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Dredg – The Pariah, the Parrot, the Delusion

Posted by StepTb su giugno 21, 2009

(Ohlone/ILG – 2009)
Album


The Pariah, the Parrot, the Delusion (Ohlone/Independent Label Group, 2009), quarto full-length dei californiani Dredg, presenta a prima vista un inganno: la sua struttura simil-concept, con tematiche liriche ricorrenti e pezzi “reali” separati da vari brevi intermezzi, sembra rappresentare un ritorno di forti influenze prog-rock nel sound della band, che invece è cambiato poco o nulla rispetto alla svolta catchy del precedente Catch Without Arms.

Le prime tracce del disco mostrano comunque uno stile discreto, sorta di versione edulcorata dei pezzi più alternative-rock di Leitmotif, con la quasi-title-track Pariah (seguita dallintermezzo digestivo Drunk Slide) e la successiva più coinvolgente Ireland (con seguente intermezzo digestivo Stamp of Origin: Pessimistic), arrivando a centrare il pieno coinvolgimento con lenergica ed emotiva Light Switch.
Tale incipit in realtà confonde, dal momento che pare introdurre una versione più mainstream e pop del loro capolavoro Leitmotif prendendo tuttavia almeno un po le distanze dalle melodie più corrive di Catch Without Arms, ma i successivi pezzi mettono in chiaro che quella fastidiosa patina radio-friendly è stata tutto fuorché distanziata: Gathering Pebbles e Information riprendono esattamente quegli stessi difetti, così come la più emo-pop Saviour (che si impegna presto ad accantonare gli accenni stratificati e dissonanti sbucanti brevemente a metà traccia).
Lunico momento a portare nuovamente una certa freschezza, ovvero la coinvolgente ed energica I Dont Know, arriva prima del crollo definitivo rappresentato dalle varie Mourning This Morning, Cartoon Showroom e Quotes, semplici pop-rock con leggere influenze emo-core e alternative-rock, che nei momenti migliori sembrano un riciclo dei Taproot ed in quelli peggiori un riciclo degli U2.
Un tentativo non troppo riuscito di inglobare alcune nuove tendenze è la seguente Down to the Cellar, sostanzialmente una strumentale post-rock che ormai non aggiunge nulla a quel panorama, mentre dei vari intermezzi che ricorrono lungo il disco riescono a dire qualcosa di interessante forse solo la quasi post-rock R U O K? (con un trascinante arpeggio portante) e Long Days and Vague Clues (con violini e pianoforte da freak show).

I Dredg hanno deciso di continuare lungo la loro scia più “rock” e vicina al formato-canzone, ma senza volere o riuscire ad abbandonare lanima più pop, noiosa e già sentita che emergeva lungo soprattutto la seconda metà di Catch Without Arms, e anzi, in molti momenti i quattro musicisti sono anche riusciti a peggiorarla, privandola degli spunti più energici e catchy che pur erano riusciti a partorire le varie Bug Eyes o Hung Over on a Tuesday; di composizioni davvero coinvolgenti (come Ode to the Sun) o davvero emotive (come Matroshka), poi, non cè proprio traccia, e il tutto si riduce ad un alternative-rock molto radio-friendly e abbastanza spento, il cui unico pregio è di risultare più elegante e autoriale rispetto alla media del mainstream.

Lalbum è dedicato a Chi Cheng, bassista dei Deftones (che sono stati una delle principali influenze sui primi lavori della band) rimasto vittima di un grave incidente stradale nello stesso periodo delle registrazioni.

6/10

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Dredg – Catch Without Arms

Posted by StepTb su settembre 6, 2005

(Interscope, 2005)
Album

Dopo un completo passaggio alla Interscope, i Dredg si allineano con le direttive della label facendosi più smaliziati e guardando maggiormente alla classifica.
Il terzo disco Catch Without Arms (Interscope, 2005) difatti abbandona la prediletta struttura da concept totale in favore di una più semplice suddivisione in due “movimenti” (le prime 7 tracce rappresentano il primo, le ultime 5 tracce il secondo) composti da pezzi dalla struttura canonica di forma-canzone, dalla lunghezza radio-friendly, e dalle melodie molto più catchy e immediate. Il gruppo dunque non suona più un “nuovo” prog-rock, ma semplicemente un alternative-rock melodico più ricercato e personale della media.
Fortunatamente i Dredg mantengono la loro anima “spirituale” e i loro stilemi sonori, ed anzi il cantante Hayes mostra addirittura una notevole maturazione vocale, ma il lavoro non possiede la qualità artistica dei due predecessori.

Se la travolgente opener Ode to the Sun e la raffinata Jamais Vu svettano come episodi ottimi (che in elevazione metafisica quasi ricordano i Godflesh di Xnoybis), così come lemotiva miscela di emo-core e post-rock Not That Simple, lelegante title-track e laltamente emotiva Matroshka (il pezzo conclusivo, nonché lunico a superare i 5 minuti), la band strizza però eccessivamente locchio al mainstream nelle corrive Zebraskin, Tanbark, Sang Real, Spitshine e Planting Seeds, semplici pezzi pop-rock privi di mordente e costruiti su melodie tuttaltro che fresche, distanziandosi ben poco da tale formula anche nelle leggermente più coinvolgenti Bug Eyes e Hung Over on a Tuesday.

Il fatto positivo è che in questa release la band abbia sopperito alle pecche del precedente El Cielo, ovvero sia tornata a concentrarsi sulla dimensione compositiva e “rock” che più gli appartiene, ma tale passo è stato compiuto sacrificando allo stesso tempo la vera personalità che aveva reso grandi le precedenti release.

6.5/10

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