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True Grit

Posted by StepTb su marzo 3, 2011

Joel Coen & Ethan Coen, 2010
USA 110′ col.

Nel 2010 i Coen adattano e dirigono un nuovo film dal romanzo True Grit di Charles Portis (1968), già portato sullo schermo nel 1969 (con sceneggiatura di Marguerite Roberts, regia di Henry Hathaway, e ruolo protagonista affidato a John Wayne, che come è risaputo gli valse il suo unico oscar).
Senza dubbio un lavoro minore nel loro canone, resta comunque una prova cosparsa di elementi interessanti. La maniera narrativa è quella più classicamente mainstream, imperniata su due personaggi stereotipati (la ragazzina sapientona e determinata, il vecchio burbero e ubriacone) su cui vengono cucite battute di facile presa, e ritmata da musiche spielberghiane (Spielberg stesso è anche produttore esecutivo). Si ricollega al filone coeniano di O Brother, Where Art Thou?, loro film cui più somiglia, essendo un altro esempio di cinema mainstream per tutte le età capace di svolgersi secondo canoniche regole hollywoodiane, ma sottilmente nobilitato da evidenti capacità autoriali e riferimenti colti.
I Coen sembrano mimare senza spontaneità se stessi nell’aggiungere la scenetta surreale dell’indiano e del curatore, così come nel dare connotati comici alle azioni di Rooster Cogburn, ma fortunatamente riescono anche ad agire in maniera arguta nel caricare di wackiness irresistibile il personaggio di LaBoeuf. Resta comunque la sensazione di un cinema d’autore che sta semplicemente divulgando le proprie riconosciute caratteristiche alle masse, in forma diluita.
La visione del mondo della giovane Mattie Ross, determinata ad imporre le proprie volontà ad un Far West che ragiona in modi a lei totalmente estranei, crea una decisiva sfumatura che dà spessore ai personaggi (è lei ad essere la bambina che non comprende il mondo violento degli adulti, o sono gli adulti a non voler crescere e abbandonare i propri miti?). Di pari passo segue il rapporto con la violenza e con i nemici, via via sempre più ammorbidito, tanto che dal cupo massacro all’interno del capanno si arriva ad una situazione quasi cartoonesca (Tom Chaney si rivela quasi un buffone, uno della sua banda è un vero e proprio giullare, il loro capo dimostra un rispettabile codice d’onore, LaBoeuf non lega Chaney dopo averlo tramortito, un masso alla testa non uccide LaBoeuf, i colpi di pistola diventano quasi farsa).
A questo svolgimento apparentemente sgangherato, i Coen collegano un finale altamente significativo: una disperata e drammatica cavalcata notturna per salvare la vita della giovane Mattie Ross, che nelle sue allucinazioni vede il fantasma del suo nemico ormai morto scappare ancora da lei (la perdita del padre resterà un trauma che nessuna vendetta potrà mai superare?), e un ritorno di Mattie 25 anni più tardi, sulle tracce dei suoi vecchi compagni d’avventure. Per scoprire però che Cogburn è morto, e LaBoeuf chissà dov’è finito: tale impossibilità di ricollegarsi fisicamente a quelle avventure d’infanzia fa rileggere così tutta la vicenda come un altro mito, un ricordo svanito in lontani ricordi e suggestioni epiche, sostanzialmente un sogno (riallacciandosi ad una delle suggestioni tipiche di Leone, ben espressa in C’era una volta il West). Qui i Coen riescono, anche grazie a trovate visive stilizzate ed evocative, sia a tappare i buchi di una “narrazione a misura di ragazzina”, sia a ricollegarsi all’anima crepuscolare del film del 1969 (con un Wayne ormai anziano a rappresentare tempi ormai sorpassati), e alla storia cinematografica del genere western in generale. L’inclusione in partenza della canzone Leaning on the Everlasting Arms (la stessa che il personaggio di Robert Mitchum canticchiava nel cult The Night of the Hunter) e la notevole fotografia di Roger Deakins fanno il resto.
Un altro episodio con cui i Coen hanno saputo dimostrare di poter anche essere, se lo vogliono, i registi più “classici” della Hollywood attuale.

7/10

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A Serious Man

Posted by StepTb su dicembre 10, 2009

Ethan Coen & Joel Coen
USA 105 min.
2009

***Il seguente commento contiene molti SPOILER, non leggere prima di aver visto il film***

In un prologo ispirato al teatro Yiddish ed ambientato in un lontano passato, un vecchio rabbino viene invitato nellabitazione di un uomo a cui ha appena fatto un favore; la moglie delluomo lo crede però un dybbuk, e lo accoltella, forse attirando una maledizione sulla propria stirpe. Il trionfo dellirrazionale sul candido buon senso logico del marito anticipa perfettamente le vicende di A Serious Man, ennesimo centro dei fratelli Coen.
1967: Larry Gopnik, padre di famiglia ebreo e professore di fisica, vive anchegli in un candido mondo di regole logiche, regole religiose, buon senso e bontà danimo.
Quando un climax di eventi irrazionali si abbatte sulla sua vita, non lo riesce ad accettare (ricorrente la frase "I didnt do anything!", di kafkiana memoria); non trovando una spiegazione da matematico, si rivolge alla consulenza dei rabbini, ma non ricevendo risposta si dispera ulteriormente.
Eppure, dopo qualche tempo, i problemi sembrano diradarsi e la situazione sembra tornare alla normalità iniziale.
In realtà la risposta Larry laveva ottenuta, sia dalla materia che insegna sia dalla religione: la prima gli risponde con il cosiddetto paradosso del gatto di Schrödinger, che Larry stesso insegna ai propri alunni durante una lezione (parafrasandolo: quando possiamo dire che una situazione smette di essere un misto di positività e negatività e può dunque essere identificata come positiva o negativa?), sia dai tre rabbini che consulta, i quali danno tre risposte egualmente valide a seconda del loro grado di consapevolezza spirituale (il più giovane lascia intendere che il risultato divino può solo essere positivo e contemplato, e che i problemi sono un fatto percettivo, il secondo gli dice chiaramente che non è luomo a poter volere risposte dal divino ma semmai la responsabilità è opposta, il terzo non gli risponde proprio sottintendendo il pensiero del precedente).
Come completamento della vicenda, si assiste a continue concretizzazioni del dualismo schrödingeriano: la stabilizzazione della vita di Larry che arriva assieme alla morte di Sy, la psichedelica cerimonia Bar Mitzvah del figlio Danny, il tentativo di corruzione ma allo stesso tempo anche accusa di diffamazione fatta a Larry da uno studente sudcoreano (che, con sue stesse parole, non è molto bravo in matematica ma guarda caso ha capito bene le "storielle" come quella del gatto).
Lamaro finale sospeso sembra poi sottolineare in maniera angosciante le parole del secondo rabbino: che una catastrofe sia nellaria solo perché Larry ha, per la prima volta (i sogni come valvola di sfogo sono esclusi!), trasgredito le regole?

Tocchi geniali sono anche il momento in cui la percezione di Larry e dello spettatore stesso vengono modificate in seguito ad uno sfogo disperato del fratello Arthur, quello in cui Larry urla al telefono di non aver mai voluto lalbum Abraxas di Santana (esclamazione che si può leggere anche sovrapponendovi lomonimo concetto utilizzato da Carl Jung), o lesilarante fine che fa lunico (incredibile) personaggio in apparente procinto di dare una piccola risposta ai problemi del protagonista.

Ma il brillante intreccio viene portato in alto soprattutto dallinconfondibile tocco Coen, qui ammiccante più a precedenti intellettuali come Barton Fink che alla loro più classica vena black comedy vista ad esempio in The Big Lebowski, che quindi trova perfetto terreno espressivo tramite la cultura ebraica, ritratta al tempo stesso come parodia e omaggio (ancora un dualismo); la regia dei due fratelli, arrivata ormai semplicemente al livello della perfezione, muove la tradizionale parata di memorabili personaggi, quadri visivi, dialoghi (forse solo questi ultimi meno dimpatto del solito) e situazioni surreali (con alcuni sprazzi comici irresistibili), assieme ad una splendida fotografia (Roger Deakins) e ad un voluto e coerente aumento dei contrasti tra le sequenze.

7.5/10

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Silence Kills

Posted by StepTb su marzo 8, 2008

Dopo la visione (finally!) in lingua italiana di No Country for Old Men dei Coen, non posso esimermi dal lasciare un post d’elogio alla perfetta scelta dei doppiatori ed alla loro ottima interpretazione. In particolare, Saverio Moriones (su Tommy Lee Jones) e Roberto Pedicini (su Javier Bardem) offrono due performance spettacolari, e a seguire si dimostrano azzeccatissime anche tutti gli altri abbinamenti, nessuno escluso.
Non si può dunque fare a meno di consigliare a tutti l’andarsi a gustare in un’ottimamente riuscita versione italica questo capolavoro oramai acclamato (ero già stupito dalla candidatura ad una decina di statuette, quando poi ne ha vinte 4 sono rimasto nettamente sorpreso -a giudicare dall’ultima edizione si direbbe che gli Academy stiano forse virando su un livello qualitativo più alto-), che al sottoscritto pare decisamente il miglior lungometraggio americano prodotto negli ultimi (almeno) 24 mesi.
E adesso chissà se John Hillcoat riuscirà a dimostrarsi all’altezza dei Coen nell’adattare The Road (il romanzo successivo di McCarthy, che gli ha fatto vincere un Pulitzer l’anno scorso). Hope so.

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