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Posts Tagged ‘darren aronofsky’

Black Swan

Posted by StepTb su dicembre 23, 2010

Darren Aronofsky
USA 108′ col.

Black Swan (2010) è scritto da Andres Heinz, ma rivolge palesemente lo sguardo a The Wrestler; le differenze rispetto al precedente film sono molte, ma stravolgono più che altro il setting, mentre il “cuore”, ovvero il rapporto di dedizione e identificazione totale dell’artista con il proprio ruolo sul palcoscenico, resta intatto come cardine principale.
La prima parte presenta il mondo del balletto con uno stile inedito, stranamente asettico e allo stesso tempo cupo; la seconda parte, che descrive la discesa della giovane protagonista verso la follia (scaturita da stress e pressione per l’aver ottenuto il ruolo principale), porta avanti egregiamente al medesimo livello sia l’ossessione professionale della ragazza, sia il parallelo crollo delle sue certezze e della percezione di sé.
Nella prima parte, Aronofsky dirige in maniera rigida e controllata, quasi documentaristica, ma allo stesso tempo fa emergere le vibrazioni alienanti e paranoiche implicite nell’ambiente lavorativo così come nel carattere fragile e virginale della protagonista; nella seconda parte sfoga la propria verve visionaria sopra le righe, a costo di rischiare ancora una volta la farsa (specie nella trasformazione letterale in cigno), e avvicinandosi al Dario Argento di Opera.
L’operazione compiuta è ovviamente una rivisitazione nella rivisitazione: così come il protagonista maschile Thomas Leroy vuole rivedere il Lago dei Cigni a modo suo, allo stesso modo il film Black Swan prende spunto dalla struttura di quel balletto, cambiando progressivamente ma decisamente registro, e diventando più allucinato e disperato (esattamente come nel balletto si susseguono in contrasto gli atti del Cigno Bianco e del Cigno Nero).
L’aver ambientato la trama nel mondo del balletto classico ha permesso di approfondire il concetto di “perfezione”, chimera che l’artista perennemente insoddisfatto insegue con ossessione, e che, come confermano sia la progressiva trasformazione di sé, sia le parole finali della protagonista, si può raggiungere solo con l’identificazione completa tra vita personale e ruolo sul palcoscenico; entrambi gli elementi riconducono soprattutto al classico del 1948 The Red Shoes, di Michael Powell & Emeric Pressburger, precedente da cui il film prende più di ogni altro ispirazione.
Un altro film da cui Heinz e Aronofsky prendono parecchie influenze è l’anime Perfect Blue di Satoshi Kon (già citato in Requiem for a Dream e quindi influenza ricorrente e persistente nell’immaginario del regista), per quanto concerne la confusione tra realtà e allucinazione durante la discesa da incubo della protagonista.
Allo stesso tempo, quella che forse era l’unica pecca di The Wrestler, ovvero lo stereotipato e didascalico rapporto tra padre e figlia, viene qui corretta grazie ad un ben più sottile e complicato rapporto tra figlia e madre (la madre iperprotettiva ha lasciato il ballo per crescere la figlia, ha proiettato se stessa in lei e non vuole farla diventare adulta; la figlia si emanciperà in maniera violenta e psicotica nella sua ricerca dell’identificazione con il proprio ruolo, di fatto creandosi una seconda personalità malvagia e dunque riuscendo a incarnare entrambe le figure interpretate nel balletto), narrato però più per indizi che per cliché melodrammatici.
Il film si avvale di una grandiosa prova attoriale di Natalie Portman, in un ruolo assolutamente complesso (che verrà giustamente premiato agli Academy).

POSTILLA 2012:
L’essere enfatico fin sopra le righe senza curarsi di trovare la giusta misura, il voler trattare temi complessi spingendo sull’acceleratore e mancando della profondità e sottigliezza necessarie, la compiacenza nel descrivere discese nel degrado e nell’autolesionismo, e soprattutto la pretesa di prendersi ed essere preso terribilmente sul serio nonostante gli evidenti limiti, restano i principali difetti strutturali dei lavori targati Aronofsky, e in questo egli si avvicina soprattutto ad un altro autore schiacciato dai medesimi errori in maniera ricorrente, il danese Lars von Trier.

7/10

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The Wrestler

Posted by StepTb su dicembre 21, 2008

The Wrestler (2008), scritto da Robert D. Siegel, può sembrare un cedimento alla classica narrativa hollywoodiana, ma brilla invece come uno dei risultati più coerenti e maturi di Darren Aronofsky.
Il film segue il vecchio Randy “The Ram” Robinson, un tempo star del wrestling (presumibilmente WWF/WWE) ma adesso ormai in declino, con un cuore malato, segnato da anni di dipendenza verso i farmaci e lo stile di vita che gli hanno consentito di mantenere la forma fisica per proseguire nella sua amata attività sportiva.
La decadenza di The Ram riesce a rappresentare la decadenza di un’intera classe di persone che hanno brillato nel decennio degli 1980s (epoca d’oro, appunto, del wrestling), sono sopravvissute all’estinzione di quel mondo e di quello spettacolo, e si trovano nei 2000s smarrite e senza più un’identità.
The Ram, a costo di sembrare una patetica imitazione di se stesso, rivive ogni giorno il proprio passato di gloria, non solo riascoltando i dischi dell’hard rock pre-Nirvana (i quali, esplicitando un irrazionale stereotipo ricorrente della sua generazione, “sono venuti a rovinare tutto”), ma anche giochicchiando con action figures e antiquati videogame che lo vedono protagonista; l’orgoglio e l’amore per la sua vecchia professione gli rendono poco sopportabili altri lavori modesti che è costretto a fare per sopravvivere, e, uniti ad una vita sregolata ed al terrore del doverla regolarizzare abbandonandone passioni e vizi, gli precludono una possibile vita sentimentale e famigliare (viene odiato da sua figlia, e rifiutato da una coetanea lap-dancer anch’ella sul viale del tramonto, unica che pare in grado di capirlo).
I pochi ma presenti cedimenti al tipico melodramma mainstream, catalizzati quasi esclusivamente dal rapporto tra The Ram e la figlia, vengono ri-equilibrati da un finale che cancella ogni possibile riscatto epico: Randy decide di spingersi sino in fondo, immolandosi sul ring come Cristo sulla croce, regalando la propria vita allo spettacolo ed alla sua passione come un artista regala la propria esistenza a pubblico, palcoscenico e riflettori (evidente la vicinanza a Limelight di Chaplin).
La grande interpretazione di Mickey Rourke nel ruolo di Randy tocca quasi un doppio livello di lettura, grazie alla sottile analogia tra personaggio e attore.

7.5/10

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The Fountain

Posted by StepTb su dicembre 20, 2006

Oltre al’impatto onirico e visionario c’è assai poco da salvare in The Fountain (2006), pasticciato fantasy new age che unisce tre linee narrative in cui i due protagonisti interpretano differenti personaggi in differenti epoche, tutti alle prese con i temi della mortalità e dell’amore.
Aronofsky dimostra di prendersi troppo sul serio con un progetto eccessivamente pretenzioso per le sue capacità, narrato all’eccesso e sopra le righe, in cui una serie di elementi poco credibili si ammucchiano l’uno sull’altro senza approfondimenti psicologici e coerenza strutturale, facendo rapidamente smarrire qualsiasi suspension of disbelief.
Attori defezionari e conseguente riduzione drastica del budget fanno riscrivere la sceneggiatura, allungano di anni la lavorazione, e rendono povera e finta la resa grafica, infarcita di effetti speciali al di là dei mezzi.

4/10

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