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In what country is High School the hardest?

Posted by StepTb su settembre 18, 2016

(Titoli alternativi:
– Alle superiori in Ita si studia “troppo poco”: uhm, davvero?
– Siamo pigri, dobbiamo fare come gli asiatici che invece a scuola si fanno il mazzo. O forse no…
– Bla bla vari su stakanovismo studenti non-Ita o riforme scuola Ita che mancano totalmente il punto)

To answer, I think we should take into account three metrics:
1. How much time you need to spend in class
2. How much time you need to spend doing homework
3. The material’s difficulty level

I don’t know about 3, but we can find an answer to 2 here: Homework around the world: how much is too much?

China (Shanghai) dominates the chart, with 14 hours/week, followed by Russian Federation (10), Singapore (9.5), Kazakhstan and Italy (9).
All the other countries are below 7.5, with most of them around 5. US, Hong Kong and Australia are around 6.
At the bottom of the chart, we can find the students from Finland, Korea and Czech Republic, who spend an average of 3 hours/week.
Poland also scores relatively high (6.6). Canada, Netherlands and France are around average. Israel, Austria and Denmark are below average. Sweden, Argentina, Chile and Japan are near the bottom.

As for 1, some OECD data about “average number of hours per year of total compulsory instruction time” can be found here.

For “Age 15 – typical programme”, the countries surpassing 1000 hours/year are Austria, France, Italy, Korea, Mexico, Netherlands and Spain.
China has only 750 (most likely evening lessons are counted as tutoring/private study, hence why they top the other chart but not this one).
Finland 856, Russia 912, Czech Republic 950.
Poland, Chile, Greece, Hungary and Sweden are at the bottom, with less than 700 h/y.
US hours vary a lot between different States, but, judging from this, it seems they’re around 950–1000 on average.
I couldn’t find data for Kazakhstan, Hong Kong and Singapore.

In another chart, Education resources – Teaching hours – OECD Data, “teaching hours” in “upper secondary” education, the countries at the bottom are Denmark, Greece, Russia, Japan, Norway, Iceland, Finland, Korea (contradicting the other data), Israel and Poland.
Italy and France here are around the OECD average.
Argentina, Chile (contradicting the other data), Mexico, Australia, New Zealand, Canada and Netherlands top the chart.

Korea, the current #1 performer in nearly every international assessment, seems less demanding and more balanced than both China and Italy.
Singapore, another top performer, is likely very demanding, near the Chinese level.
Japan, another top performer, seems on the other hand less demanding than all four.
Finland, another regular top performer, is instead much more relaxed and less demanding not just than all the other five, but even than the OECD average.
Poland, Netherlands, Russia and Canada seem all fairly demanding, with above average demands correlated to top results. Hong Kong is probably the same.
Israel, Denmark and Czech Republic seem to be highly efficient (even if less than Japan and Finland), producing more than what they demand.
Italy strikes as highly inefficient: it demands top commitment and dedication from students, but it doesn’t top charts.
The examples of, above all, Italy, Japan and Finland, suggest that making school ‘hard’ and making it ‘efficient’ are two different things.

Now, some observations on #3 and Italy:
In the Italian case, the only type of institute being equally demanding in both Humanities+Philosophy and Science+Math areas is the so-called Liceo Scientifico (Science High School).
Plus, difficulty varies a lot on a regional/local basis, with some regions like Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia-Giulia being particularly hard on students, and many others being softer (see Quant’è generosa o severa la tua scuola superiore alla maturità? and Maturità, la geografia dei voti racconta un Paese diviso).
Probably, at the end of the day, Iocal differences weigh more than the institute’s type, and a good HS in the 5–6 ‘hard’ regions is still hard.

A final consideration on the Italian case:
Not many people know Italian HS actually demands top commitment both in lessons hours/year and in homework hours/week when compared to the rest of the world (points #1 and #2).
The material’s difficulty and teacher’s strictness (point #3) are two metrics that vary a lot between regions and institutes, especially in the Italian case. If we take into account this big internal heterogeneity (that can help us understand why the national system as a whole isn’t a top performer, even if it’s not enough) and we add it to the previous observation, it means the ‘hard’ regions (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia-Giulia, Liguria, Piemonte, Veneto – more or less in this exact order) and the ‘hard’ institutes are actually *really* hard.
Conclusion: if you attended an Italian Liceo Scientifico in one of the ‘hard’ regions, you attended one of the hardest and most demanding high schools in the world.

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Roberto Perotti – L’università truccata

Posted by StepTb su luglio 25, 2014

Einaudi, 2008
183 pagine

Non posso che ringraziare R. Perotti per aver messo nero su bianco, documentandolo con le fonti adeguate e trattandolo con l’obiettività e il distacco necessari, tutto ciò che sapevo, intuivo o solamente sospettavo dell’università italiana.

Non è un libro focalizzato solo su concorsi truccati, baroni e nepotismo, come potrebbe suggerire il titolo, ma si occupa di tutte le più gravi e strutturali storture del sistema universitario nostrano.

Si impara così che:
– il problema dell’università italiana non è la mancanza di risorse: con le statistiche corrette per studente equivalente a tempo pieno (che quindi eliminano l’inquinamento dato dalla variabile degli studenti fuori corso, che in Italia sono il 50+%), la spesa italiana diventa la terza al mondo dopo USA, Svizzera e Svezia; eppure, l’u.i. si lamenta della mancanza di soldi, invece di pensare a come mai il numero di fuori corso sia così elevato
– l’u.i. non è “nonostante tutto, all’avanguardia”: i confronti globali usando criteri obiettivi lo dimostrano
– l’u.i. non è un modello di mobilità sociale né di egalitarismo: il 24% degli studenti viene dal 20% più ricco delle famiglie, e l’8% dal 20% più povero; perfino gli USA, spesso additati come esempio di spietato elitarismo cui contrapporsi, hanno dati migliori (26% e 11% nelle pubbliche, 31% e 11% nelle private, 24% e 13% nel totale delle istituzioni terziarie)
– il clientelismo non è un fenomeno circoscritto
– gli interventi della magistratura non sono una soluzione, visto che il clientelismo avviene nella maggioranza dei casi senza infrangere leggi, e, in ogni caso, anche dove scoperto, si conclude nell’impossibilità e/o non volontà di punirlo adeguatamente
– quella dei dipendenti universitari è una casta, perché refrattaria a valutazioni e punizioni, ma soprattutto una gerontocrazia, completamente distorsiva in quanto non premia i giovani talenti e fa avanzare tramite scatti d’anzianità anche senza meriti
– l’u.i. non è internazionalizzata, e scappa dal dibattito accademico reale, che implicherebbe l’essere valutata tramite peer review pubblicando in journal riconosciuti globalmente e non per case editrici locali legate ai vari atenei
– i concorsi pubblici sono un sistema assurdo per inefficienza e megalomania dirigista; impediscono la libera iniziativa di singoli atenei, facoltà e dipartimenti nell’organizzarsi come vogliono e chiamare/attrarre i nomi migliori
– i “periodi iniziali di prova” non sono un “allarme precarizzazione”, sono un fatto ovvio e naturale che si trova in qualsiasi professione
– il valore legale del titolo di studio va abolito, ma concentrarsi su questo senza collegarlo ad altre riforme porterebbe a risultati nulli o peggiori
– gli stipendi dei docenti e la didattica allo stato attuale sono esempi di inefficienze distorsive, e vanno entrambi liberalizzati
– la mobilità degli studenti si cerca solo a parole, non nei fatti: le risorse dovrebbero essere stanziate anzitutto per favorirla, quindi chiudendo corsi, atenei e sedi distaccate inutili e redistribuendo i soldi verso costruzioni di alloggi studenteschi e borse di studio (che attualmente non vanno alle fasce medie)
– quella delle fondazioni universitarie non è la migliore delle idee, si rischia di replicare lo schema delle fondazioni bancarie
– il problema università-imprese non si risolve dall’alto, ma dando autonomia e osservando la sperimentazione di vari approcci; allo stesso tempo, non si può pretendere che le imprese collaborino con l’attuale sistema dell’u.i. finché non vengono eliminate le inefficienze e storture più evidenti
– il sistema delle rette va rivisto, e la progressione fiscale va del tutto sbilanciata a sfavore dei benestanti, se vogliamo davvero che il sistema resti pubblico e incentivi la mobilità sociale
– il 3+2 è stato implementato male, senza prima correggere le distorsioni alla base; ha portato a ripetizione e diluizione dei contenuti dei corsi e, grazie anche alla raddoppiata obsoleta prassi della tesi, ad un allungamento medio di 1+ anni dei tempi di laurea
– le riforme Moratti e Mussi sono state perfettamente inutili, perché si sono rifiutate di correggere le distorsioni alla base e hanno aggiunto ulteriore burocrazia di stampo dirigista
– da parte di governi, ministri, media e grande pubblico c’è una drammatica incomprensione di come funzioni la ricerca; non stupisce quindi che la cultura della peer review sia molto poco diffusa, e in certi ambienti inesistente
– non solo ambiente di ricerca poco stimolante e privo degli incentivi adeguati, non solo burocrazia bizantina, ma anche bandi e siti ufficiali spesso senza nemmeno una versione in lingua inglese: non stupisce che la percentuale di studenti e docenti stranieri sia tra le più basse del mondo industrializzato
– gli atenei devono essere messi in condizione di competere tra loro; solo così molte delle storture esistenti potrebbero correggersi da sole, perché i comportamenti negativi andrebbero contro l’interesse stesso delle istituzioni
– il dibattito tra pubblico e privato è finto: il punto non è l’uno o l’altro, il punto è dove vanno a finire le risorse; ci sono molti esempi al mondo di università pubbliche di estrema efficienza, perché operanti in un sistema competitivo che premia la qualità.

Solitamente non dò voti altissimi ai libri “di denuncia”, e men che meno se brevi e circoscritti a realtà unicamente nostrane, ma stavolta faccio un’eccezione.
Tre i motivi:
1) Perotti è un maestro di stile e sintesi, non c’è una virgola di troppo e i concetti sono stesi in modo incredibilmente lineare e diretto; ciò rende qualità e contenuto del libro inversamente proporzionali alla sua breve lunghezza.
2) L’argomento è delicato e importante, eppure ignorato o snobbato da troppe persone ad esso esterne, col risultato di lasciarlo in mano agli interessi personali miopi di chi ne trae vantaggio (dipendenti del sistema universitario e politici in cerca di voti); Perotti interviene nel dibattito con un rigore intellettuale ammirevole, mettendo ordine logico, adottando un punto di vista distaccato e obiettivo, e depurando il terreno dall’inquinamento retorico, politico e ideologico cui solitamente si accompagna.
3) Perotti non si limita a fare un elenco di ciò che non va, né a documentarlo com’è necessario (spesso anche decostruendo la fallacia di certe fonti), ma propone anche un semplice ed elegante modo di correggere l’equilibrio distorsivo attuale: un ponderato mix di incentivi e disincentivi che permettano a chi fa bene di avanzare, a chi sbaglia di pagare, e alle risorse di seguire la qualità, allo stesso tempo decentralizzando il sistema, togliendolo da sotto la cappa del dirigismo, per dare le autonomie necessarie ai vari atenei, facoltà e dipartimenti; un sistema migliore dell’attuale emergerebbe così in modo naturale.

Purtroppo in Italia la situazione socio-politica non sembra permettere questa e altre riforme necessarie, e preferisce proseguire sulla strada del declino, nonostante le soluzioni siano a portata di mano.
Gli italiani delle prossime generazioni un giorno si guarderanno indietro e, si spera, rideranno dell’idiozia di questi decenni buttati al vento.

9/10

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