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Breaking Benjamin – Dear Agony

Posted by StepTb su febbraio 12, 2010

Hollywood, 2009
Album

Dear Agony (Hollywood, 2009) vede i Breaking Benjamin tornare sui loro passi, rinnegando buona parte dell’indipendenza stilistica guadagnata con il precedente Phobia, ed abbracciando del tutto la corrente post-grunge più vicina al pop da classifica dei trascorsi 15 anni, sulla scia dei vari Creed, Staind, ultimi Chevelle, etc., con un equilibrio tra riff e sprazzi vocali più “heavy” (a testimoniare solamente quanto la commercializzazione del nu-metal di inizio anni 2000 abbia contribuito a far acquisire al linguaggio del pop-rock alcune caratteristiche pesanti, diluendole) da una parte, e tuffi nella power-ballad più smaccata dall’altra (che avvicinano la band, più che altro, a Hoobastank e Switchfoot, ed alle loro hit da serie televisiva adolescenziale statunitense).
Qualche momento ascoltabile resiste in Fade Away, I Will Not Bow e Lights Out, ma è anche la produzione non eccessivamente pop di David Bendeth (già su Phobia) ad evitare la caduta nel baratro.

5/10

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Breaking Benjamin – Phobia

Posted by StepTb su settembre 6, 2006

(Hollywood Records, 2006)
Album

Pochi si aspettavano un buon ritorno da parte di questa band, dopo il pessimo esordio e il mediocre precedente album (salvabile solamente per poche tracce e per le linee di chitarra), ed invece i Breaking Benjamin confezionano appena adesso il loro disco migliore.
Un album molto più maturo del precedente, questo Phobia mostra una band che si allontana un po di più dal post-grunge in favore di qualche influenza maggiore dallalternative metal; forse per andare incontro al nuovo trend metalcore (metalcore di cui comunque non cè praticamente traccia se non come influenza), o forse perché hanno capito che il post-grunge contaminato dallemo come lo facevano loro era realmente scadente.
Beh, qualunque sia stata la causa del cambiamento stilistico, non si può far altro che apprezzarla: atmosfere molto più sofisticate finalmente lasciano da parte leccessivo carico emo e catchy delle due scorse release, in favore di un collegamento diretto con la linea tracciata nel 2002 dai Chevelle e soprattutto con la variante post-core/emo-core apportata dai Taproot nel 2005.
Quindi le influenze emo ci sono ancora, ma non soffocano più le tracce rendendole fazzoletti usa e getta per teenager, bensì contribuiscono solamente a creare le melodie vocali in alcuni chorus (Until The End, Unknown Soldier); altre tracce invece fanno proprio parte di quel percorso partito dal post-grunge con influenze nu-metal dei Chevelle e qui contaminato tramite il personale stile della band, costruendo strutture alternative rock relativamente originali: The Diary of Jane, Breath, Dance With the Devil, Had Enough.
Sono presenti perfino esperimenti elettronici, nellottima You Fight Me.
Abbastanza positive anche You e Topless.

In alcune versioni, è inclusa come quattordicesima traccia una versione acustica di The Diary of Jane, peraltro molto ben riuscita.

Consigliato a chi apprezza sia lalternative rock sia lemo non patinato (un po come se i Finch suonassero meno ricercati e più emo), questo disco non è affatto una brutta release, anche se risulta in molti passaggi una proposta un po stantia, e soprattutto poco adulta (basti leggere i testi per rendersene conto).
Speriamo che la band continui ad evolversi in meglio, magari restando a cavallo della nuova onda alternativa del rock e mollando un po la presa per quanto riguarda le influenze troppo trendy.


6/10

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