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Church of Misery – Thy Kingdom Scum

Posted by StepTb su dicembre 24, 2013

Rise Above, 2013
Album

Thy Kingdom Scum (Rise Above, 2013) prosegue il nuovo percorso acido e corrosivo dei Church of Misery, sbandando nelle dissonanze noise ma cercando sempre il groove; dopo averla perfezionata nel passato Houses of the Unholy, la formula ha perso qualcosa in freschezza, ma resta ancora graffiante e appassionata.
Oltre alla trascinante apertura groovy di B.T.K. (Dennis Rader), spiccano Lambs to the Slaughter (Ian Brady/Myra Hindley), degna del miglior repertorio degli High on Fire, e All Hallow’s Eve (John Linley Frazier), che, allo stesso modo di Brother Bishop (Gary Heidnik), suona come una sorta di versione incredibilmente abrasiva dei Down di Phil Anselmo.
Si fa notare anche una riuscita cover di One Blind Mice dei classici hardrockers Quatermass, mentre i 13 minuti della finale Dusseldorf Monster (Peter Kurten) sono tirati per i capelli, e non sfiorano minimamente, in un confronto parallelo, i livelli di Badlands.

6.5/10

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Church of Misery – Houses of the Unholy

Posted by StepTb su agosto 21, 2009

(Rise Above/Metal Blade – 2009)
Album

Dopo lentrata in line-up dellincendiario chitarrista Tom Sutton, ma soprattutto dopo il ritorno nella band del vocalist Yoshiaki Negishi (lo stesso di Master of Brutality), il terzo full-legth dei giapponesi Church of Misery, dal titolo Houses of the Unholy (Rise Above/Metal Blade, 2009) non poteva che rivelarsi uno dei loro lavori più riusciti, coinvolgenti e personali.
Nonostante il loro rifiuto delletichetta "stoner", preferendo quella "doom", lalbum è ancora una volta lontano dai territori del doom tradizionale, dal quale non riprende più di qualche riff apocalittico (che si sente immediatamente nelle scosse telluriche in apertura dalbum), e semmai si prodiga ad aggiornare ai tempi odierni gli elementi più trascinanti dei primi Black Sabbath, Led Zeppelin (parodiati esplicitamente nel titolo del disco) e Jimi Hendrix, sposandoli sì ad unaggressività vocale e batteristica derivante dallo sludge, ma senza mai perdere docchio il basilare concetto di groove. In questoperazione, il quartetto si dimostra quindi assolutamente molto più vicino a band come Sleep e High on Fire piuttosto che ad act di stampo più hardcore come gli Iron Monkey o più doom come gli Electric Wizard.

Esempio perfetto di questo approccio è già lopener El Padrino (Adolfo De Jesus Constanzo), che dopo unintro thriller e qualche scossone doom esplode invece in un riff pienamente blueseggiante, citando Iommi come Hendrix, al quale si accompagnano una sezione ritmica fragorosa e la voce felicemente sporca e cavernosa di Negishi; il groove prosegue senza sosta, e, grazie anche ad una serie di esplosivi giochi chitarristici nella seconda metà, riesce a raggiungere agilmente i 9 minuti di durata.
La breve Shotgun Boogie (James Oliver Huberty) si scatena su pattern ritmici più veloci e sincopati, raggiungendo una cavalcata punknroll nella seconda metà, ma ancor meglio riesce a fare The Gray Man (Albert Fish), grazie ad unaltra serie di riff killer e acuti chitarristici sui quali la voce di Negishi tocca forse lapice di gorgheggio "melodico", prima di una parentesi inquieta che introduce lesplosiva outro (con due assoli e ritmiche alla Monster Magnet).
Gli 8 minuti di Blood Sucking Freak (Richard Trenton Chase) rallentano notevolmente i tempi e danno più spazio alle torrenziali escursioni chitarristiche di Sutton, prima di un cambio di ritmo più rapido verso i due terzi.
Gli sbotti sgolati di Negishi aprono Master Heartache, ma si tratta di un episodio sottotono prima del gran finale, rappresentato dai sanguigni 7 minuti di Born to Raise Hell (Richard Speck), con riff alla High on Fire, voce straziata, chorus infernale, galoppate southern-blues sincopate, parentesi rallentata quasi psichedelica in stile Kyuss, assolo scoppiettante, e dagli 8 minuti della conclusiva Badlands (Charles Starkweather & Caril Fugate), forse lepisodio più catchy in assoluto, grazie ad un riff portante maestoso e un chorus epico.

Sebbene il gioco delle liriche legate a celebri serial killer sia ormai abusato e inizi a risultare ripetitivo, lalbum riesce però nellimpresa di suonare meglio rispetto a Master of Brutality grazie ad una produzione più accorta, e, anche se forse quel full-length è destinato a rimanere il simbolo della band, Houses of the Unholy, sicuramente superiore allacerbo Vol. 1 e al sottotono The Second Coming, gli si può in realtà affiancare tranquillamente come il loro miglior risultato ad oggi anche in termini di songwriting e coinvolgimento.

7/10

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