenti ricercati e dei tappeti sonori di album come Hello Nasty, ma cercare invece un filo conduttore con il passato, utilizzando trame sonore decisamente old-school per riaffermare il loro sound; una sorta di presa di posizione, insomma, per ribadire che i Beasties sono tra le poche crew che prima c’era e che oggi c’è ancora.
Sono varie le tracce decisamente riuscite; a partire dal singolo di lancio Ch-Check It Out, dalla base ripetitiva (con beat deliziosamente retrò e accenti sregolati) ma dal flow irresistibile, capace di sfoderare perle di metrica come “So believe when i say i’m no better than you / Except when i rap, so I guess it ain’t true” di King Ad-Rock, o come l’intera ultima strofa di MCA. Su livelli simili sono la divertente e scanzonata Triple Trouble, l’old-school marziale di Right Right Now Now, ma soprattutto il capolavoro del disco, An Open Letter to NYC, un vero e proprio anthem per il presente, una dichiarazione d’amore per la Grande Mela e il suo melting pot, scritta sotto forma di lettera aperta con sulle spalle un senno post-11 Settembre 2001 (“Dear New York I hope you’re doing well, I know a lot’s happen and you’ve been through hell. So, we give thanks for providing a home, through your gates at Ellis Island we passed in droves” … “Dear New York I know a lot has changed, 2 towers down but you’re still in the game. Home to many rejecting know one, accepting peoples of all places, wherever they’re from: Brooklyn, Bronx, Queens and Staten, from the Battery to the top of Manhattan; Asian, Middle-Eastern and Latin; Black, White, New York you make it happen“).
Si fanno notare più o meno positivamente anche 3 the Hard Way, It Takes Time to Build, Rhyme the Rhyme Well, Oh Word? e We Got the, competenti senza svettare.
The Brouhaha è invece appena salvabile, mentre altre tracce sono decisamente trascurabili: Hey Fuck You, All Lifestyles, Shazam! e Crawlspace sono dei filler riusciti male, con liriche senza ispirazione e musiche mediocri; That’s It That’s All potrebbe invece essere una buona traccia, ma il testo quasi infantile non delinea delle prese di posizione politiche convincenti (“George W’s got nothing on we, we got to take the power from he“), e quindi annega in un buco nell’acqua.

Complessivamente, anche contando le parti poco riuscite, l’album resta valido per una serie di motivi: nei testi i Beasties zittiscono chiunque li abbia accusati di essere disimpegnati o immaturi (oltre al loro noto attivismo pacifista, in questo disco le liriche sono pregne di rime sull’11 Settembre e sulla politica americana), e allo stesso tempo riescono ancora a mantenere il loro spirito sarcastico e autoironico (sin dall’opener Ch-Check It Out: I’ll grab you with the pinchers and no, I didn’t retire” … “Make your granny shake her head and say those were the days“); le basi sono essenziali ma spesso riuscite: grazie ai contributi di Mix Master Mike sono presenti bassi elettronici che sfondano le casse, e i pochi campionamenti riescono a costruire ugualmente atmosfere azzeccate con tocchi semplici e naturali (si veda Sonic Reducer, classico punk-rock dei Dead Boys campionato per costruire An Open Letter to NYC); e le liriche, anche se non troppo ispirate o non efficaci in alcuni punti, tutto sommato offrono ancora rime raffinate dopo 20 anni di hip-hop, elemento che (unito al loro stile) basta a smontare i gangsta-rappers che nel periodo infestano le classifiche (Snoop Dogg e 50 Cent in primis), troppo impegnati a prendersi sul serio ed elogiare vita da club e prostituzione; dulcis in fundo, il ritorno dei tre newyorkesi decreta un notevole ridimensionamento della figura di Eminem, il quale grazie a MTV campava ormai sulla leggenda metropolitana d’essere il primo rapper bianco di successo.

6/10

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